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Autolesionismo: il dolore fisico come anestetico del dolore mentale

Infliggersi volontariamente dolore fisico è un modo per spostare l'attenzione da una sofferenza mentale sentita come intollerabile. Ne parliamo con la psicoterapeuta Lucia Montesi

Immagine di repertorio

L’autolesionismo consiste in un danno deliberato e autoinflitto al proprio corpo senza una finalità suicidaria ed è un fenomeno complesso, comune negli adolescenti (soprattutto femmine) e presente anche negli adulti. Circa il 15-20% degli adolescenti si procura volontariamente lesioni in modo occasionale, il 7,8% in modo ripetitivo, ma l’incidenza è ulteriormente aumentata con la pandemia. L’età media di esordio è tra i 12 e i 14 anni, ma tende ad abbassarsi ulteriormente. Le cause possono essere diverse, ma spesso si tratta di una strategia per gestire la sofferenza psicologica: il dolore fisico autoprocurato diventa paradossalmente un anestetico che attenua momentaneamente un malessere psichico vissuto come intollerabile.

Dal 2013, l’autolesionismo è stato inserito tra i disturbi mentali nel DSM -5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) come un disturbo a sé stante, con una propria specificità, anche se spesso si presenta all’interno di altri disturbi: l’87% degli adolescenti che praticano l’autolesionismo presenta infatti anche un altro disturbo mentale, in particolare depressione maggiore, disturbo post-traumatico da stress, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo della condotta, disturbo oppositivo-provocatorio, abuso di sostanze, disturbi dell’alimentazione, disturbi dissociativi, disturbi della personalità. Si tratta quindi di una sintomatologia psico-comportamentale trasversale a diverse aree di disagio psicopatologico.

La condotta autolesiva, per essere diagnosticata come tale, deve essere ripetuta più volte (almeno 5 in un anno), deve indurre una sensazione positiva, essere preceduta dall’aspettativa di ottenere un sollievo da una sensazione o stato cognitivo negativo o di risolvere una situazione relazionale. Deve inoltre causare un disagio significativo e comportare compromissione dei vari ambiti vitali. Il mezzo più comune per realizzare l’autolesionismo è il taglio della pelle con diversi tipi di oggetti affilati, soprattutto a livello di arti e addome; meno comuni sono bruciature, morsi, incisioni e marchiature.

Lucia Montesi
Lucia Montesi

È necessario indagare se ci sia anche ideazione suicidaria, perché, anche se l’autolesionismo in sé non ha come scopo il suicidio, i due eventi risultano correlati. Pensieri di morte e tentativi di suicidio sono più frequenti in chi pratica autolesionismo rispetto alla popolazione generale, soprattutto nel sesso femminile. Si pensa che nel tempo gli atti di autolesionismo possano desensibilizzare il corpo dal dolore fisico e aumentare così la capacità di mettere in atto il suicidio.

Il comportamento autolesivo spesso non arriva immediatamente all’attenzione di genitori o altri adulti, perché è messo in pratica in ambiente solitario, occultandolo, nascondendo graffi e cicatrici con gli abiti, realizzato non con lo scopo di attirare l’attenzione di altri, ma di ottenere sollievo da uno stress psichico. In altri casi, soprattutto nelle persone con disturbo borderline di personalità, il comportamento viene invece messo in mostra e ha una finalità dimostrativa.

I FATTORI DI RISCHIO

Alcune caratteristiche ricorrono nei soggetti autolesionisti e possono costituire fattori di rischio, fattori scatenanti o di mantenimento del disturbo:
-Impulsività e difficoltà a regolare le emozioni
-Sentimenti di inadeguatezza e inferiorità
-Autosvalutazione
-Disagio nelle interazioni sociali
-Ipersensibilità alla frustrazione interpersonale
-Sospettosità, percezione dell’ambiente esterno come pericoloso
-Paura della perdita
– Vissuti di colpa e vergogna
Alessitimia, ovvero la difficoltà a riconoscere le emozioni correttamente in sé e negli altri e a comunicarle
-Abusi subiti, eventi stressanti
-Problemi familiari e relazioni negative con i pari.

Il ruolo svolto da mass media non è univoco: appartenere ai gruppi dedicati all’autolesionismo presenti nei social network, induce nella maggior parte dei membri una diminuzione del comportamento autolesivo, in altri al contrario un’accentuazione. Da un lato nei gruppi ci si può sentire compresi e sostenuti, superando vergogna ed emarginazione, dall’altro si possono trovare incitamenti e indicazioni pratiche per compiere gesti autolesivi.

LE FUNZIONI DELL’AUTOLESIONISMO

Si ipotizza che l’autolesionismo possa svolgere diverse funzioni: esprimere sensazioni negative; ridurre le emozioni negative o il senso di vuoto e inutilità; ottenere eccitazione e una scarica di energia; entrare in uno stato di torpore o insensibilità; silenziare con il dolore fisico una situazione psicologica stressante; sperimentare una consapevolezza di sé, sentirsi esistere; acquisire un senso di controllo sull’ambiente;  richiamare l’attenzione; imitare il comportamento di altri nel gruppo dei pari; chiedere aiuto e manifestare un disagio; punire sé stessi. Il dolore del corpo sembra calmare momentaneamente vissuti di colpa e vergogna. Le emozioni negative, non potendo essere rappresentate e verbalizzate a causa dell’alessitimia, vengono espulse nel corpo. Il gesto autolesionistico consente di spostare l’attenzione  dal dolore emotivo a quello fisico, vissuto come più tollerabile e controllabile. All’inizio questo produce sollievo, ma poi spinge a ripetere l’esperienza instaurando un circolo vizioso e determinando inoltre colpa e vergogna.

Il TRATTAMENTO

Un’importante funzione preventiva è volta dai programmi di psicoeducazione all’affettività e di sviluppo di abilità sociali, da attuare nelle scuole. Per quanto riguarda il trattamento psicoterapeutico, un intervento particolarmente efficace è la psicoterapia cognitivo comportamentale. Lo scopo è aiutare la persona ad identificare e affrontare le situazioni che elicitano l’autolesionismo, imparando a riconoscere, attraverso la cosiddetta “analisi funzionale”, gli antecedenti del gesto autolesivo e le conseguenze situazionali, cognitive ed emotive. La psicoterapia sviluppa la capacità di mentalizzare, cioè riconoscere lo stato mentale proprio e altrui, aiuta a dare un nome alle emozioni provate, a tollerarne la presenza e a gestirle con mezzi alternativi al danneggiamento del proprio corpo. Il miglioramento delle relazioni e la pianificazione di attività di vita desiderabili hanno lo scopo di favorire la sperimentazione di emozioni positive, che risultano protettive, attenuando l’impatto delle esperienze negative e la necessità di ricorrere al gesto autolesivo.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Per appuntamento tel. 339.5428950
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