Perché mio figlio non vuole fare sport?

Dietro il rifiuto del bambino di praticare attività sportiva possono esserci diverse cause. Quanto contano carattere, interessi e aspettative dei genitori? A spiegarcelo è la psicoterapeuta Lucia Montesi

«Mio figlio non vuole fare nessuno sport, devo insistere?», «Ha sempre giocato volentieri a calcio ma ora all’improvviso non vuole più andare, cosa sarà successo?», «Cambia ogni anno sport e non si appassiona mai a niente», «Ha avuto una crisi d’ansia durante l’ultimo allenamento e ora non vuole più tornare in piscina», «Evita tutti gli sport di gruppo, devo forzarlo?»: capita di frequente che i genitori mi chiedano come devono comportarsi riguardo alle scelte sportive dei figli, o riportino problemi e preoccupazioni relativi a questa importante parte della vita dei figli.

L’attività sportiva dei bambini e dei ragazzi ha un ruolo prezioso per la loro salute fisica e ha anche un impatto positivo sulla loro psiche, a patto che sia gestita con equilibrio.

Uno dei problemi che riscontro più spesso è un eccessivo investimento da parte dei genitori sui risultati dell’attività sportiva del figlio. Le conseguenze peggiori si hanno soprattutto quando l’investimento viene negato a un livello esplicito: «Ma figuriamoci, non gli abbiamo mai fatto pressioni! Se non vuole più andare, non è certo per l’ansia che gli mettiamo addosso noi», «Ciò che conta è che vada volentieri, che importa se la squadra vince o perde», «Io neanche volevo che facesse lo sport che ho praticato io, è lui che si è fissato col pattinaggio».

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

Quello che viene negato a parole, però, può essere trasmesso in modo più sottile e anche più potente con messaggi non verbali di significato opposto: il papà che cammina nervoso a bordo campo quando la partita non sta andando bene, gli occhi della mamma che brillano guardando l’amichetta più brava in quel passo di danza, lo sguardo deluso dei genitori dopo il tempo non ottimale nella gara di nuoto. Altre volte sono i paragoni con i compagni che fanno sentire la pressione addosso, o commenti magari pronunciati senza accorgersi di essere ascoltati dai figli: «Accidenti, con tutto quello che abbiamo speso per farlo diventare un campione dello sci, adesso deve andare bene per forza!». Così bambini e ragazzi possono manifestare rifiuto a proseguire o vari sintomi di disagio, soprattutto ansiosi, che li inducono a rifuggire l’attività sportiva.

Alcuni bambini non vogliono praticare uno sport semplicemente perché non gli piace o non è affine alle loro inclinazioni. Osservazione ovvia, eppure ogni volta mi stupisco di quanto frequentemente lo sport praticato dal bambino non sia stato scelto da lui. Può essere stato “ereditato” da genitori e fratelli, o suggerito da medici perché adatto a particolari problematiche (ad esempio, una scoliosi), o caldamente proposto dal genitore che per qualche motivo lo ritiene utile o affascinante, o scelto in modo frettoloso per simpatia con qualche amichetto che già lo frequentava, ma poi rivelatosi inadatto per il particolare bambino. Può non essere così immediato capire quale sport possa piacere al bambino, ma osservando con attenzione ciò che ama fare, i suoi interessi, emergerà sicuramente qualcosa che gli si potrà proporre. Occorre però avere l’apertura mentale di considerare anche le opzioni più inusuali e di non aderire a stereotipi limitanti: «Mio figlio vorrebbe fare danza… ma si immagina lei, quanto lo prenderebbero in giro?», «Mia figlia, se fosse per lei farebbe a pugni…invece voglio iscriverla a danza sperando diventi un po’ più aggraziata».

È anche normale che inizialmente i bambini sperimentino diversi sport, che possano avere l’opportunità di provare prima di sceglierne uno o due su cui concentrarsi. Alcuni li frequentano senza troppo entusiasmo, non sono interessati alla competizione ma accettano comunque di praticarli. Probabilmente lo sport non rientrerà tra le loro principali passioni ma ne trarranno comunque dei benefici.

E quanto conta il carattere del bambino? Lo sport dovrebbe servire a sviluppare o favorire ciò che nel piccolo è più carente? Si potrebbe ad esempio scegliere uno sport di squadra per un bambino timido e introverso, per aiutarlo a socializzare, imparare a collaborare e condividere. Potrebbe essere una strategia proficua, o al contrario essere un totale fallimento perché esporrebbe a uno stress eccessivo un bambino più portato ad attività solitarie, che invece frequenterebbe con soddisfazione e piacere sport più individuali. Occorre valutare caso per caso, cogliendo i segnali di benessere o malessere del bambino su cui calibrare le scelte.

Alcuni bambini rifuggono le attività sportive, soprattutto di gruppo, perché temono la competizione, si sentono inadeguati. Possono essere oggetto di scherno da parte dei compagni perché goffi o meno abili, possono vivere con disagio l’essere emarginati nel gruppo o scartati in favore di altri compagni atleticamente più competenti. Alcuni vivono con malessere il percepirsi troppo magri, poco muscolosi o in sovrappeso rispetto agli altri. Cosa fare in questi casi? Proteggere i figli da qualunque confronto con una realtà che mette a disagio può essere controproducente, ma anche “buttare nella mischia” incitando a infischiarsene del giudizio degli altri è riduttivo. Incoraggiare e sostenere sì, ma senza mai imporre. Un ascolto attento e premuroso permette di capire quando insistere e quando è invece più saggio trovare altri spazi in cui il bambino si senta più a suo agio.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Consulenza anche via Skype
Tel. 339.5428950