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I bambini e la “fase del no”: perché in realtà è un segnale positivo e come comportarsi

Tutti i bambini attraversano una fase in cui si oppongono a tutto esasperando i genitori. Si tratta della "fase del no", necessaria per crescere e divenire autonomi

bambino
(Foto di 192635 da Pixabay)

«Perché fa così? Prima era un bambino tranquillo, non si è mai comportato in questo modo! Ha qualcosa che non va? È colpa mia?». Uno dei momenti che possono mettere in crisi i genitori è quello della cosiddetta “fase del no”, anche definita in modo eloquente dei “terribili due anni”, che si manifesta in tutti i bambini solitamente a 2-3 anni. Improvvisamente, ogni occasione quotidiana diventa scenario di sfuriate di rabbia, pianto disperato, rifiuto, opposizione. Se alcuni genitori interpretano questi comportamenti semplicemente come capricci, altri ne restano turbati, preoccupati, temono che possano essere segnali di un disturbo o la conseguenza di propri errori educativi.

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

I genitori, anche a causa delle scarse possibilità di socializzazione e di confronto con altri bimbi dovute alla pandemia, generalmente pensano che il problema riguardi solo i propri figli e non sanno che si tratta invece di una fase fisiologica e normale dello sviluppo infantile che ha, anzi, un significato positivo, in quanto corrisponde alla comparsa della consapevolezza di essere individui autonomi  e in grado di esercitare la propria volontà.

In questa fase, i piccoli scoprono il potere della magica parolina “NO” e la ripropongono sistematicamente, ribellandosi cocciutamente a qualsiasi richiesta o proposta. Ai genitori esasperati suonerà strano, ma in realtà il “no” del piccolo rappresenta una conquista, un segnale positivo: la capacità di essere autonomo e distinto dagli adulti che se ne prendono cura. Dal momento in cui viene al mondo, il bimbo può crescere ed evolvere solo attraverso una graduale e progressiva separazione dalla figura di accudimento. All’inizio si sente ancora un tutt’uno con l’adulto e per arrivare alla consapevolezza di essere un individuo separato, con i suoi gusti o i suoi desideri diversi da quelli del genitore, è necessario un lungo percorso. Quando a due anni dice “No!” il piccolo rivendica la sua autonomia, è come se scoprisse per la prima volta di essere davvero diverso dalla mamma e dal papà.

Non vuole mettere il pigiama, non vuole smettere di giocare, non vuole togliere il cappotto. È un continuo “no”, persino quando gli si propone qualcosa di piacevole o che di solito gradisce. “No” a tutto e al contrario di tutto: cosa che disorienta e mette a dura prova i nervi del genitore. Il fatto è che il “no” viene utilizzato a priori, slegato dal contesto specifico, per il puro piacere di rifiutarsi di aderire a una richiesta e per poter pensare « Eh no, decido io!». A volte la verità è che, al di là del contrapporsi sempre e comunque, neanche il piccolo sa esattamente cosa vuole, oppure sa cosa vuole, ma non ha ancora le parole per esprimerlo: questo lo porta ad irritarsi e arrabbiarsi con sé stesso, arrivando a scenate isteriche furiose, a pestare i piedi, scalciare, buttarsi a terra.

«Perché lo fa solo con me? Mi fa fare certe figure!», lamentano i genitori, che non di rado sono oggetto di osservazioni e consigli (non  richiesti) di parenti, amici o persino sconosciuti. È invece logico che bambine e bambini si comportino in modo intrattabile e disobbediente soprattutto con la mamma o il papà,  perché è proprio da loro che dipendono maggiormente, ed è da loro che devono iniziare a  separarsi per diventare autonomi. La loro protesta è quindi necessaria e normale nell’età compresa grosso modo tra i 18 mesi e i 3 anni. Qualora gli stessi comportamenti si prolungassero e comparissero anche in età successiva, potrebbero essere un segnale di disagio che è consigliabile  approfondire.

Come gestire questi momenti di rabbia e opposizione dei piccoli? Quando è possibile, può essere utile dare al bambino un paio di alternative: «Vuoi il panino o un frutto?» , «Vuoi mettere la maglia blu o quella rossa?». Il fatto di avere una possibilità di scelta può far sentire il bambino più libero e indurlo a cooperare piuttosto che accanirsi nel rifiutare quella che sente come una imposizione categorica. Invece, irrigidirsi di fronte al “no” rimproverando e punendo il bimbo è in genere controproducente. Naturalmente, ci sono situazioni in cui non c’è possibilità di scelta, come nel caso dei comportamenti pericolosi, o di regole come l’andare a scuola o a letto o lavarsi i denti. In questi e in altri casi al “no” del piccolo non si possono lasciare alternative e occorre rimanere fermi, dicendo ad esempio «Mi dispiace, ma devi farlo». È importante lasciargli dire “no”, permettergli di protestare, ma non cedere sul comportamento. Se il genitore sa attendere con pazienza, senza reazioni eccessive, a volte al piccolo basta aver avuto la possibilità di sfogarsi protestando per poi tornare sui suoi passi e accettare la richiesta spontaneamente. L’aspetto importante è riconoscere le emozioni del bambino, verbalizzarle, dargli un nome («Sei arrabbiato perché non puoi avere quel giocattolo. Capisco la tua rabbia, ma non possiamo comprarlo») e in questo modo aiutare il piccolo a identificarle e gradualmente gestirle.

Quando il bimbo è in preda a vere sfuriate isteriche perde il controllo delle sue emozioni. Questo lo fa sentire disorientato e lo spaventa. Può essere utile abbracciarlo stretto finché non si calmi; questo gesto ha una funzione di contenimento che gli dà non solo un limite fisico, ma anche un senso di protezione e sicurezza che gli permette di recuperare il controllo su di sé. Può essere utile stabilire insieme anche un “luogo della calma”, un angolo della casa in cui rifugiarsi finché le emozioni sbolliscono, o delle modalità non distruttive e pericolose per sfogare rabbia e frustrazione, come colpire un cuscino oppure fare a pezzi della carta di giornale da destinare a questo uso. Non è utile né sano rimproverare i piccoli per ciò che sentono, in quanto le emozioni non sono controllabili, nemmeno negli adulti, a differenza dei comportamenti, che sono volontari; piuttosto, dobbiamo aiutarli e decodificarle e a trovare dei modi accettabili per gestirle.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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