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Educazione e punizioni: come intervenire per correggere i comportamenti problematici dei bambini?

Tra le strategie usate dai genitori per correggere un comportamento problematico, alcune sono più efficaci e consigliabili, altre si rivelano dannose e controproducenti. I consigli della psicoterapeuta Lucia Montesi

Immagine di repertorio

“Qual è la punizione migliore? Come fargli capire che sbaglia? Come fare perché si comporti meglio?”, mi chiedono i genitori di fronte a comportamenti dei figli che vorrebbero correggere. Il tema delle punizioni è un tema caldo e controverso in cui prendono facilmente il sopravvento convinzioni personali e modelli educativi tramandati dalla famiglia di origine, perciò è particolarmente importante fare chiarezza.

Il metodo in assoluto più efficace per correggere i comportamenti problematici è premiare i comportamenti  positivi di bambini e ragazzi. Il genitore tende a intervenire quando il comportamento è disturbante, mentre difficilmente sottolinea l’appropriatezza di un comportamento adeguato: lo dà per scontato. Invece evidenziare il comportamento positivo (il bambino che rimane seduto tranquillo al ristorante, o che non fa capricci al supermercato nel reparto giocattoli), senza dover necessariamente erogare chissà quali premi, ma anche dicendo semplicemente “Bravo, ti sei comportato davvero bene”, ha un effetto molto potente nell’incoraggiare a ripetere il comportamento positivo. Anche i bambini più disubbidienti e problematici a volte riescono a controllarsi ed è molto più efficace cogliere ed esaltare una di queste occasioni che somministrare cento punizioni esemplari.

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

Quando si vuole sanzionare un comportamento, l’ideale è farne semplicemente sperimentare le conseguenze. “In natura non ci sono né ricompense né punizioni: ci sono conseguenze” (R. Green Ingersoll): molto spesso, e comunque in molte più occasioni di quanto i genitori pensino, per correggere un comportamento-problema basterebbe lasciar accadere le conseguenze naturali del comportamento stesso, senza bisogno di escogitare particolari punizioni e castighi.

Cosa significa lasciar accadere le conseguenze? Significa, ad esempio, che se distruggi un oggetto, dovrai starne senza, oppure ricomprarlo con i tuoi soldi; che se ti presenti sempre in ritardo all’ora stabilita per la cena, non troverai più il tuo piatto; che se non fai i compiti, andrai a scuola senza. Senza bisogno di minacciare, imporre, urlare, ma in modo chiaro e fermo. Sembra ovvio, ma quasi nessuno lo mette in pratica, e la proposta di applicare questo metodo suscita nella maggior parte dei genitori stupore e opposizione, perché ritenuto o troppo blando («Cosa vuole che gliene importi, di andare a scuola senza compiti? Anzi, sarebbe tutto contento!») o troppo duro/pericoloso/controproducente: «Ha spaccato il telefono in un momento di rabbia, ma non posso mica lasciarlo senza, come farebbe senza telefono? E poi non potrei rintracciarlo», «Se dovesse ricomprarlo con i suoi soldi intaccherebbe i suoi risparmi e non mi sembra bello», «Non posso mica lasciarlo senza cena, non va bene per la sua salute», «Se andasse a scuola senza aver fatto i compiti, poi l’insegnante se la prenderebbe con noi perché non lo seguiamo abbastanza». In questo modo, però, bambini e ragazzi  non  sperimentano mai le conseguenze naturali dei propri comportamenti, da cui vengono protetti. In realtà, se si prova anche solo per una volta, si può osservare come sia il modo più rapido ed efficace perché si assumano la responsabilità delle proprie scelte e imparino a controllarsi.

Molti genitori ritengono che sia più efficace infliggere punizioni, come ad esempio la privazione di attività piacevoli: «Ti ricompro il telefono che hai distrutto, ma per punizione non andrai a calcio», «Stasera non esci, perché hai preso un brutto voto». Di per sé le punizioni sottrattive possono essere opportune e avere un’utilità, il problema è che sono punizioni scollegate dal comportamento-problema originario e risultano spesso poco efficaci, se non controproducenti, almeno nel modo in cui di solito sono applicate.

