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Benessere

Cancro, esiste un modo giusto per affrontarlo? Risponde la psicologa

Di fronte a una malattia grave, dopo la prima reazione di shock, la mente si adatta con delle reazioni tipiche che è importante conoscere

orsacchiotto, tristezza
Foto di Pexels da Pixabay

Oggi ricorre la Giornata Mondiale contro il cancro. Da psicologa che lavora da tanti anni in Oncologia, colgo questa occasione per approfondire un aspetto che ricorre sistematicamente, nei miei incontri con le persone malate e con i loro familiari: l’atteggiamento “giusto” per affrontare la malattia. È la domanda che mi sento rivolgere più spesso, declinata in diverse sfumature: «Qual è il modo giusto per affrontare il tumore?», «Mi dicono che devo pensare positivo, come si fa?», «So che non va bene come sto reagendo, mi aiuti a cambiare», « Gli altri reagiscono meglio, perché io non ci riesco?», «Dottoressa, dica a mio marito che se non cambia atteggiamento non guarirà!».

Lucia Montesi
La psicoterapeuta Lucia Montesi

Per poter rispondere alla domanda su quale sia l’atteggiamento migliore per affrontare la malattia, è indispensabile sapere prima cosa accade nel mondo emotivo di una persona che vive la condizione di una malattia grave, propria o di un suo familiare, e quali strumenti la mente usa per adattarsi. Conoscere queste informazioni aiuta a capire molte reazioni emotive alla malattia, ad interpretarle nel modo corretto e a distinguere se possano considerarsi normali o invece risposte maladattive su cui è necessario intervenire.

Quando si riceve una diagnosi di malattia grave, la prima reazione è di shock: «Non può essere vero», «Deve esserci un errore». Questo è un meccanismo di difesa che ci aiuta a prendere tempo per non essere sopraffatti dall’angoscia e ad adattarci gradualmente alla nuova realtà e può durare anche diversi giorni o persino settimane. Questo iniziale  rifiuto va compreso e rispettato perché utile, a meno che non si protragga così a lungo da ostacolare il ricorso alle terapie.

Dopo la fase di stordimento, presa consapevolezza della malattia, subentra spesso la rabbia: «Perché proprio a me?». Non significa che desideriamo che accada agli altri, ma semplicemente che cerchiamo una spiegazione per quello che ci accade. La rabbia può colpire i medici, il destino, Dio, le persone sane, e spesso i familiari. Questi non sanno come comportarsi e soffrono quando vengono attaccati ingiustamente, ma anche la rabbia è un’importante difesa che aiuta l’individuo ad attivarsi e reagire. Può essere d’aiuto pensare che non si tratta di un attacco personale, ma di una rabbia verso la malattia che si tende a sfogare con le persone più care, con cui ci si sente più liberi di esprimersi.

Alla rabbia si alternano sentimenti di paura e ansia, che fanno normalmente parte del percorso di malattia. In un momento successivo, dominano invece i sentimenti depressivi e la consapevolezza di quante perdite si è costretti a subire a causa della malattia: può essere la perdita di una parte del corpo (i capelli, il seno), o del ruolo sociale (se si deve sospendere il lavoro), o del ruolo familiare (si può non avere l’energia per occuparsi come prima dei bambini, ad esempio). Anche le persone che pensavano di aver reagito bene alla malattia, ora possono avere momenti di sconforto e pianto. Questo è normale e fa parte dell’elaborazione della malattia, soprattutto quando termina la fase attiva del trattamento, che dà una sensazione di controllo e di protezione da parte dei medici, e ci si ritrova soli a fare i conti con i cambiamenti avvenuti.

Nel percorso ideale della malattia,  si raggiunge infine una fase di accettazione, in cui non si è più sopraffatti dalla tristezza o dalla paura, né dalla negazione, ma si riesce a dare un senso alla malattia all’interno della propria vita. Nonostante sia un’esperienza dolorosa, molte persone riescono a farne occasione di crescita e cambiamento positivo. Dopo la malattia le priorità cambiano, si può diventare,  ad esempio, più flessibili e capaci di apprezzare le piccole cose e godere del presente, evitando preoccupazioni inutili e incanalando meglio le energie. Il fatto che la fase di accettazione avvenga alla fine e di solito dopo tutte le fasi precedenti, fa capire perché è molto raro che si riesca ad accettare subito quello che accade, e perchè di norma occorra un tempo di elaborazione e metabolizzazione.

Questo percorso emotivo costituisce la modalità con cui la nostra mente si adatta alla malattia. Non è né giusto né sbagliato, semplicemente è la reazione naturale della mente allo stress e avviene nella quasi totalità delle persone. Qual è perciò, in questo contesto, l’atteggiamento più utile con cui affrontare la malattia? Tra i vari modi con  cui le persone reagiscono alla malattia, quello considerato più funzionale è lo stile definito “combattivo”: questo prevede sì un atteggiamento attivo e di sfida verso la malattia, la partecipazione convinta e fiduciosa alle cure, il desiderio di informarsi e migliorare lo stile di vita, ma prevede anche normali livelli di ansia e demoralizzazione, che fanno naturalmente parte della reazione emotiva. Si può combattere la malattia e allo stesso tempo piangere se si è tristi, si può avere paura ma allo stesso tempo essere fiduciosi. Avere un atteggiamento positivo non significa non esprimere anche le emozioni negative, che costituiscono una reazione inevitabile e la cui espressione è un fattore protettivo della salute mentale. Una consulenza o un supporto psicologico permettono di  distinguere le situazioni in cui invece il malessere supera il livello di guardia diventando un disturbo vero e proprio (come una depressione clinica, diversa dall’umore depresso che può accompagnare la malattia in alcuni periodi), e in ogni caso sono di grande aiuto nel sostenere la persona nell’adattamento alla malattia.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
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