È di Pesaro l’avvocatessa che sfida la capitana della Sea Watch

La legale si chiama Pia Perricci e spiega che tutto è stato ispirato dal gruppo Facebook “No Sea Watch si alla legalità” ancora segreto e dai suoi sostenitori. Depositati in tribunale già una quindicina di esposti. I denuncianti sono persone residenti in tutta Italia

Il capitano della Sea Watch Carola Rackete

PESARO – L’avvocatessa che sfida parlamentari, magistrati e la capitana della Sea Watch è di Pesaro. Il caso è noto ed è balzato alle cronache nazionali perchè nella notte tra venerdì 28 e sabato 29 giugno la nave Sea Watch 3, con a bordo una quarantina di migranti salvati al largo delle coste libiche, è attraccata al porto di Lampedusa. La capitana Carola Rackete è stata arrestata dopo aver forzato l’alt imposto dalle autorità italiane. L’accusa è di “resistenza o violenza contro nave da guerra”. L’arresto non è stato convalidato e questo ha alimentato ancor di più le polemiche.

L’avvocatessa pesarese Pia Perricci ora sta depositando una serie di esposti-querela affinchè vengano trasmesse alla procura di Agrigento.

La denuncia è nei confronti di Carola Rackete, la capitana della nave, ma anche verso i parlamentari Davide Faraone, Nicola Fratoianni, Riccardo Magi, Matteo Orfini, ai fini del concorso morale nel reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Nell’esposto si chiede anche che «il Csm (Consiglio superiore della magistratura) valuti il comportamento del gip Alessandra Vella considerata la estrema interpretazione libera delle norme e convenzioni all’interno dell’ordinanza di non convalida dell’arresto della comandante della Ong che apparentemente ha una finalità apparentemente politica».

L’avvocatessa Perricci spiega che tutto è stato ispirato dal gruppo Facebook “No Sea Watch si alla legalità” ancora segreto e dai suoi sostenitori. «Ho già depositato 14 esposti, nei prossimi sette giorni ne produrrò altri trenta. I denuncianti sono persone residenti in tutto il territorio italiano che non sono contro l’immigrazione, ma per un ingresso nel territorio italiano che deve avvenire in maniera controllata».

Il caso, perlomeno politico, è tutt’altro che destinato a chiudersi.