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Pesaro, cala il numero delle imprese, ma cresce l’export. La ripresa non è strutturale

Secondo i dati della Camera di Commercio le aziende continuano ad avere un indice di mortalità elevata. Bene le esportazioni. Rossini (Cgil): «Nuova ondata di cassa integrazione»

PESARO – I segnali sull’economia provinciale sono ancora negativi, almeno per quanto riguarda il numero di imprese. A rilanciare il tessuto economico è l’export.

Alla data del 30 settembre 2019 le imprese registrate alla Camera di Commercio della provincia di Pesaro e Urbino sono 39.606. Nel corso del periodo che va da gennaio a settembre di quest’anno le iscrizioni d’impresa sono state 1.487, mentre le cessazioni al netto delle cancellazioni effettuate d’ufficio sono state 1.705, il saldo del tessuto imprenditoriale provinciale è stato quindi complessivamente negativo per -218 unità. Il tasso di crescita, quando sono trascorsi i tre quarti dell’anno, è quindi anch’esso negativo e risulta pari a -0,55%1, come quello marchigiano, che è pari a -0,46%.

Sotto il profilo dei macrosettori, il tessuto produttivo della provincia di Pesaro e Urbino fa riscontrare una maggiore incidenza relativa di imprese del settore terziario (54,9%). Con riferimento all’industria la quota pesarese (27,6%) è maggiore rispetto a quella marchigiana. È invece relativamente più contenuto al confronto con la regione il peso del settore primario (13,5%), cioè agricoltura, silvicoltura e pesca, pur restando comunque superiore alla media italiana.

La forma giuridica più diffusa è quella dell’impresa individuale, che conta alla data del 30 settembre di quest’anno 20.396 unità, corrispondenti al 51,5% delle imprese totali. Le società di capitale sono 9.872, vale a dire il 24,9% del totale. Le società di persone sono invece 8.622, e pesano per il 21,8%, assorbendo una quota superiore a quella che si riscontra nella regione (18,2%) e ancor di più rispetto all’Italia (16,0%).

Le esportazioni della provincia di Pesaro e Urbino nel 2018 hanno raggiunto il valore 2.634,8 milioni di euro, che rappresenta un punto di massimo di una serie storica in continua crescita, dopo l’anno di culmine della crisi che è stato registrato nel 2009. Il 2018 fa rilevare un incremento percentuale su base annua pari a +5,5%. Nello stesso anno le esportazioni marchigiane segnano invece un risultato sfavorevole, anche se non accentuato (-0,9%), ma in controtendenza con l’andamento nazionale (+3,1%).

Un dato ancora migliore nel primo semestre del 2019. La provincia di Pesaro e Urbino ha esportato 1.535,5 milioni di euro, con una crescita che arriva a +18,4%.

Tra i settori il tessile è stabile con 186 milioni di euro di prodotti esportati, il legno arriva a 92 milioni. La meccanica è il vero traino dell’economia locale con 712 milioni di euro di prodotti in metallo venduti all’estero e 750 milioni di macchinari.

Interessante un confronto dal 2010 al 2018. Le macchine per la formatura dei metalli e altre macchine utensili, sono salite da 248,9 milioni di euro del 2010 a 465,2 milioni di euro del 2018; i metalli di base preziosi e altri minerali non ferrosi da 163,6 milioni di euro a 414,8 milioni di euro. Le altre macchine di impiego generale, che valevano 93,7 milioni di euro nel 2010, hanno toccato i 193,6 milioni di euro.

D’altra parte, alcune produzioni di rilievo nel periodo in esame hanno fatto riscontrare tendenze meno favorevoli. In primo luogo, i mobili, che oscillano intorno alla soglia dei 300 milioni, valore che li conferma attualmente come terza voce di dettaglio delle esportazioni pesaresi nel 2018, ma che nel passato (2010-2013) era sufficiente per essere il prodotto pesarese maggiormente venduto all’estero.

Tra i paesi di sbocco la Francia, Germania e Stati Uniti, nel 2018 tutti sopra la soglia dei 200 milioni di euro. Seguono Spagna, Svizzera e Polonia (sopra i 100 milioni di euro). I primi dieci mercati di destinazione hanno assorbito nel 2018 una quota delle esportazioni provinciali che ha sfiorato il 60%.

Tutto questo si riverbera sul mercato del lavoro. Il tasso di occupazione ha seguito un percorso in crescita nel quadriennio 2015-2018, attestandosi infine al 64,8%, valore che di nuovo risulta prossimo alla media regionale (64,7%).
Il tasso di disoccupazione, infine, si ferma all’8%, scendendo di quasi un punto percentuale rispetto al valore del 2017, e ancor di più rispetto a quelli a doppia cifra del periodo 2015-2016.

«Eppure in questo 2019 – commenta Roberto Rossini, segretario Cgil Pesaro – stiamo assistendo a un aumento del ricorso alla cassa integrazione. I mercati sono ancora instabili, il numero di imprese continua a calare e con questo anche la qualità dell’occupazione. I contratti sono perlopiù precari quindi è difficile ancora parlare di ripresa strutturale. I segnali positivi dell’export non bastano, l’onda lunga della crisi si sente ancora».