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Benessere

Perché voglio un figlio? Motivazioni e aspettative dietro il desiderio di diventare mamma

I motivi per cui si desidera un figlio non sono sempre così chiari. Prenderne consapevolezza permette di garantire al nuovo nato il terreno migliore per crescere e svilupparsi

«Perché voglio un figlio?…Ma che domanda è? Tutti hanno figli, è normale avere figli, non c’è bisogno di chiedersi il motivo». Se a una donna che dichiara di non voler diventare madre viene spesso chiesto il motivo della sua scelta che appare anomala o insolita, a chi desidera diventare mamma, o lo è già, non capita quasi mai di sentirsi rivolgere questa domanda, almeno nella vita di tutti i giorni. Il contesto della psicoterapia è per molte donne l’unico posto dove qualcuno chieda loro di mettere a fuoco i motivi alla base del loro desiderio di essere madri, una riflessione necessaria e utile perché le motivazioni e le aspettative alla base della scelta della maternità (come quelle  alla base della paternità, ma in questo articolo approfondiamo la parte materna) influenzano soddisfazione personale, benessere della coppia, sviluppo e benessere del bambino. In psicoterapia, accade di andare a ritroso a guardare con più consapevolezza il proprio desiderio di maternità, per comprendere e sciogliere difficoltà del presente, sensi di inadeguatezza, sensi di colpa, sentimenti ostili verso i figli o il partner. È soprattutto quando si desidera un figlio e ci sono difficoltà per averlo, che si riesce a percepire con più nitidezza perché lo si desidera, anche se pure in questo caso non è semplice mettere chiaramente a fuoco motivazioni e aspettative.

Fino a qualche decennio fa diventare madre era un destino inevitabile e spesso non c’era nemmeno il tempo di interrogarsi sul proprio desiderio. Con la diffusione dei metodi contraccettivi, la maternità è diventata sempre più una scelta intenzionale e programmata, in cui le motivazioni personali acquistano un peso maggiore rispetto al passato. Inoltre non è scontato che tutti vogliano avere figli.

Perché una donna vuole un figlio? I motivi possono essere molteplici e molto diversi tra loro; alcuni dipendono dalla cultura in cui vive, altri dalla storia personale, altri ancora dalla storia familiare; alcuni sono pienamente consapevoli, altri sono inconsci; alcuni pongono le condizioni migliori per accogliere e fare spazio a una nuova vita, altri rappresentano un rischio maggiore per l’emergere di difficoltà di adattamento alla nuova condizione di mamma e per le possibilità del figlio di essere riconosciuto, accolto e rispettato come persona unica e differenziata dal genitore.

LE MOTIVAZIONI ALLA MATERNITÀ

Avere un figlio può rappresentare:

– il coronamento di un progetto familiare con il proprio partner, poter concretizzare l’amore di coppia in un nuovo essere umano con cui condividere il benessere e la ricchezza già presenti nel rapporto.

– prendersi cura di un altro essere umano, crescerlo, assumersene la responsabilità, trasmettere i propri valori e ideali.

– aderire alla convenzione sociale per cui  maternità e cura dei figli  sono la massima realizzazione femminile e il compito più importante e soddisfacente, e un passo normale da fare dopo il matrimonio. La pressione sociale può essere  così forte che per la donna diventa difficile distinguere se il proprio desiderio è autentico o  indotto dagli stereotipi sociali.

– realizzare completamente la propria identità.

– sentirsi importante, utile, capace di fare qualcosa di grandioso nel dare la vita a un altro essere.

– sperimentare quello che si immagina come la forma di amore più grande, un amore completo e totale.

– avere la garanzia (che in realtà è illusoria) dell’amore di un figlio e del suo sostegno nella vecchiaia.

– risolvere una crisi di coppia con un cambiamento radicale, tenere legato a sé il partner, scongiurare l’abbandono. In realtà l’arrivo di un figlio e le responsabilità che ne conseguono di solito complicano la routine della coppia e amplificano i problemi preesistenti, che si ripercuotono sul bambino e creano un ambiente non favorevole a uno sviluppo sereno.

-compensare le mancanze vissute nella propria infanzia e con la propria famiglia d’origine dando a un figlio tutto ciò che non si è avuto.

– realizzare  propri desideri e aspirazioni attraverso il figlio, nutrire la propria autostima attraverso i suoi risultati.

– colmare un senso di vuoto, di solitudine, di noia, di mancanza di stimoli.

– un nuovo inizio dopo eventi importanti e intensi come una malattia o un anestetico al dolore dopo un lutto o altre perdite, o un sostituto di un altro figlio morto.

– avere la  prova della propria potenzialità generativa, del fatto che il proprio corpo funzioni, sperimentare lo “stato di grazia” della gravidanza. In questo caso si parla di desiderio di gravidanza, distinguendolo da quello di maternità, in cui l’accento è sull’accudimento del bambino.

– lasciare un traccia di sé, un ricordo, divenire immortali attraverso il figlio.

– la speranza che il nuovo  figlio possa salvare la vita a un fratello o sorella malati, o che si prenda cura di un fratello o sorella disabile dopo la propria morte.

– adeguarsi al desiderio del partner.

– adeguarsi alle pressioni della famiglia e degli amici, alla paura di deludere le attese dei propri genitori; adeguarsi alla condizione di madre di tutte le proprie amiche per continuare a fare parte di una comunità e non esserne esclusa.

– una scelta fatta per la paura di pentirsi di aver rimandato la scelta e di decidersi quando è ormai troppo tardi.

Le condizioni ideali per accogliere un figlio si hanno quanto più la scelta deriva da un “desiderio per sovrabbondanza”, ovvero quando si desidera qualcosa che si aggiunge alla propria vita arricchendola. Significa che la propria vita è già “risolta”, ci si sente completi e appagati, problemi personali e di coppia sono stati sufficientemente elaborati e il figlio aggiunge, piuttosto che colmare un buco, una mancanza. Quanto più invece il figlio è chiamato a colmare un bisogno, a riparare, ricucire, tenere insieme, gratificare, consolare, dare senso alla vita dei genitori, tanto maggiore è il rischio che sia caricato di un compito, che non sia visto e riconosciuto nella sua unicità e che non possa svilupparsi liberamente.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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