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“Tu non sai niente di me”: scuola, istituzioni e psicoanalisti a confronto sull’adolescenza

Una generazione di ragazzi tristi, incapaci di guardare al futuro e con famiglie disgregate. È questa la fotografia scattata sull'adolescenza al convegno tenutosi nei giorni scorsi al Teatro Le Muse di Ancona

Il convegno di Ancona "Tu non sai niente di me"
Il convegno di Ancona "Tu non sai niente di me"

ANCONA – “Tu non sai niente di me…” chissà quanti genitori se lo saranno sentito ripetere dai propri figli. Una frase forte che segna il passo dei tempi, di una difficoltà comunicativa sempre crescente tra adulti e adolescenti. Due mondi che sembrano separati e che faticano a trovare un punto di incontro. E la mancanza di dialogo conduce spesso gli adolescenti a gesti estremi. In questo senso è emblematico il caso di Mariya Iskra, la ragazza 19 enne morta suicida a Cupramontana. Un gesto estremo, quello del suicidio, che rappresenta il punto di arrivo di un isolamento e di problemi taciuti. Questo caso ha riaperto il dibattito mediatico sui giovani e le problematiche che li riguardano e delle quali gli adulti sono sempre più spesso spettatori inconsapevoli. Proprio nei giorni scorsi si è tenuto ad Ancona un importante convegno al teatro delle Muse, che ha riunito il mondo delle istituzioni, della scuola, della psicoanalisi, dei centri diagnostici e di cura, come le comunità terapeutiche, in un confronto sulle tematiche adolescenziali. L’incontro intitolato “Tu non sai niente di me” è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG) e dal Centro Ricerche Psicoanalitiche di Gruppo (CRPG) di Ancona, con il patrocinio del Comune di Ancona, dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e del Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza delle Marche.

Un tema di grande attualità, quello del mondo adolescenziale, che negli ultimi anni sta facendo registrare un incremento dei comportamenti autolesionistici, dei tentati suicidi e di patologie depressive. Un fenomeno sul quale aveva lanciato l’allarme anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, denunciando che la percentuale dei bambini con disturbi mentali è destinata ad aumentare arrivando al 20% nel 2020 e la depressione diverrà la patologia più diffusa tra i giovani nel 2030.

«L’incontro ha voluto porre l’accento soprattutto sui significati della comunicazione nell’adolescenza – ha spiegato Maria Elia, psicologa psicoterapeuta direttore della Scuola di Roma dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo –  si guarda sempre solo all’agire dei giovani, dimenticandoci però che questo ha una sua comunicazione, un sottotesto. L’agito dei ragazzi è un modo di drammatizzare la rabbia e l’aggressività delle quali non riescono ad essere consapevoli».

I relatori del convegno "Tu non sai niente di me"
Alcuni dei relatori del convegno “Tu non sai niente di me”. Da sinistra Maria Elia, psicoterapeuta direttore Scuola di Roma IIPG, Maria Antonietta Diana, psicoterapeuta Consulente Centro di Giustizia Minorile di Palermo, Paola Tabarini, dirigente Uosd di Psicologia Clinica Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, Antonella Anichini, neuropsichiatra infantile Scdu Npi Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, Maurizio Gentile, Coordinatore Osservatorio sul Bullismo Usr Sicilia

Nel corso del convegno sono emerse difficoltà nel coordinare le politiche sul territorio e le problematiche di ogni singola istituzione di interconnettersi l’una con l’altra, per promuovere iniziative univoche ed incisive finalizzate ad una riflessione comprensiva e propositiva. In questo senso sono stati molto utili gli interventi del Garante dell’Infanzia e Adolescenza Andrea Nobili, di Stella Roncarelli, dirigente delle politiche scolastiche del Comune di Ancona e di Elisabetta Micciarelli, dirigente scolastico dell’istituto Comprensivo Grazie-Tavernelle di Ancona. La Micciarelli, in particolare, ha sottolineato le difficoltà del mondo scolastico al quale i genitori delegano sempre più spesso la funzione educativa che invece spetterebbe loro. Per il Dott. Maurizio Gentile, coordinatore dell’Osservatorio sul Bullismo USR Sicilia e didatta dell’IIPG, uno dei maggiori problemi del momento è la velocizzazione dei messaggi comunicativi: le nuove tecnologie e in particolare la diffusione dei social, hanno portato alla perdita della comunicazione non verbale e paraverbale. Come sostenuto dal Dott. Gentile l’eccitazione prende il posto della riflessività, c’è una immediatezza nella risposta che risulta staccata dal pensiero. Si assiste ad una diminuzione della capacità di attendere, mancano i timbri vocali e le parole vengono sostituite dalle emoticons e “da morfemi e grafemi digitati” frettolosamente.

