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Benessere

Cucinare, ecco perché può essere terapeutico

Mettere le mani in pasta per preparare piatti e pietanze è un'occasione per allenare diverse abilità, esprimere sè stessi, rinsaldare i legami, alleviare stress, ansia e depressione. Ne parliamo con la psicoterapeuta Lucia Montesi

L’una di notte. Sento il cellulare che vibra sul comodino, dev’essere un messaggio. Non ho ancora preso sonno e cedo alla tentazione di vedere chi è, a quest’ora. Nel buio brilla la foto di un bel piatto di sushi, in un lampo connetto e mi scappa un “Evvai, grande Ale! Pure l’alga, hai trovato!”, pieno di orgoglio e soddisfazione. Era Alessandro, mio giovanissimo paziente che per la prima volta, dopo mesi di totale apatia, ha sentito il desiderio di fare qualcosa (cucinare sushi, appunto), desiderio che abbiamo colto, sostenuto, tradotto per realizzarlo in pratica, abbattendo una dopo l’altra tutte le resistenze che si frapponevano, con la promessa “Dai, se ce la faccio ti mando la foto”. Pensavo a qualche scocciatore, e invece mi addormento felice per un successo condiviso.

Il mio telefono è pieno di foto come questa. Lo è sempre stato, ma adesso, con la quarantena, ancora di più. Fiorella mi manda i ciambelloni che cucina quando la assale la tristezza, sola in casa, e vuole coccolarsi un po’. Mariana mi invia la foto dei biscotti fatti coi i suoi bambini e mi scrive che non avrebbe mai pensato di riuscire a divertirsi così con loro, dimenticando gli attacchi di panico e tutte le “fisse della madre perfetta”. Carla e Giacomo, madre e figlio in perenne conflitto, hanno imparato a collaborare dividendosi i compiti ai fornelli, e ora lui mette su Instagram appetitose immagini delle sue creazioni culinarie, mentre lei mi manda le foto dei “dietro le quinte”, un po’ scocciata per la cucina da ripulire ma palesemente orgogliosa del suo piccolo chef.

Cucinare non è solo una necessità, ma può diventare un’espressione di sé e anche un’occasione terapeutica. L’attività del cucinare compare spesso nelle sedute di psicoterapia con i miei pazienti: può essere un modo per imparare ad essere autonomi e cavarsela da sé, o una coccola che finalmente ci si concede, imparare a dirsi “Io sono importante!”, o un mezzo per cominciare a esprimere attenzione e sollecitudine verso un familiare con cui non si riesce a comunicare, o ancora uno spazio di espressione in cui si sente di aver creato qualcosa di bello.

La psicoterapeuta Lucia Montesi

Cucinare richiede e sviluppa diverse abilità: occorre una dose di pianificazione, organizzazione e suddivisione in passaggi; bisogna misurare quantità e tempi; è necessario attendere e intanto svolgere contemporaneamente diverse fasi di lavoro; bisogna decidere rapidamente cosa fare in caso di imprevisti. Tutti i sensi vengono coinvolti: scegliere il frutto più profumato per la macedonia, valutare se la zuppa è abbastanza saporita, controllare il giusto colore del caramello, sentire se un impasto è della giusta consistenza, monitorare lo sfrigolìo del soffritto in padella. Richiede pazienza, attenzione, concentrazione: basta un attimo di distrazione e il sugo brucia in pentola o il dolce crolla inesorabilmente.

Se poi si cucina insieme a qualcun altro, entrano in gioco anche altre capacità: dividersi i compiti, coordinarsi, delegare, e, soprattutto, comunicare. In effetti, il compito di cucinare insieme può essere utilizzato nelle terapie di coppia e familiari proprio con l’obiettivo di allenarsi a comunicare in un contesto più neutro e anche piacevole, rispetto al discutere di problemi o esprimere contenuti emotivi dolorosi. Impegnandosi inseme in un’attività gradevole, ci si esercita a chiedere, ascoltare, accordarsi, negoziare, decidere come risolvere un problema, tutte abilità da trasferire anche nelle situazioni più “calde” e conflittuali. Il semplice chiedere all’altro “Cosa mangiamo oggi? Cosa ti va per cena? Cosa compriamo per la spesa di questa settimana?” è un modo per domandargli “Di cosa hai bisogno? Cosa ti farebbe stare bene?” e per dire a sé stessi “Quanto sono disposto a contrattare? Quanto voglio andargli incontro?”, “Quanto vengono considerate le mie esigenze?”.

Corsi di cucina vengono proposti come strumento per affrontare stress, ansia e depressione. Ma attraverso quali meccanismi la cucina può esercitare un effetto terapeutico? Intanto, concentrarsi nell’apprendere tecniche o nel realizzare le pietanze distoglie dai pensieri opprimenti, la mente è aiutata a stare nel qui e ora, catturata dalle molteplici stimolazioni che l’esperienza della cucina regala. Inoltre il fatto stesso di impastare, manipolare, tenere le mani occupate in qualcosa di concreto ha un effetto calmante che riduce l’ansia. Cucinare può essere uno sfogo della tensione o uno sfogo creativo, permettendo di liberare energie, di sentirsi gratificati per ciò che si è prodotto, aumentando così anche l’autostima e la fiducia in sé.

Quando poi si cucina anche per gli altri, significa prendersene cura, nutrirli, consentirne la sopravvivenza: questo da una parte fa sentire utili e importanti, dall’altra alimenta il legame e il senso di condivisione e vicinanza, tutti effetti che hanno una ricaduta positiva sul benessere personale.

In questo periodo particolare in cui dobbiamo restare in casa e per molti le normali attività sono sospese, l’atto del cucinare assolve anche ad altre funzioni. Mentre sono saltati quasi tutti gli altri punti di riferimento, cucinare e consumare i pasti sono le uniche attività che restano costanti e scandiscono il ritmo della giornata, garantiscono una continuità e una regolarità, costringono ad attivarsi e uscire dall’apatia. In un momento di grande stress e incertezza, la ritualità dei pasti è un punto fermo, un’occasione per prendersi cura di sé e degli altri, magari cucinando con più attenzione e piacere, con più tempo a disposizione, concedendosi i piatti preferiti, provando quella ricetta che da tanto volevamo sperimentare, magari coinvolgendo nella preparazione anche i bambini e facendone un momento di gioco e divertimento.

Molti si dedicano alla cucina, postano foto dei piatti sui social, anche chi prima non distingueva il lievito di birra dal bicarbonato si cimenta nel fare il pane. Perchè questo improvviso bisogno di fare proprio il pane? Perchè in una situazione di pericolo, procacciarsi il cibo garantisce la sopravvivenza. Sapere di essere in grado di avere cibo fa sentire più sicuri e protetti, e se so fare il pane, l’alimento base, magari con la pasta madre, a partire da poco nulla, allora mi sento ancora più tranquillo: so, insomma, che qualunque cosa accada, anche in circostanze estreme, io sarei comunque capace, autonomamente, di sopravvivere.

Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta
Piane di Camerata Picena (AN)
Montecosaro Scalo (MC)
Tel. 339.5428950
Prestazioni psicologiche anche online e a distanza