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Malattie mentali, esistono ancora pregiudizi?

L'atteggiamento della società verso i disturbi mentali sta cambiando, ma permangono ancora pregiudizi e convinzioni errate che ostacolano l'accesso alle cure. Le riflessioni della psicologa Lucia Montesi

I disturbi mentali sono caratterizzati da un’alterazione della sfera cognitiva, della regolazione delle emozioni o del comportamento di un individuo, alterazione che riflette una disfunzione nei processi psicologici, biologici o evolutivi alla base del funzionamento mentale. Come si intuisce già dalla definizione, il campo dei disturbi mentali è davvero molto ampio e comprende condizioni molto differenti tra loro. Il DSM, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali usato in tutto il mondo, è un volume di oltre mille pagine che descrive un elevatissimo numero di sindromi, spaziando dalla disabilità intellettiva al disturbo depressivo, dalle fobie all’anoressia nervosa, dalle disfunzioni sessuali all’insonnia, al disturbo da stress post-traumatico, dai disturbi dell’apprendimento alla schizofrenia. Nel 2019, l’OMS stimava che a convivere con un disturbo mentale fossero 970 milioni di persone nel mondo, numero ulteriormente incrementato da pandemia e guerra.

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

Anche solo sfogliando l’indice del DSM, si può osservare come la definizione di “disturbo mentale” non coincida con l’opinione comune, che tende ad attribuirvi una connotazione di particolare gravità e ad identificarla con l’immagine del “malato di mente”, sovrapponendola al più ristretto ambito dei disturbi psicotici, che ne costituiscono solo una piccola parte. Per fare qualche esempio, l’elenco dei disturbi mentali comprende anche l’insonnia, oppure il disturbo disforico premestruale, che si riferiscono a condizioni molto comuni, diffuse, percepite come “normali” e che certamente non evocano lo spettro della malattia mentale. Il disturbo mentale non è infatti nettamente separato dalla normalità o salute mentale, non è qualcosa di radicalmente diverso, ma si pone lungo un continuum in cui il confine si basa su un criterio di gravità e durata dei sintomi e  di intensità del disagio e della compromissione. Una condizione mentale viene classificata come disturbo quando comporta un significativo livello di disagio o sofferenza percepita dal soggetto, o di disabilità in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Si parla quindi di disturbo mentale quando la persona soffre in modo significativo e/o ha importanti difficoltà a portare avanti il suo normale funzionamento nelle diverse aree di vita, come lo studio, o il lavoro, o i rapporti sociali.

Esistono ancora pregiudizi riguardo ai disturbi mentali? Da una parte si osserva un cambiamento nella mentalità comune verso una normalizzazione del disturbo mentale e della sua cura, dall’altra permangono stigma e convinzioni errate che ostacolano l’accesso ai trattamenti appropriati e influiscono negativamente sulla qualità di vita di chi presenta un disturbo mentale.

Da qualche anno, sempre più personaggi noti del mondo dello spettacolo o dei social decidono di condividere con il pubblico la propria sofferenza mentale, incoraggiando a superare il senso di vergogna e a rivolgersi agli specialisti per poter ottenere i trattamenti opportuni, così come accade per qualunque altro disturbo medico. Il pubblico, da parte sua, sembra aver sviluppato una maggiore sensibilità sul tema. Solo pochi giorni fa, si è sollevata un’imponente ondata di indignazione e proteste  in seguito a quanto accaduto durante la trasmissione televisiva “Grande Fratello Vip”, in cui uno dei concorrenti, in condizioni di sofferenza mentale come da lui stesso dichiarato, veniva isolato dal resto del gruppo e fatto oggetto di commenti  quali “ Merita di essere bullizzato”, “Sei patetico”, “È matto”, “Sei  la causa dei tuoi mali”, “Vai alla neurodeliri”, “Non può entrare  con gli psicofarmaci qui dentro”. Se da una parte l’unanimità dello sdegno popolare può fare supporre una maggiore comprensione della natura della malattia mentale rispetto al passato e una diminuzione dello stigma, dall’altra quanto avvenuto in trasmissione rispecchia purtroppo la condizione quotidiana di molte persone con una sofferenza psicologica.

