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Benessere

O io o tua madre. Quando la convivenza con i suoceri è drammatica

Un rapporto conflittuale con i suoceri può diventare una sofferenza drammatica quando si vive nella stessa casa. Anche quando razionalmente si vorrebbe cambiare, motivazioni profonde e spesso inconsapevoli spingono a perpetuare una convivenza dolorosa per tutti

«La malattia di mio marito è peggiorata. Il medico dice che devo prepararmi, che non gli resta molto da vivere». La signora si è appena seduta nel mio studio in ospedale. Mi preparo ad accogliere il dolore, la rabbia, la paura che purtroppo ho ascoltato da altre persone prima di lei.

La psicoterapeuta Lucia Montesi

«Cosa la preoccupa di più?», chiedo, come faccio sempre, immaginando le solite risposte: perdere il compagno di una vita, crescere i figli da sola, problemi economici, la sofferenza del marito, la solitudine. Invece la risposta mi coglie di sorpresa: «Restare sola con mio suocero in casa. No, la sola idea mi atterrisce», sbotta con un gran sospiro come se si liberasse di un enorme peso. Il suocero, quindi; strano, penso. Sarà uno spostamento dell’ansia, un meccanismo di difesa. Ma poi, restando in ascolto di questa donna, viene fuori un lungo sfogo su una vita di sacrifici e di rabbia ingoiata. Una vita di coppia segnata fin dall’inizio dalla convivenza con il padre disabile di lui, persona egoista e prepotente. «Non posso pensare al futuro con lui. Mi ha sempre trattato male, come una serva. Io lo odio e so che è sbagliato». «E per suo marito cosa prova?», domando. «Rabbia! Perché non ha mai preso le mie difese. E adesso lui muore e me lo lascia sulle spalle. Ma non potrei mai mandarlo in una casa di riposo, sentirei di tradire la volontà di mio marito. Sono disperata.».

Altre volte, ascolto donne malate che durante i lunghi ricoveri maturano per la prima volta una consapevolezza lucida della propria condizione e un impulso a ribellarsi: «Ah no, quando tornerò a casa le cose cambieranno. Non subirò più le cattiverie di mia suocera, mi farò rispettare. Non so come ho fatto a sopportare per tutto questo tempo. Si rende conto? Io ho la leucemia e lei non chiede neanche come sto. Ora basta.».

Tutte storie di convivenze molto travagliate con suocere e suoceri vissuti come egoisti e rifiutanti e di mariti defilati, che non hanno mai preso chiaramente posizione. «Mi dice di portare pazienza, che sua madre è fatta così. Lo capisco, si trova tra due fuochi…ma esisto anche io. E mi basterebbe così poco, che per una volta stesse dalla mia parte».

Mi chiedo ogni volta cosa abbia portato queste donne ad accettare per una vita, a volte già dalla luna di miele, la presenza in casa e dentro la coppia di suoceri ingombranti, pesanti, anaffettivi, a volte anche violenti, fino a che qualcosa di dirompente, come una malattia grave, all’improvviso sembra scuoterle e dar loro la forza di cambiare. Spesso hanno sperato di trovare nei suoceri dei genitori da cui farsi adottare, perché hanno perduto i propri, o perché vengono da famiglie in cui si sono sentite poco amate e hanno coltivato la speranza di ricevere amore dai genitori del partner. Oppure hanno imparato che per farsi amare devono aiutare, accudire, sacrificarsi per gli altri. O ancora, sono scappate da famiglie in cui hanno vissuto prepotenza, violenza, trascuratezza, anaffettività, e finiscono per ricadere proprio dentro un’altra famiglia simile ricreando le stesse dinamiche con i suoceri, come purtroppo spesso accade, quando l’inconscio spinge a scegliere situazioni simili a quelle che ci hanno fatto soffrire per tentare, illusoriamente, di padroneggiarle e ripararle.

Il lavoro psicologico con queste donne permette intanto di dare uno spazio a sentimenti inconfessabili e di accogliere e lenire i sensi di colpa. La parte più difficile è renderle consapevoli di quanto esse stesse siano legate a questi suoceri di cui si sentono vittime e quanto in prima persona contribuiscano a mantenere un legame disfunzionale fonte di sofferenza per tutti. Per quanto razionalmente protestino e minaccino di volersene liberare, emotivamente li ricercano a faticano a distaccarsene, per quelle motivazioni profonde che le hanno spinte lì. Continuano a sperare di avere da loro un riconoscimento, un segnale anche minimo di apprezzamento, un «grazie», senza poter accettare che essi probabilmente non ne sono e non ne saranno mai capaci. Esattamente come tra figli e genitori. Solo uscendo da queste aspettative e recriminazioni sarà possibile impostare un rapporto diverso, da adulti ad adulti, in cui nessuno si sacrifica per l’altro ma si esige e si dà rispetto reciproco. (Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta – Piane di Camerata Picena (AN) – Tel. 339.5428950)