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Perché le amicizie finiscono? Risponde la psicologa

Non sempre ci sono conflitti e incomprensioni alla base della fine di un'amicizia. La natura stessa del legame amicale lo rende vulnerabile ai cambiamenti che accompagnano l'esistenza

amicizia, mani
Foto di StockSnap da Pixabay

Non è quasi mai il motivo ufficiale della richiesta di aiuto, ma poi accade che, nel raccontare di sé e della propria storia, molti miei pazienti riportino, tra i motivi che contribuiscono alla loro sofferenza, la fine di un legame di amicizia importante che provoca in loro dolore, amarezza, delusione, nostalgia, ma anche senso di colpa e rimorso. Sentimenti che spesso rimangono inespressi anche perché non trovano, nel contesto sociale, un’attenzione adeguata.

Se la fine di una relazione sentimentale è considerata unanimemente un’esperienza potenzialmente dolorosa e attiva perciò negli altri supporto, vicinanza e comprensione, non avviene invece altrettanto per i legami di amicizia, declassati a un rango inferiore rispetto a quelli amorosi e considerati maggiormente come “usa e getta”. In realtà per molte persone accade proprio l’opposto, soffrono più per un’amicizia finita che per una relazione amorosa conclusa, perché, se per l’amore avevano messo in conto i rischi delle difficoltà di coppia, delle incompatibilità, del tradimento o della fine del sentimento, dal legame di amicizia si attendevano che restasse per sempre inalterato ed è più frequente che non riescano a individuare un motivo che ne legittimi e renda comprensibile la fine. Così si arrovellano a cercare di capire e a ripercorrere ciò che possono aver fatto di sbagliato perché l’amicizia finisse.

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

“Se l’amicizia è finita, vuol dire che non era una vera amicizia”, si usa dire. In realtà non è detto che sia così, molti legami di amicizia vera, profonda e autentica si interrompono o si spengono lentamente, anche senza che siano avvenuti eventi particolari o gravi incomprensioni, ma semplicemente perché avevano esaurito la loro funzione. La natura stessa dell’amicizia e le funzioni a cui essa assolve, ne determinano la vulnerabilità agli effetti del tempo e, soprattutto, ai cambiamenti che nel tempo accadono nelle persone.

I legami di amicizia sono fortemente influenzati dalle fasi della vita che ci troviamo ad attraversare e acquistano un carattere ed una intensità diversi a seconda della fase. Se è vero che ci sono amicizie che resistono inalterate nel tempo e dall’infanzia ci accompagnano per tutta la vita, è anche vero che in certi punti di passaggio da una fase della vita all’altra è più frequente che nascano nuove amicizie o si cambi tipo di amici: l’ingresso nella scuola e il passaggio da un ordine di scuola all’altro, l’adolescenza, l’ingresso nel mondo del lavoro e i cambiamenti professionali, trasferimenti da una zona geografica a un’altra, l’inizio della vita di coppia, la nascita dei figli, il pensionamento.

Accade molto spesso che nuove amicizie si formino in coincidenza con una nuova fase, che la accompagnino e che poi si esauriscano con l’esaurirsi di quella fase. Questo accade perché l’amicizia si fonda su una condivisione di progetti, di ideali, di interessi, di passioni ed è più facile che nasca e si mantenga tra persone che hanno qualcosa in comune. D’altra parte, nel corso dell’esistenza noi evolviamo continuamente, cambiando non solo le circostanze esterne ma anche la nostra personalità, e può accadere che ci si ritrovi senza più nulla in comune e che il filo che tiene unita l’amicizia si assottigli sempre di più.

La fase della vita può portare a vivere l’amicizia in un modo diverso. Nell’adolescenza, ad esempio, l’amicizia è vissuta in un modo totalizzante, perché assolve alla funzione di dare supporto nel processo del distacco dalla famiglia. In un momento di grande cambiamento sia corporeo che interiore, identificarsi con l’amica o l’amico del cuore, con cui il legame è spesso esclusivo, fa sentire sicuri e permette di cominciare a sperimentare un’identità autonoma al di fuori della famiglia. Con l’inizio dell’età adulta, spesso i legami di amicizia diventano meno totalizzanti, sono meno idealizzati  e sono vissuti con aspettative più realistiche. Può accadere che con l’inizio di una relazione sentimentale si affievoliscano i legami di amicizia preesistenti, perché ora ci si definisce maggiormente attraverso la relazione di coppia, perché si dedicano più energie alla coppia o alla famiglia, perché si tende a frequentare maggiormente altre coppie o famiglie con figli della stessa età, sempre perché ci sono maggiori elementi in comune, e l’amicizia si basa molto sulle affinità.

A volte l’amicizia termina a causa di precisi eventi significativi: conflitti,  gravi incomprensioni, slealtà, tradimenti. Accade che si resti amareggiati perché, proprio nel momento del bisogno, l’amico non è stato presente.
Io lavoro con persone affette da patologie tumorale e ogni giorno, sistematicamente, qualcuno mi racconta di amici spariti dopo la diagnosi della malattia. Buona parte delle sedute ruota attorno al dolore, alla delusione, allo stupore e alla rabbia di fronte a questi amici che all’improvviso si dileguano, al tentativo di dare una spiegazione, al dubbio se riavvicinarsi o meno, se dare una seconda possibilità o cancellarli per sempre. Tentare di dare un senso può aiutare a sentirsi meno feriti. Può accadere che l’angoscia e il timore di essere inadeguati di fronte alla malattia dell’altro, blocchino in una spirale di ansia  e senso di colpa anche l’amico più sincero e affettuoso, inducendolo ad allontanarsi  sempre di più, e più il tempo passa, più aumenta il senso di colpa, più aumenta la paura di un legittimo rifiuto al tentativo di un riavvicinamento. A volte gli amici spariscono non per indifferenza, ma perché purtroppo essi stessi non sono in grado di sostenerci, o così si percepiscono.

In altri casi ancora, quando l’amicizia finisce può essere un bene per entrambi. Così come esistono amori tossici e disfunzionali, lo stesso accade per le amicizie. Legami in cui non ci sono reciprocità, libertà, possibilità di crescita, ma in cui ci si incastra in ruoli rigidi che non permettono né all’uno né all’altro di evolvere, come quando uno ricopre sempre la parte del “buon samaritano” e l’altro sempre la parte di chi si mette nei guai o ha bisogno di aiuto, o in cui uno usa, anche inconsapevolmente, le difficoltà dell’altro per alimentare la propria autostima e per sentirsi utile e importante, e tutte le situazioni in cui c’è un costante squilibrio di potere. In questi casi, se non è possibile un cambiamento, può essere più saggio prendere consapevolezza delle dinamiche che reggono quel legame e concluderlo.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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