Bambini aggressivi, cosa fare?

Gli adulti possono aiutare i bambini a controllare la propria aggressività intervenendo in modo autorevole se superano i limiti, ma anche insegnando modi alternativi e più accettabili per esprimersi

Nell’articolo precedente abbiamo visto come l’aggressività infantile possa avere molteplici cause, anche molto complesse. Per aiutare un bambino che manifesta un’aggressività eccessiva e disfunzionale, dobbiamo quindi individuare i motivi che la alimentano. In generale, osserviamo che un bambino è tendenzialmente meno aggressivo se ha un senso di sé solido e positivo, se è autonomo, se sente di essere buono, amabile e capace, se trova negli adulti di riferimento un contenimento delle sue emozioni e una risposta sollecita e costante ai suoi bisogni. Tutto ciò che, nel contesto familiare o fuori, favorisca questi fattori protettivi, è di aiuto al piccolo per gestire la propria rabbia.

Ma nella vita quotidiana, concretamente, come intervenire di fronte a comportamenti aggressivi?  Cosa fare nel momento in cui il bambino picchia, morde, graffia, lancia oggetti?

Se il bambino vede che di fronte ai propri comportamenti aggressivi l’adulto non interviene, si sente abbandonato e in balìa delle sue emozioni che non sa ancora controllare. Allo stesso tempo, un intervento dell’adulto che si limiti solo  a riprendere o punire anche in modo molto duro, lascia ugualmente il piccolo da solo in preda a stati d’animo che non sa decodificare e padroneggiare.

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

L’intervento dell’adulto dovrebbe permettere al bambino di imparare a controllare la propria rabbia e adattare i propri desideri e necessità ai limiti imposti dal mondo esterno, insegnando che esistono modi alternativi per esprimerli.

Occorre fargli sentire che capiamo come si sente, convalidando i suoi sentimenti e riconoscendo le sue esigenze, senza giudicarli né sminuirli, ma essendo molto fermi sul fatto che quel comportamento non è accettabile :”So che in questo momento sei arrabbiato e vorresti picchiare tuo fratello, ma non è possibile fare del male agli altri”. Possiamo insegnargli che, ad esempio, quando si sente molto arrabbiato può tirare pugni ad un cuscino, o fare a pezzi un foglio di carta, oppure può fare una corsa, mentre non può fare male ad altre persone o danneggiare gli oggetti.

I bambini piccoli non sanno decodificare le proprie emozioni, possono anzi esserne spaventati, e hanno bisogno che noi gli diamo un nome e li aiutiamo a decifrarle.  Anche il semplice dirgli “Ora sei arrabbiato” gli fornisce uno strumento per capire che cos’è quel tumulto che prova e per non esserne travolto e dominato.

Dirgli che il suo stato d’animo è legittimo, che capitava anche a noi di sentirci così, contribuisce a lenire la rabbia e il desiderio di rivalsa e predispone maggiormente a frenarsi per trovare modi alternativi di esprimersi.

Se il bambino si appropria con prepotenza di un gioco togliendolo ad altri, dobbiamo farglielo restituire. Se picchia i compagni o gli adulti, è opportuno allontanarlo dalla situazione finchè non si sarà calmato.

Il time-out consiste appunto nel far allontanare il bambino dalla scena “calda” e restare per un certo tempo (di solito un minuto per ogni anno di età del piccolo) in un posto tranquillo. Viene a volte scambiato con il “mettere in castigo” in un angolo, ma ha tutt’altro significato: ha lo scopo di ritirarsi per un po’ in un posto tranquillo per sbollire, riprendere il controllo su di sé e calmarsi. Del resto, lo facciamo anche noi adulti, quando sentiamo che una situazione ci è insostenibile e che stiamo per esplodere, e ci allontaniamo per smaltire la rabbia.

Le prediche generiche (“Sei sempre cattivo”, “Non sai comportarti”, “Non ci si comporta così!”) sono inutili, piuttosto è importante aiutarlo a capire che a dei gesti negativi seguono delle conseguenze negative: “Hai rotto il giocattolo perché eri arrabbiato e ora non lo hai più”, “Il tuo amichetto non viene più a giocare con te perché tu gli hai fatto male”. La conseguenza diretta del comportamento costituisce di per sé una punizione: non avere più quel gioco (ovviamente non andrà ricomprato!), vedere che il compagno lo evita, è il risultato tangibile del suo comportamento e sperimentarlo in modo immediato e diretto è più efficace del rimprovero e di altri tipi di punizione.

La punizione fisica, picchiando il bambino con sculacciate o schiaffi, non solo è inefficace perché non produce un cambiamento nei comportamenti, ma anzi alimenta ulteriormente la rabbia e deteriora la relazione con l’adulto, è perciò sempre sconsigliabile, anche perché propone a sua volta proprio un modello aggressivo e violento di comunicazione e risoluzione dei problemi.

L’adulto deve intervenire in modo autorevole se il bambino supera i limiti (e autorevole non significa duro e violento, ma fermo e coerente), ma allo stesso tempo prestare attenzione per capire se l’aggressività possa essere segnale di un disagio da approfondire.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)

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