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Sacrificio del lavoro italiano nel mondo, Barbaresi di Cgil Marche: «Si continua a morire sul lavoro»

Nella giornata in cui si ricorda il tributo di vite pagato dai lavoratori italiani, ecco una riflessione sul mondo del lavoro profondamente mutato negli anni, ora scosso dalla pandemia. Nelle Marche nei primi sei mesi del 2020 sono già morte sul lavoro 22 persone

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ANCONA – «Oggi come 64 anni fa si continua a morire sul lavoro: bisogna investire in prevenzione, sicurezza e salute dei lavoratori, specie in un momento storico di crisi e trasformazione come quello attuale. Il Paese non riparte senza la tutela dei diritti dei lavoratori». Nella giornata in cui si ricorda il sacrificio del lavoro italiano nel mondo, la segretaria generale Cgil Marche, Daniela Barbaresi, riflette su un mondo del lavoro profondamente mutato negli anni e scosso recentemente dalla pandemia di coronavirus.

Nonostante i progressi compiuti sul fronte delle tutele, da quell’8 agosto 1956 quando nello scoppio avvenuto nella miniera di carbone del “Bois du Cazier” a Marcinelle, in Belgio, morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, sui luoghi di lavoro ancora oggi si continua a pagare un tributo in termini di vite.


Emblematico il fatto che solo nei primi 6 mesi di quest’anno (da gennaio a giugno 2020) nelle Marche sono morte 22 persone, 10 delle quali per aver contratto il covid-19. Solo nell’ultima settima due gli infortuni mortali, a Falconara dove un uomo è stato schiacciato da una gru e a Sassocorvaro dove un operaio è stato travolto da una ruspa.

«Sono numeri enormi», tragedie per la società, evidenzia Daniela Barbaresi, spiegando che è necessario riflettere sul fatto che, nonostante il lockdown abbia evidenziato che le tecnologie possono fornire un grande supporto ai lavoratori, basta pensare allo smartworking, che ha permesso a molti di lavorare da casa, ma anche alle tecnologie applicate ai processi produttivi: «continuano ad esserci lavori faticosi, poveri e sottopagati e questo dimostra che abbiamo bisogno di batterci per migliorare le condizioni di vita di molti lavoratori e dobbiamo farlo in una ottica europea, costruendo una base di diritti e di tutele uniforme».

I minatori di Cabernardi, Sassoferrato (foto di repertorio)

Negli anni in cui i minatori italiani morivano a Marcinelli, fra loro c’erano anche marchigiani, «importanti miniere del nostro territorio chiudevano come Perticara e Cabernardi e tanti lavoratori sono andati in Belgio dove le condizioni di lavoro e di sfruttamento erano estreme», osserva.

«L’emigrazione italiana in quegli anni era molto importante – prosegue -, questo deve farci riflettere anche sulla condizione degli immigrati che oggi  arrivano dai Paesi esteri e si trovano a svolgere lavori umili, faticosi e sottopagati. Sono situazioni da non sottovalutare: occorre comprendere il bisogno e la voglia di miglioramento di queste persone».

La segretaria generale Cgil Marche pone l’accento anche sul contributo fondamentale dato dai lavoratori degli anni ’50 allo sviluppo economico del nostro Paese, a quel miracolo economico italiano frutto di grandi sacrifici che hanno portato anche a delle conquiste. «Non dobbiamo mai dimenticare quel sacrificio – conclude – e investire su diritti e sicurezza», per valorizzare il contributo sociale, culturale ed economico dei lavoratori italiani che fanno grande il nostro Paese e danno un contributo essenziale anche all’estero.