«Tutto questo – ha sottolineato Maria Elia – ha creato un’empasse soggettiva che si trasforma in violenza in eccesso, in un agito violento causato dall’incapacità di attendere. Così come si può osservare ad esempio su Facebook, dove  la scrittura reattiva, priva di un’adeguata riflessione prende il sopravvento, attaccando in maniera feroce. Tanto eccesso di violenza può essere appunto la dimostrazione di quanta reattività e incapacità di legare il pensiero all’azione, di pensare con autonomia preferendo aggregarsi al flusso di gruppalità sconosciute, al pensiero che sta dominando, con la conseguente  perdita di un  pensiero proprio, non si è più capaci di fare un’analisi personale».

Problematiche che interessano non solo gli adolescenti, ma anche gli adulti. Il virtuale prende sempre più spesso il posto della realtà e la tecnologia soppianta le relazioni reali. «Il gioco, il contatto diretto sono stati soppiantati dal virtuale – ha affermato Maria Elia – così come le relazioni».

«L’impoverimento della capacità di giocare – ha spiegato il dottor Gentile – crea relazioni finte favorendo l’emergere delle cosiddette dipendenze invisibili (per es. il gioco d’azzardo patologico)».

«La relazione è falsa – ha dichiarato Maria Elia – non si comunica davvero, c’è disaffezione dal corpo e dalla sensorialità. Siamo tutti talmente persi negli smartphone, da perderci la vita reale. Per questo al giorno d’oggi si assiste alla difficoltà di creare legami affettivi. La relazione si crea attraverso lo sguardo, i movimenti del viso, sorriso, rabbia, e tutto questo genera un contenitore interno che permetterà al bambino di elaborare i traumi, di crearsi un pensiero. I genitori non accompagnano più i figli nell’affrontare le delusioni, ma concedono tutto e i figli si credono onnipotenti: quando si dovranno confrontare nella loro vita con dei no e delle delusioni non avranno la capacità di gestire gli impulsi e passeranno all’acting-out, ossia all’azione. Si sta verificando una melanconizzazione del legame sociale: vuoto affettivo, assenza di progettazione futura, nullità, depressione, narcisismo. I ragazzi sono tristi, incapaci di guardare al futuro, si vive solo nel qui ed ora, perché manca la capacità di aspettare, c’è impulsività.  Ma senza il passato manca la storia, mentre senza il futuro manca la possibilità. Si tratta di una difesa contro il dolore usata spesso anche dagli adulti.  Oramai si è persa la trasmissione intergenerazionale del limite, c’è una immaturità collettiva proprio per la negazione dei limiti:  i genitori delegano alla scuola la trasmissione dei valori e i docenti si trovano ad essere mediatori in prima linea e svolgono un mandato paradossale che non gli compete. Anche in famiglia si assiste ad una confusione dei ruoli: i ragazzi non capiscono più chi è il giovane e chi è l’adulto, perché spesso i genitori si comportano come ragazzini».

Il focus sull’approccio terapeutico, che ha visto schierati al convegno tutti gli attori sociali coinvolti a vario titolo nel mondo giovanile, ha posto l’accento sul gruppo: «è necessario ritornare a riaggregarsi, al gruppo – ha concluso Maria Elia – non solo come strumento importante nella cura degli adolescenti, ma anche come possibilità di confronto, scambio, formazione, possibilità trasformative e costruttive che altrimenti rimarrebbero prive di quella forza tipica dei gruppi di lavoro. Occorre limitare l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei ragazzi, promuovendone l’utilizzo sotto la diretta sorveglianza dei genitori. E’ importante ricondurre i ragazzi nelle relazioni, creare gruppi di comunicazione, di condivisione, per un pensare comune».