Perché di solito non serve e, anzi, è controproducente infliggere una punizione privando di qualcosa che è particolarmente gradito? Perché se non c’è un nesso tra gesto e conseguenza, ad esempio «Non vai a calcio perché hai preso un brutto voto», togliere l’attività gradita non fornisce l’occasione per riflettere sui motivi del brutto voto e sulle strategie per evitarlo, e allo stesso tempo priva il bambino o il ragazzo di un’esperienza che invece può rappresentare una risorsa, in questo caso dello sport come attività salutare, come momento di socializzazione, come contesto in cui deve imparare a sottostare a delle regole, come ambito in cui magari si sperimenta capace, e per molti bambini con problemi di comportamento non è affatto facile trovare occasioni utili alla propria autostima in cui potersi finalmente sentire competenti. Quindi questo tipo di punizione rischia di non risolvere il problema originario e di crearne uno ulteriore. Privare qualcuno di qualcosa di piacevole svolge piuttosto la funzione di “fargliela pagare”, ma in un modo che rischia di essere sterile, senza produrre un cambiamento migliorativo.

Per far cessare un comportamento problematico si può ricorrere anche ad altre strategie:

ignorare il comportamento problematico quando il bambino fa i capricci: se non gli si presta attenzione, il comportamento si estinguerà perché non otterrà l’effetto sperato. È una tecnica semplice ed efficace, ma non utilizzabile se il comportamento è pericoloso o distruttivo.

-il rimprovero verbale: deve essere sempre diretto al comportamento specifico e mai alla totalità del bambino. Non dire quindi “sei cattivo”, ma “questo tuo comportamento non mi piace”.

-la sanzione riparatoria, per cui il bambino deve “risarcire” o riparare la malefatta con un comportamento desiderabile, ad esempio un lavoretto in casa.

– il time-out, ovvero l’allontanare il bambino dalla situazione in atto, insegnandogli e stare per un po’ in un angolino tranquillo, ad esempio perché sbollisca la rabbia e recuperi il controllo su di sè. Non è il “mettere in castigo” in un posto pauroso, metodo purtroppo ancora molto usato; anzi, il luogo deve essere stabilito insieme al bambino perché deve avere una funzione positiva di aiutarlo a calmare la tensione.

La punizione attraverso la violenza fisica è sempre da escludere. Più del 90% dei genitori usa punizioni corporali per correggere il comportamento dei figli. Nella nostra cultura è considerato normale che un adulto possa dare una sculacciata a un bambino: la maggior parte delle persone ritiene che uno “scappellotto” non abbia mai ucciso nessuno, o che a volte il comportamento del bambino sia così intollerabile da “levartele dalle mani”. Lo scopo della punizione fisica è causare una sofferenza per correggere il comportamento. In realtà, tutti gli studi dimostrano che si ottiene l’effetto opposto.

Picchiare il bambino disobbediente è uno scarico di tensione per l’adulto, che infatti tende a picchiare quanto più perde il controllo, e quanto meno è capace di gestire rabbia e frustrazione. La punizione fisica momentaneamente interrompe il comportamento indesiderato, ma in realtà innesca un’escalation di aggressività. Le botte generano nel bambino confusione, paura e dolore, nonchè risentimento e desiderio di rivalsa. Usando la punizione fisica, i genitori offrono al figlio un modello aggressivo di gestione dei conflitti e delle difficoltà, che il bambino applicherà anche con i coetanei. Obbedire per paura della punizione, poi, non favorisce l’acquisizione di un senso morale autentico. Minacciare invece punizioni che poi non verranno messe in pratica – abitudine molto frequente- ha molteplici effetti negativi: il genitore perde credibilità agli occhi del figlio, il rapporto di fiducia si incrina e il bambino impara che è buona cosa sfruttare l’ingenuità e onestà altrui.

Anche il ricatto affettivo, apparentemente più innocuo delle percosse, produce in realtà effetti gravi. Dire al bambino “Allora non ti voglio più bene” – oltre ad essere falso- genera nel bambino piccolo senso  di colpa, insicurezza e paura dell’abbandono. Molti genitori hanno forti resistenze ad applicare il metodo della conseguenza naturale, temendo sia eccessivo per il figlio, ma non esitano ad utilizzare il ricatto affettivo oppure a mantenere ostilità e rancore per giorni (il “tenere il muso”…), ignorando che questo è molto più dannoso per il bambino.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta Consulenza, sostegno e psicoterapia online tramite videochiamata
Studi a Piane di Camerata Picena (An) e
Montecosaro Scalo (Mc)
Per appuntamento tel. 339.5428950


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