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Coronavirus e lavoro femminile, Marziali: «Con l’epidemia le donne rischiano di tornare indietro»

Divise fra smart working, figli e incombenze domestiche, le donne si sono ritrovate addosso un carico eccessivo. In molte si sono dimesse per seguire la famiglia. Abbiamo fatto il punto con la presidente della Commissione Parità Opportunità della Regione Marche e con la sindacalista

Immagine di repertorio

ANCONA – «Con l’epidemia di Coronavirus le donne rischiano di tornare indietro rispetto a quanto raggiunto finora». A lanciare l’allarme sull’impatto che il Coronavirus sta avendo sulla condizione lavorativa femminile è Meri Marziali, presidente della Commissione per le pari opportunità della Regione Marche. Divise fra smart working, figli da gestire, compiti da fare e incombenze domestiche da svolgere, le donne si sono ritrovate sulle spalle un carico di lavoro eccessivo, forse troppo grande anche per le spalle di chi, come loro, sembra sempre avere un paio di braccia in più.

Insomma le misure restrittive, con il divieto degli spostamenti e la paralisi delle attività produttive durata due mesi, ha messo a dura prova il mondo femminile che rischia di uscirne esausto. Le riaperture delle imprese e la ripresa delle attività lavorative invece potrebbero mettere in pericolo una occupazione guadagnata tanto faticosamente, specie per le lavoratrici madri al momento sprovviste di servizi educativi a cui rivolgersi.

«Lo smart working, una formula già ampiamente utilizzata negli altri Paesi europei, in questo caso è stata subita dalle donne – osserva Meri Marziali -. Spinte dentro un contesto domestico, per esigenze epidemiologiche, si sono trovate a dover conciliare il lavoro da casa con l’istruzione dei figli e le loro esigenze educative, oltre alle incombenze domestiche: è come se i compiti affidati alla scuola o alle altre figure come i nonni o le baby sitter siano ricadute unicamente sulle donne». Una situazione estremamente pesante che ha spinto «molte donne a scegliere di dimettersi dal lavoro, non potendo disporre di una rete di sostegno né di servizi educativi su cui contare».

Meri Marziali

Tutto questo rischia di avere un impatto devastante sulla condizione occupazionale femminile che già scontava, prima della pandemia, un gap con i colleghi uomini sia in termini di tasso di occupazione che salariale. Analizzando i dati relativi al mercato del lavoro nelle Marche emerge che nel 2019 c’erano 33.676 donne disoccupate con un differenziale rilevante dal punto di vista del genere: se il tasso di disoccupazione maschile era pari al 6,9 quello femminile era del 10,7. Guardando alle fasce d’età nei giovani tra 15-29 anni il gap occupazionale tra donna e uomo è ancora più forte: le giovani disoccupate erano il 23,5%, mentre gli uomini il 15,9%.

Una questione sulla quale si stanno muovendo i sindacati (Cgil, Cils e UIl) che intendono chiedere alla Regione un incontro proprio sul tema donne e  lavoro. «In una situazione di fragilità del nostro mondo del lavoro, già vulnerabile, la componente di genere e quella generazionale ci preoccupano ulteriormente – spiega Cristiana Ilari, segretaria Cisl Marche -. In questa ottica ci deve essere un’azione congiunta sul fronte produttivo ed economico. Bene gli ammortizzatori, si è lavorato in modo sinergico tra istituzioni e parti sociali, ma serve sbloccare anche liquidità».

Cristiana Ilari

Per la sindacalista «occorre intervenire presto e insieme anche sul fronte del sostegno sociale alle famiglie, e sul fronte della formazione e istruzione». Anche se da un lato le misure nazionali su congedi e voucher vanno continuate ed è positivo l’accordo con Anci Marche per sgravi sui contributi, «chiediamo che con le istituzioni locali, a livello regionale e comunale, si apra un confronto con le organizzazioni sindacali per capire insieme come riattivare servizi educativi e come affrontare a livello locale la ripartenza delle scuole e dei servizi, in relazione alle specificità del territorio partendo da un’analisi condivisa per esempio dello stato dell’edilizia scolastica e degli spazi urbani». Fondamentale sarà garantire che «qualunque misura venga presa nel rispetto di salute e sicurezza» osserva.

Affrontare il tema della condizione femminile secondo la sindacalista «significa ragionare sulla complementarietà e sull’integrazione tra politiche del lavoro e politiche sociali. L’emergenza Covid ci sta confermando quanto le condizioni lavorative, familiari e sociali siano interdipendenti. Se non raccogliamo la sfida della lotta a disparità e disuguaglianze di genere, lavorative e sociali, perderemo anche sul fronte produttivo e dello sviluppo della nostra regione». Per Cristiana Ilari, infatti, un calo dell’occupazione femminile si tradurrà per le Marche in «una perdita di risorse preziose».

«In questa situazione complessa – conclude Ilari – il confronto con le parti sociali è un valore perché nessuno possiede soluzioni magiche da solo, queste possono nascere solo da un’analisi comune, come ha dimostrato l’accordo sugli ammortizzatori sociali».

Concorde sulla necessità di «organizzare sin da ora centri estivi e il rientro a scuola per i bambini, pianificando tutte le misure di sicurezza necessarie, come la sanificazione dei locali e spazi ampi per evitare assembramenti» è anche Meri Marziali. «Ci troviamo in un momento di grande difficoltà – prosegue – , che mai si era verificato prima, ma occorre ripensare i servizi in un quadro complessivo per non penalizzare ulteriormente le donne». Insomma bonus e congedi parentali non risolvono la situazione, anche perché occorre tenere in considerazione che non tutte le donne sono lavoratrici dipendenti, ma che ci sono anche le autonome. «Nessuno deve essere lasciato indietro» conclude, precisando che si vedrà quali saranno gli effetti di queste due settimane di apertura dopo di che «il modello di conciliazione di lavoro e famiglia si baserà su questi dati che ad oggi non ci sono. Bene progettare sin da ora un modello che garantisca servizi e sicurezza».