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«Perché l’ha fatto?». Superare il dolore di un suicidio

Il lutto dopo una morte per suicidio è molto più doloroso che in una morte involontaria, perchè gravato dai sensi di colpa, dal pensiero che forse si poteva evitare, dalla rabbia verso chi ha deciso di abbandonarci. Anche se con fatica, si può arrivare ad accettare e comprendere

Quella che brucia e strazia di più è sempre la stessa domanda: «Perché?». «Perché l’ha fatto?», «Perché non mi ha chiesto aiuto?», «Perché non me ne sono accorto prima?», «Perché il mio aiuto non è servito?», «Perché il mio amore non gli è bastato?», «Perché ha voluto abbandonarmi?», «Perché non sono abbastanza importante da continuare a vivere per me?»: sono i dolorosi tormenti senza risposta di chi perde una persona cara per suicidio.

Tutte le morti richiedono ai superstiti di attraversare il faticoso percorso del lutto, in cui si succedono fasi ed emozioni tipiche, dallo shock e l’incredulità iniziali, alla rabbia e alla disperazione, dalla paura all’impotenza, dal senso di colpa alla tristezza, per poi approdare all’accettazione e alla riorganizzazione della propria vita.

La psicoterapeuta Lucia Montesi

Quando però la morte è volontaria, a chi resta tocca un lutto ancora più penoso perché gravato da ulteriori reazioni specifiche e dall’amplificarsi di tutte le fasi. Se un familiare, un amico o un’altra persona a noi vicina si toglie la vita, rischiamo di essere travolti dal senso di colpa perché pensiamo che avremmo potuto fare qualcosa per impedirlo. Come per ogni morte improvvisa, ci chiediamo «Se fossi andato lì quel giorno…», «Se non avessi detto quelle cose… allora non sarebbe successo.» Anche se in genere la tragedia sarebbe ugualmente accaduta, piuttosto che provare una devastante impotenza, ci convinciamo che qualcosa si sarebbe potuto fare. Da una parte il senso di colpa ci dà quindi una illusione di poter controllare la realtà (se non altro in altre occasioni), dall’altra può divenire così intenso da portarci ad autopunirci con comportamenti autodistruttivi per riparare in qualche modo le nostre colpe.

Anche la rabbia, tipica di ogni lutto, nel caso del suicidio è particolarmente intensa e ancora più faticosa da ammettere ed esternare. Di fronte ad ogni morte c’è in piccola parte, una rabbia irrazionale verso la persona che morendo abbandona, lascia soli, anche quando purtroppo è stata vittima di una malattia o di un incidente. Ma il suicida ha scelto di lasciarci soli. La domanda allora diventa «Perché mi hai fatto questo?», «Non contavo abbastanza?», «Non ti è importato di lasciarmi solo? ». Pensiamo di non valere abbastanza, di non essere abbastanza importanti.

La rabbia può diventare così pervasiva da riversarsi anche sugli altri, su tutto e tutti.

Come morte improvvisa, il suicidio non concede neanche la possibilità di salutare la persona, di chiarire conti in sospeso, di dire le cose importanti che avremmo sempre voluto dire e chiude in modo brusco e violento ogni possibilità di riparazione.

Un grosso fattore protettivo nella perdita di una persona cara è la condivisione con gli altri, il supporto sociale. Nel caso del suicidio purtroppo queste risorse si riducono enormemente a causa dello stigma sociale e della vergogna: non si espone il manifesto funebre, amici e conoscenti sono imbarazzati nel porre le condoglianze, la comunicazione è bloccata dai tabù relativi al suicidio, privando tutti di una possibilità di condivisione del dolore che è benefica. Anche nel contesto intimo e protetto della psicoterapia, le persone sono molto restie a dire che un proprio caro si è suicidato, tacciono l’informazione per lungo tempo e la rivelano a bassa voce e con grande imbarazzo. Parlare invece è essenziale, non solo per sfogarsi, condividere, confortare, ma anche per creare una cultura in cui chi pensa al suicidio chieda più facilmente aiuto.

«Non mi dò pace, non posso accettare che un giovane si uccida», «Aveva tutta la vita davanti», «In fondo cosa gli mancava?»: ci tormentiamo non riuscendo a concepire una scelta così drastica. Solo mettendoci nei panni dell’altro possiamo provare a comprendere. Il suicidio è l’ultima forma di aiuto che uno porge a sè stesso (S. Krull, 2008): “- Ma davvero vuole morire?   – Nessuno si suicida perché vuole morire.  –  E allora perché lo fa?  – Perché vuole fermare il dolore. (T. De Bartolo).

La persona che si uccide perde di vista ogni aspetto positivo della sua vita, entra in un una “visione tunnel” in cui l’unica soluzione per non soffrire più è la morte e in cui non esistono alternative. Può non pensare agli effetti devastanti del suo gesto sugli altri perché immerso nei suoi problemi, o perché immagina che senza di lui gli altri staranno meglio. Spesso il suicidio non ha un unico motivo ed è inutile continuare ad arrovellarsi per comprendere il perché. I “se” sono infiniti.  Così come non ha senso rimproverarsi di aver potuto prevenire: una persona che pensa al suicidio può avere cambiamenti molto graduali difficili da cogliere e interpretare, può anche nascondere abilmente il suo proposito e anzi, una volta presa la decisione, può apparire finalmente sereno e confondere chi lo osserva.

Per uscire dai sensi di colpa è importante parlare, confrontarsi con altri con la stessa esperienza, provare a pensare che comunque nessuno è responsabile delle azioni e delle decisioni di un altro, cercando di perdonarsi se si pensa di aver mancato in qualcosa e ricordando tutto ciò che di positivo si è fatto per l’altro.

“Il suicidio è una cosa che non ha né diritti né doveri. Di fronte a esso ci sono solo due sentimenti: di pietà, di enorme pietà, per lo stato di disperazione che ha condotto la vittima al suicidio. E di rispetto.” (I. Montanelli).

Dott.ssa Lucia Montesi, Psicologa Psicoterapeuta- Piane di Camerata Picena (AN)
Tel. 339.5428950

 

 

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