Empatia, quando è troppa può essere dannosa (prima parte)

Si tratta di un'abilità che si trova alla base di buone relazioni sociali, in quanto consente di capire cosa pensano e sentono gli altri e quindi di provare compassione. Quando è eccessiva può però mettere a rischio il proprio equilibrio emotivo

È un termine molto utilizzato negli ultimi anni, sempre con una forte connotazione positiva: «Ci vuole più empatia nei rapporti con gli altri», «Mi piace, è una persona empatica che sa ascoltare», «Per aiutare gli altri devi sviluppare l’empatia». L’empatia è percepita come qualcosa di desiderabile e che “più ce n’è, meglio è”.

Esistono diverse definizioni di empatia. Per Singer, è “la capacità di inferire lo stato affettivo di un’altra persona generando uno stato affettivo isomorfo nel sé, con la contemporanea consapevolezza che la causa di tale stato affettivo è l’altro”. In termini più semplici, è la capacità di metterci nei panni dell’altro, di percepirne pensieri e stati d’animo, ma mantenendoli distinti dai nostri.

Una certa dose di capacità empatica è alla base dei rapporti sociali, ci permette di immaginare cosa possono pensare o provare gli altri, di intuire i loro bisogni, di comprendere i loro punti di vista. Le persone empatiche sono considerate altruiste e sono giudicate positivamente. D’altra parte, un eccesso di empatia può diventare dannoso quando non riusciamo più a distinguere ciò che è nostro da ciò che è dell’altro, non ci limitiamo a comprendere e immaginare la sua sofferenza ma la proviamo come se fosse la nostra e rischiamo di esserne sopraffatti.

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

L’empatia può essere immaginata lungo un continuum con diverse gradazioni. Una delle possibili teorie, vede ad esempio una suddivisione in sei livelli. Al livello zero si trovano le persone con disturbo antisociale/psicopatia, che sono incapaci di senso di colpa e rimorso, tutte orientate su di sé e il proprio tornaconto, mentre all’estremo opposto, al livello sei, si trovano quelle troppo sbilanciate verso gli altri. Oltre il livello sei, l’empatia è considerata patologica e disfunzionale.

L’empatia ha in realtà due componenti. L’empatia cognitiva consiste nel riuscire a vedere la prospettiva dell’altro, cogliere il suo punto di vista, inferire i suoi contenuti mentali, ovvero capire cosa sta pensando e che emozioni e sentimenti sta provando. L’empatia affettiva consiste nel sentire, in una qualche misura, le stesse emozioni dell’altro. Entrambe sono necessarie. Una persona potrebbe capire molto bene cosa pensa e prova l’altro, ma poi usarlo per il proprio tornaconto senza averne nessuna compassione, come accade nella personalità antisociale. O a contrario, una persona può essere contagiata e travolta dalle emozioni degli altri lasciandosi trascinare, senza comprendere cosa avviene e distinguere i propri contenuti mentali da quelli dell’altro.

Sentire troppo l’altro, può essere un pericolo persino nella relazione madre-bambino, quella in cui al massimo grado è auspicabile la capacità empatica. Nei primi tempi di vita è essenziale che la madre sia empatica, che sappia cogliere velocemente i bisogni del bambino, perciò è tutta sbilanciata verso il figlio per sentire ciò che lui sente e sintonizzarsi con lui, ma poi questa capacità deve attenuarsi, altrimenti deteriora la relazione e, soprattutto, se c’è una madre che sente e risponde a ogni suo bisogno, il figlio non può mai imparare a fare da sé.

Anche al di fuori della relazione genitore-bambino, un’empatia eccessiva diventa disfunzionale perché ci fa assorbire tutte le emozioni dell’ambiente senza filtro, ci carichiamo dei dolori degli altri fino a sentircene persino in colpa, è logorante e rischia di farci perdere nelle necessità degli altri dimenticando le nostre. Può portare persino a non riconoscere di avere accanto a sé un partner abusante, perché la propria empatia eccessiva fa perdere lucidità e  porta a mettersi tanto nei panni dell’abusante da giustificarlo. Così si finisce vittime anche di manipolatori e narcisisti.

Troppa empatia può portare alla “stanchezza da compassione”, un logorio per il continuo assorbire il dolore degli altri senza assumere una certa distanza autoprotettiva. Può alla fine danneggiare le relazioni invece che favorirle, perché può portare a essere iperprotettivi, oppure a pretendere dagli altri la stessa sensibilità, sviluppando poi rabbia e risentimento. Chi è empatico desidera essere di aiuto all’altro, ma un eccesso di empatia porta in realtà a un’incapacità di essere concretamente utile, perché fa perdere lucidità e paralizza, travolti dalle emozioni altrui sentite come proprie.

Come imparare allora a regolare la nostra capacità empatica? Nel prossimo articolo vedremo come fare per trovare una giusta distanza, per mantenere una sana sensibilità verso gli altri e la possibilità di mostrare partecipazione e dare supporto, ma mantenendo il nostro equilibrio emotivo.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta

Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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