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Benessere

“E invece, pensa”: scoprirsi capaci di farcela

Con le parole della canzone di Fiorella Mannoia la psicologa e psicoterapueta Lucia Montesi racconta il viaggio di tutte quelle persone e dei bambini che, imprigionati a lungo nella sofferenza, un giorno, scoprono che le catene si sono allentate, o che non esistono più, in primo luogo nella loro testa

Il video è uscito nella giornata nazionale contro la violenza sulle donne e il testo parla di una donna che trova la forza di reagire a una violenza soprattutto psicologica, ritrovando se stessa. È la canzone, bellissima, di Fiorella Mannoia, che in questi giorni ho ascoltato spesso alla radio durante il lungo tragitto per andare al lavoro. Il ritornello dice “E invece pensa/ nessuna conseguenza/ di te so stare senza/ non sei necessario alla mia sopravvivenza”, e ancora “E invece pensa/io non mi sono persa/di quel che è stato non resta/nessuna conseguenza”. E più la ascolto, più non posso fare a meno di ripensare a tutti quei miei pazienti che, a un certo punto del loro percorso psicoterapeutico, si sono anche loro sorpresi a pronunciare il proprio “E invece, pensa…”, riconoscendosi per la prima volta la capacità di reagire, di farcela, di uscire dal dolore e dall’impotenza a cui si erano rassegnati.

La canzone parla di una donna che riesce a liberarsi dalla sudditanza psicologica, da un uomo, compagno o padre, che vorrebbe tenerla legata convincendola di essere inadeguata, sbagliata, incapace di cavarsela da sola. Ma io ci vedo anche tante altre storie. La storia di tutti quelli che sono stati imprigionati a lungo nella sofferenza e un giorno scoprono con sorpresa che le catene si sono allentate, o che non esistono più, in primo luogo nella loro testa. Non solo donne manipolate da uomini, padri o compagni. Ma anche uomini manipolati da donne, madri o compagne; figli ostaggi dei genitori; genitori ostaggi dei figli; donne, uomini e bambini ostaggi di un trauma, dell’ansia, di aspettative altrui o di un proprio ideale.

Oppure di qualunque persona o cosa ti faccia dire “Io non posso stare senza, anche se fa stare male”, o “Non mi libererò mai di questa pena”, “Se lui mi lasciasse morirei”, “Non sarò mai felice senza l’approvazione di mia madre”, “Mio figlio mi picchia ma sopporto perché ho paura di perderlo”, “Non posso avere bambini…che senso potrà avere la mia vita? Non posso vivere senza un figlio”, “Mi hanno tolto il seno…come farò senza la mia bellezza? Chi mi vorrà?”, “Sono stato abusato da piccolo, sarò difettoso per sempre”, “Sono cinque anni che non esco neanche sul pianerottolo per il panico, lei dottoressa non può chiedermi di provare ad attraversare la strada, morirei”. Tanti modi diversi di pensare “Non ce la farò”, “Se provo succederà qualcosa di terribile”, “Soffrirò per sempre”.

Io ascolto e accolgo, coltivando l’intima fiducia nell’attesa di quel momento commovente, che per alcuni arriva prima, per altri dopo un lungo percorso faticoso, in cui pronunciano il loro “E invece, pensa…”: “E invece, pensa, sembra incredibile ma non solo ho attraversato la strada, l’ho fatto pure di sbieco per farla più lunga!”; “Pensavo che la mia vita sarebbe stata vuota senza un figlio, e invece, pensa, quasi quasi ho imparato a spassarmela!”; “Mi ero fissato su quell’abuso subìto da piccolo…ma invece è vero, sono diventato un uomo in gamba…nessuna conseguenza”; “Credevo che mi sarei buttato di sotto se lei mi avesse lasciato, e invece, pensa, ora lei mi scrive e io neanche le rispondo”; “Temevo di perdere mio figlio se fossi stata più dura con lui e invece, pensa, mi ha abbracciato per la prima volta”, “Credevo che mia madre in fondo avesse ragione, che non sono capace di nulla, e invece, pensa, mi sono reinventata la vita a quarantadue anni e ne sono fiera”.

La paura di perdere e perdersi può far restare in legami dolorosi, o spingere anzi ad aggrapparcisi, a portarsi dietro un fardello anche quando gli antichi responsabili del dolore non ci sono più, a coltivare e concimare un’immagine di sé difettosa e impotente anche quando le catene in realtà non ci sono più, per la paura di non poter sopravvivere senza quell’identità e quella realtà che, anche se fa soffrire, è l’unica conosciuta. Se, però, si prova a pensare di poter cambiare, di poter stare meglio, se si prova a fare un primo piccolo passo, ci si può scoprire capaci di una forza e di una capacità di rinascita sorprendenti. (Dottoressa Lucia Montesi, Psicologa Psicoterapeuta, tel. 339.5428950)