«La mafia non è ricchezza, ma condizionamento, prevaricazione e povertà»

Intervista al magistrato di Ancona, Edi Ragaglia, ex consulente della commissione nazionale antimafia, nel 27esimo anniversario della strage di via D'Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta

Edi Ragaglia
Edi Ragaglia

JESI – Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sono le sei vittime della strage mafiosa di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992. Oggi ricorre il 27esimo anniversario di quell’attentato che segnò profondamente l’Italia, già gravemente ferita dall’assassinio di Giovanni Falcone di fine maggio, collega e amico del valoroso magistrato che venne ammazzato nel quartiere residenziale di Palermo assieme a cinque coraggiosi agenti di scorta.

Tanti i mutamenti subiti dalla criminalità organizzata in questi decenni, così come gli strumenti in mano alle forze dell’ordine per contrastarla. «La mafia, intesa come organizzazione criminale, è cambiata tanto – spiega il magistrato di Ancona, Edi Ragaglia, ex consulente della commissione nazionale Antimafia -. Dopo via D’Amelio, il paese ha acquisito consapevolezza della pericolosità delle cosche siciliane. Lo Stato le ha combattute con grande vigore, indebolendole pesantemente. Ad oggi, dopo la morte di Riina, non sappiamo ancora chi sarà il suo sostituito e come quella mafia si sta riorganizzando. Nel contempo, però, sono cresciute la ‘ndrangheta, una vera e propria potenza economica nello spaccio di stupefacenti e nel riciclaggio, e la camorra».

Dottoressa Ragaglia, come è cambiata la lotta alla criminalità organizzata in questi anni?
«Di sicuro, oggi è molto più incisiva. Tanti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo probabilmente la legislazione più efficace a livello europeo per contrastare il fenomeno. Penso al regime carcerario del 41 bis, alle norme del codice Antimafia, alla costituzione della Procura nazionale Antimafia, al 416 bis. Tuttavia, non abbiamo ancora sconfitto la criminalità organizzata di stampo mafioso, a differenza di quanto fatto con il terrorismo degli anni di piombo. Come mai? È davvero così potente o vi sono collusioni con altri ambienti? La grande ricchezza della mafia fa gola purtroppo a tanta gente che vi gravita attorno. Ma, attenzione, non è mai ricchezza: è condizionamento, è prevaricazione. Dove c’è la mafia non vi è democrazia, né sviluppo, né libertà».

La sensazione, da profano, è che la gente non ne comprenda appieno i rischi..
«In parte è così. Il fatto criminale eclatante scuote l’opinione pubblica, non come il controllo “silenzioso” del territorio. Se non ci sono fatti di sangue, insomma, molti credono che il problema sia tutto sommato gestibile. Non è così. Al nord, ad esempio, vi è una presenza evidente. In Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, vi sono sequestri e arresti continui. Non ci si rende davvero conto del pericolo che si corre. Ecco perché è importante l’educazione alla legalità, a partire dalle scuole. I giovani non hanno vissuto il periodo delle stragi, credo sia opportuno che la storia inizi a occuparsene seriamente».

Le Marche, invece, sono ancora un’isola felice?
«Direi proprio di no. Le infiltrazioni sono sempre possibili. Non vi è una presenza forte della criminalità organizzata in questa regione, ma anche qui vi sono state confische e vi è un carcere di massima sicurezza. Nelle Marche si sono nascosti latitanti, a conferma che vi sono presìdi e c’è chi ha allacciato contatti. La nostra realtà economica è abbastanza buona, ha retto alla recessione, dunque è appetibile. Va posta massima attenzione nelle attività edilizie e i relativi subappalti, nel movimento terra e ovviamente nella sanità. Senza sottovalutare la costa, le concessioni balneari, i locali notturni e le spiagge. Persino la ricostruzione post-terremoto è un ambito da monitorare. Non dimentichiamoci che la criminalità organizzata dispone di tanta liquidità, che nei periodi di crisi può rilevarsi determinante per acquisire il controllo di cantieri e appalti».

Ora, forse, la domanda più difficile: come si sconfigge la criminalità organizzata di stampo mafioso?
«Con l’informazione costante e la conoscenza del fenomeno, a scuola e fuori. Poi attraverso la sensibilizzazione del territorio sui rischi concreti che corre. Il denaro facile non è sinonimo di ricchezza, né di serenità. Al contrario. Bisogna inoltre lottare con tutte le forze contro la corruzione e la collusione. I piccoli Comuni, analizzando il fenomeno e le modalità di infiltrazione nelle pubbliche amministrazioni, sono quelli che corrono i rischi maggiori, perché è più agevole farsi spazio e dare meno nell’occhio. Ma ribadisco, dove c’è mafia c’è solo povertà e disperazione».