Accade molto spesso che chi ha un disturbo mentale venga colpevolizzato per la propria malattia o tacciato di essere pigro, senza forza di volontà, irresponsabile, esagerato. Questo accade soprattutto con alcuni disturbi, in particolare  quelli depressivi, e non è un caso quanto accaduto nella citata trasmissione. Se verso alcune condizioni si osserva finalmente un atteggiamento di maggiore apertura e interesse, altre suscitano minor simpatia. Una persona depressa è pesante, è noiosa, non è divertente, non è brillante, non si dà da fare, non è in linea con quanto la società attuale prevede e accade spesso che le venga detto “Non ti manca niente!”, “Datti una mossa”, “Ti piangi addosso”. Queste reazioni non fanno che alimentare la diffusa convinzione che dal malessere psicologico sia necessario uscire da soli, con uno sforzo di volontà, cosa che a nessuno verrebbe in mente di sostenere per un disturbo fisico come un mal di denti o una colica renale.

La recente introduzione del “bonus psicologo” e le iniziative regionali volte a istituire la figura dello “psicologo di base” segnalano l’interesse delle istituzioni per la salute mentale e il tentativo di dare una risposta concreta ai bisogni dei cittadini. Bisogni molto diffusi, considerando che in appena due giorni dall’apertura della procedura per l’accesso al bonus, sono state presentate centomila domande. Bisogni psicologici sempre più diffusi e incrementati dagli accadimenti degli ultimi due anni, maggiore propensione da parte dei cittadini a chiedere aiuto psicologico, normalizzazione del disagio mentale e del relativo trattamento, per cui sempre meno persone credono che consultare uno psicologo o intraprendere una psicoterapia significhi essere pazzi o deboli.

Se la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sono diventate più familiari, quella dello psichiatra suscita ancora timori e resistenze. Ogni volta che suggerisco a un mio paziente una consulenza psichiatrica per un eventuale supporto farmacologico, osservo un irrigidimento: “Perché anche dallo psichiatra?”, “Allora sono così grave?”, “Non voglio che mi rimbambisca di psicofarmaci”. D’altro canto, le stesse persone magari utilizzano da anni ansiolitici prescritti dal medico di medicina generale, ma non li percepiscono come “psicofarmaci”, o li considerano più innocui rispetto a ciò che immaginano potrebbe prescrivere uno psichiatra. Molte persone, di fronte all’ipotesi di un supporto farmacologico da affiancare alla psicoterapia (a volte necessario e raccomandato), chiedono se possono bypassare lo psichiatra ricorrendo al medico di base («Non è lo stesso se chiedo al mio medico?») o al neurologo, percepito come meno stigmatizzante, ma più appropriato per altri tipi di patologie. Lo psichiatra resta la figura professionale che maggiormente evoca lo spettro della malattia mentale grave, della “pazzia”, e insieme la vergogna, la paura di essere visti mentre si entra nel suo studio o che altri sappiano che si è ricorsi al suo intervento. In realtà, lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria, conosce gli aspetti biologici delle malattie psichiche e può prescrivere farmaci, oltre a poter effettuare psicoterapia. Si occupa di qualsiasi disturbo mentale e non solo di quelli più gravi che nel pensiero comune vengono etichettati come “pazzia” ed è lo specialista più adatto per decidere se e quali psicofarmaci usare, in che dosi, per quanto tempo, in base alla situazione specifica della persona.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Consulenza, sostegno e psicoterapia online tramite videochiamata
Studi a Piane di Camerata Picena (AN) e
Montecosaro Scalo (MC)
Per appuntamento tel. 339.5428950

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