Meccanismi di difesa, come la mente ci protegge dall’ansia (Prima parte)

Entrano in funzione soprattutto sotto stress e ci aiutano a difenderci da situazioni dolorose, angoscianti o conflittuali che possono compromettere la nostra serenità. In questa prima parte scopriamo quelli più evoluti e maturi

I meccanismi di difesa sono meccanismi psichici consci e – più spesso – inconsci, con cui la nostra mente si difende da situazioni dolorose, angoscianti o conflittuali, derivanti sia dall’ambiente esterno che dal mondo interno.

Tutti li possediamo e li utilizziamo nella vita quotidiana, anche se entrano in funzione soprattutto sotto stress per non farci provare un’ansia eccessiva. Ognuno tende a usare alcuni meccanismi in modo stabile. Di per sé sono normali e adattivi, tuttavia se utilizzati in modo troppo intenso e rigido possono creare difficoltà e diventare disfunzionali ostacolando le relazioni o distorcendo la realtà.

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

In questa prima parte approfondiremo i meccanismi più evoluti e maturi, rimandando al prossimo articolo quelli più arcaici. Qui di seguito, un elenco dei principali.

Negazione: quando mettiamo in atto una negazione, rifiutiamo di riconoscere e ammettere sentimenti, comportamenti, intenzioni o dati di realtà che dall’esterno appaiono abbastanza palesi. Ad esempio, possiamo dire di non essere per niente delusi dopo una mancata promozione che sembrava ormai certa, o di non provare affatto preoccupazione dopo una diagnosi di tumore.

Razionalizzazione: consiste nel fare ragionamenti che distorcono i fatti e le reali motivazioni di un accadimento o di un comportamento, per darci una spiegazione che ci rassicura e protegge dal senso di colpa. Ad esempio, sosteniamo che non abbiamo superato un esame perché era troppo difficile o perché siamo antipatici al professore, piuttosto che prendere atto di essere andati impreparati.

Ipocondria: ci difende dall’ostilità che proviamo verso gli altri ma che non riusciamo ad ammettere ed esprimere direttamente. Allora ci lamentiamo di continui disturbi per poi rifiutare le cure e indurre negli altri un senso di impotenza. La rabbia destinata agli altri è perciò espressa in una forma distorta, attraverso la lamentela somatica che resiste ad ogni proposta di soluzione.

Intellettualizzazione: consiste nell’usare spiegazioni logiche, teorie, discorsi filosofici e astratti per evitare che emergano le emozioni. In questo modo un fatto fortemente connotato emotivamente è trattato in modo freddo e anaffettivo.

Formazione reattiva: sostituisce un sentimento o impulso inaccettabile con il suo opposto. Tipicamente, diventiamo esageratamente gentili con qualcuno per cui invece, inconsciamente, proviamo ostilità e rabbia. Esempi sono il bambino estremamente premuroso con il fratellino che in realtà detesta, o il figlio che accudisce con dedizione assoluta un genitore anziano che in realtà vorrebbe abbandonare a sé stesso.

Rimozione: allontana dalla coscienza un contenuto disturbante, perciò non ricordiamo più un evento accaduto, oppure non siamo consapevoli di desideri e sentimenti che ci turberebbero. Può riguardare fatti traumatici come una violenza subita, il cui ricordo può riemergere all’improvviso dopo molti anni, ma anche accadimenti più comuni che però ci disturbano, per cui dimentichiamo completamente il temuto appuntamento dal dentista.

Spostamento: un sentimento disturbante viene spostato dalla causa originaria a un altro oggetto sostitutivo che può essere affrontato più facilmente perché meno minaccioso. Ad esempio, l’ansia di doversi sottoporre a un importante intervento viene spostata sul saggio di musica del figlio, che diventa motivo di preoccupazione che occupa la mente.

Sublimazione: quando sublimiamo, incanaliamo un impulso (aggressivo o sessuale) che sarebbe sconveniente o che non può essere appagato, in modi più accettabili socialmente, potendolo così soddisfare. L’esempio più classico di sublimazione è quella del chirurgo, che soddisferebbe attraverso un lavoro accettato impulsi sadici, o del pugile, che sublimerebbe nello sport impulsi aggressivi.

Repressione: è attuata in modo consapevole quando volontariamente decidiamo di non pensare a un problema che ci angoscia, oppure mettiamo a tacere un’emozione che riteniamo sconveniente. Non dimentichiamo il problema come accade nella rimozione, ma decidiamo coscientemente di  rimandarlo a un altro momento.

Isolamento: le emozioni associate a un’esperienza vengono allontanate. Ricordiamo un fatto accaduto (diversamente dalla rimozione, in cui cancelliamo tutto), ma perdiamo il contatto coi sentimenti associati. Possiamo così di raccontare qualcosa di grave che ci è accaduto senza che traspaia alcuna emozione.

Anticipazione: immaginiamo una situazione che ci preoccupa prima che accada e pensiamo alle possibili soluzioni. Molti la reputano una modalità sbagliata di affrontare ciò che spaventa. In realtà chi la utilizza ne trae vantaggio perché si sente più sicuro, avendo già predisposto possibili soluzioni, e perché diluisce l’angoscia dell’impatto dell’evento, sperimentandola già prima.

Umorismo: quando ironizziamo su situazioni difficili o sui nostri difetti, alleviamo la tensione e l’imbarazzo degli altri e facilitiamo condivisione e comunicazione.

Altruismo: occupandoci dei bisogni degli altri, consoliamo anche noi stessi aumentando la nostra autostima, oppure distogliamo l’attenzione dai nostri problemi ed evitiamo l’angoscia concentrandoci su quelli degli altri.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta

Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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Tel. 339.5428950