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Internet, pc e smartphone personali per lavorare in smart working: le responsabilità dell’azienda

Ne abbiamo parlato con Luigi Tognacci dello Studio Associato Ricci & Tognacci di Ancona, e con Nicolas Cantarini, broker del Gruppo Mediass di Jesi

ANCONA – Con l’emergenza coronavirus sta prendendo campo una nuova modalità di lavoro: lo smart working. Le case si trasformano in uffici e ognuno si arrangia come può tra scrivanie improvvisate sul tavolo da pranzo e intere giornate sul divano a svolgere le proprie mansioni davanti al pc. Ma lavorando tra le mura domestiche, i dipendenti aziendali, ad esempio, potrebbero dover utilizzare i propri dispositivi e la propria connessione internet o addirittura acquistare tablet, pc, scanner, stampante e, perché no?, anche una scrivania e una sedia ergonomica per evitare il mal di schiena. Insomma, tutti quegli strumenti utilizzati normalmente in ufficio e ora non forniti dall’azienda. A chi spetta pagarli?

«Va fatta una premessa. Nel Diritto del Lavoro il termine smart working non esiste, la legislazione italiana ha previsto il “lavoro agile” regolato da norme ben precise e con un accordo tra datore di lavoro e dipendente. Lo smart working è diverso in quanto il dipendente lavora a casa, ma non essendo normato si fa riferimento al lavoro agile – spiega Luigi Tognacci, Studio Associato Ricci & Tognacci di Ancona -. Nei vari decreti che si sono susseguiti in questi mesi, per attivare lo smart working non c’è stato bisogno di un contratto tra le parti, solo la necessità iniziale di una comunicazione al Ministero del Lavoro».

Per il lavoro da casa le aziende hanno fornito gli strumenti ai loro dipendenti? «Nella prima fase della pandemia penso che nessun datore li abbia forniti, quindi nessun cellulare, pc, tablet, linea internet, ecc. – prosegue Tognacci -. Tanto meno scrivanie e poltrone. Nella seconda ondata la situazione è leggermente cambiata perché alcuni dipendenti, Rsa e sindacati hanno iniziato a far presente il costo del mantenimento di questi strumenti. Di conseguenza qualche datore ha provveduto a fornirli, ma nella maggioranza dei casi il dipendente utilizza i propri dispositivi per collegarsi al computer dell’ufficio. Si dà per scontato che la persona abbia un cellulare, un pc…».

Si sono verificati contenziosi proprio per questo motivo? «Nella nostra realtà i casi sono molto limitati, ma nelle ditte specializzate si inizia a leggere di vertenze, di interpelli all’Ispettorato e al Ministero del Lavoro – risponde Tognacci -. Un esempio è per la questione dei buoni pasto, nata già alcuni anni fa. Le vertenze arrivate in tribunale si basano sul fatto che il dipendente in lavoro agile non deve essere discriminato rispetto ai colleghi che invece lavorano in azienda in quanto, senza buoni pasto, non gli viene garantita la stessa retribuzione che aveva prima, quando andava in ufficio. Alcune sentenze dicono invece che il buono pasto non fa parte del compenso in quanto è un elemento aggiuntivo. In questo momento è chiaro che non c’è un indirizzo univoco su questo aspetto. Ad ogni modo, con lo smart working molte aziende hanno deciso di non corrispondere i buoni pasto in quanto, mangiando a casa, il dipendente non ha necessità di andare al bar, al ristorante, in una mensa convenzionata».

Questione che l’azienda non deve assolutamente sottovalutare quando il dipendente lavora in smart working è la copertura assicurativa.

«Soltanto in rarissimi casi lo smart working viene gestito nella sua interezza dall’azienda, ovvero viene fornito lo strumento informatico e disposte le modalità di lavoro. La maggior parte delle volte il dipendente lavora con la propria connessione internet, il proprio pc, magari sul tavolo della cucina e con i figli che corrono per casa. Vengono sottovalutate tutte le problematiche – spiega Nicolas Cantarini, broker del Gruppo Mediass di Jesi –. Anche lo smart working è sotto la piena responsabilità del datore di lavoro, compreso il semplice infortunio in casa. Ugualmente, il Covid è stato inserito tra gli infortuni per cui se il dipendente si ammala, e non può aver contratto il virus in ambito aziendale in quanto non sta lavorando in ufficio, per l’azienda non ci saranno responsabilità penali ma civili, in quanto l’Inail farà rivalsa su questo tipo di situazione. Le aziende dovrebbero potenziare le loro coperture assicurative in ambito di responsabilità civile verso i prestatori d’opera e in ambito di tutela legale. La maggior parte delle imprese è assicurata solo per la parte relativa alle prestazioni d’opera, nel 50% dei casi sono completamente scoperte dal punto della tutela legale».

Il lavoro a casa è quindi sottovalutato dal punto di vista assicurativo?  «È molto sottovalutato – spiega Cantarini -. Anche il dipendente lo sottovaluta perché utilizza la propria connessione, più debole di quella aziendale, e il proprio pc, spesso sprovvisto di una protezione antivirus. Quindi può capitare che, seguendo i profili aziendali, quel computer possa essere hackerato. Si mette a rischio il patrimonio della famiglia: possono essere sottratti dati anagrafici, documenti, foto, rubato denaro dal conto corrente. Automaticamente diventa un problema dell’azienda perché se dal pc di famiglia del dipendente gli hacker riescono ad accedere all’interno del sistema aziendale per sottrarre informazioni, poi sono guai. Servirebbero quindi coperture di cyber risk ma solo pochissime aziende, circa l’1 x 1000 di quelle medio-piccole, sono assicurate e informate di questi rischi».