Empatia, come trovare la giusta distanza (seconda parte)

Essere troppo empatici può portare a sovraccaricarsi del dolore altrui. Alcuni accorgimenti permettono di essere consapevoli del proprio coinvolgimento e di regolarlo

Nell’articolo precedente abbiamo visto come l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri e percepirne pensieri e stati d’animo, sia una capacità fondamentale nelle relazioni, ma rischi di diventare controproducente se portata all’eccesso. Essere troppo empatici può portare infatti ad essere sopraffatti dalle emozioni altrui, perdendo anche la capacità di essere di aiuto.

La regolazione della capacità empatica è uno dei temi che affronto più spesso nella formazione di operatori o volontari che si occupano di assistenza e cura. Di solito sono persone che scelgono questo tipo di lavoro o servizio perché tendono, di per sé, ad essere empatiche e a voler rispondere ai bisogni degli altri. Essendo a contatto con la sofferenza, devono imparare a regolare la propria vicinanza emotiva per essere accoglienti e dare supporto, ma senza sovraccaricarsi fino al rischio di bruciarsi a causa di un esaurimento psico-fisico.

Tutte le persone molto empatiche dovrebbero imparare ad automonitorarsi, ad essere consapevoli di cosa provano e ad avvertire i campanelli di allarme che segnalano che si stanno sovraccaricando. Io uso la metafora del “termometro del coinvolgimento”, una serie di domande che possiamo porci nelle varie situazioni per renderci conto di quanto siamo presi emotivamente ed eventualmente regolare la temperatura a un livello più funzionale per noi e per l’altro. Se siamo consapevoli del nostro stato emotivo, infatti,  possiamo anche in parte gestirlo.

Quali indicatori concreti ci segnalano quanto siamo coinvolti emotivamente con una persona o un problema? Intanto, il tempo che dedichiamo a qualcuno, che sia  un amico, un familiare, un assistito o anche un estraneo di cui abbiamo percepito un bisogno o una difficoltà: quanto tempo gli riservo? Quante volte vado a trovarlo? Quanto penso a questa persona? Quanto tempo passo preoccupandomi per lei? Sottraggo tempo ad altre persone o cose importanti per dedicarmi a lei?

La psicoterapeuta Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

E così anche per le energie: quante energie dedico a questa persona per cui mi sto preoccupando? Quanto trascuro il resto per lei? Quante risorse mobilito per rispondere a un suo bisogno? Mi sento stanco e affaticato? Gli altri vicino a me mi fanno notare che mi prendo troppo a cuore certe situazioni?

Un altro indicatore è il ruolo: sto rispettando il mio ruolo? L’empatia che provo per questa persona mi spinge ad andare oltre il mio ruolo per aiutarla? Faccio cose che non mi competono? Mi sostituisco, ad esempio, a un suo familiare?

Che emozioni sento di fronte a quella persona che mi coinvolge? Angoscia, rabbia, gioia, tristezza, colpa, solitudine, vergogna, frustrazione, impotenza? Mi ricorda forse altre persone importanti della mia vita e della mia storia?

E quali pensieri accompagnano queste emozioni? Ad esempio: “Non posso lasciarlo solo”, “Se non la ascolto io, non la ascolterà nessuno”, “ Solo io posso capirlo”, “ “Sono importante per lei”, “Non posso deluderlo”, “Penserà che me ne frego”, “E’ proprio come me da piccolo”…

Se ci accorgiamo che ci stiamo sbilanciando troppo verso l’altro, rischiando di perdere equilibrio emotivo, lucidità ed energie, possiamo utilizzare degli accorgimenti:

  • Le regole: danno un limite all’empatia e al tempo stesso la permettono. Decidere, ad esempio, che non posso dedicare più di un’ora ad ascoltare un amico con un problema, o stabilire di non dare il numero di telefono personale a chi assisto come volontario, o non rispondere al telefono dopo una certa ora, sono confini che mi permettono di essere presente e disponibile con energie sufficienti. Andare oltre ciò che possiamo per non sembrare poco accoglienti, alla lunga ci porta ad essere davvero poco accoglienti, perché saremo stanchi e irritati.
  • La differenza. Troppa empatia porta a confondere le emozioni nostre e dell’altro, fino al contagio diretto, senza capire l’origine dell’emozione. Allora dovremmo allenarci a chiederci continuamente: di chi sono queste emozioni, le mie o le sue? Dovremmo poi distinguere le situazioni: “Questa persona mi ricorda tanto mia madre, ma non è lei”, “Mi ricorda tanto come stavo io, ma non sono io, la sua situazione è diversa. In cosa è diversa?”.
  • Ridimensionare le aspettative: della sofferenza altrui che percepiamo, cosa dipende da noi? Cosa è in nostro potere? Cosa possiamo controllare? Se è fuori dal nostro controllo, dobbiamo accettare di lasciar andare.
  • Noi stessi siamo lo strumento con cui entriamo in empatia per poter essere di aiuto. Se non curiamo prima noi stessi e lo strumento, non possiamo essere utili. Dobbiamo essere centrati su noi stessi per poi muoverci verso un altro. Dobbiamo stare bene se vogliamo sostenere un altro, altrimenti ci lasciamo trascinare a fondo e da laggiù non saremo più utili a nessuno. Troppa empatia porta al senso di colpa e a dire “Lui sta così male, io non posso stare bene, non è giusto”, invece dovremmo dire “Mi curo di me e dei miei bisogni per stare meglio possibile, così potrò avere le energie per aiutarlo”.

 

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Consulenza anche via Skype
Tel. 339.5428950