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Attualità

Inrca: 40 ricercatori precari senza contratto, a rischio la ricerca sanitaria

Oggi si sono svolte manifestazioni in tutti gli IRCCS pubblici italiani. Sono 40 i ricercatori dell’Inrca, dai 6 ai 15 anni di precariato, che rischiano di restare senza lavoro dal primo gennaio 2018

Incontro pubblico organizzato dai ricercatori precari dell'Inrca, presso l'Auditorium di via della Montagnola

ANCONA – Ricerca sanitaria pubblica a rischio. Sono 40 i ricercatori dell’Inrca, dai 6 ai 15 anni di precariato, che rischiano di restare senza lavoro dal primo gennaio 2018. Questa mattina presso l’Auditorium dell’Inrca si è svolto l’incontro pubblico organizzato dai ricercatori precari dell’Istituto Nazionale Riposo e Cura Anziani per sensibilizzare le istituzioni e la cittadinanza sulle conseguenze della recente approvazione del Testo unico sul pubblico impiego (Riforma Madia). La riforma infatti non prevede alcuna stabilizzazione del personale precario impiegato nella ricerca presso gli IRCCS– Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, né alcuna soluzione contrattuale in grado di garantire continuità al progresso della ricerca sanitaria in Italia. L’iniziativa è parte di una mobilitazione nazionale che coinvolge ricercatori precari della sanità pubblica e che si è svolta oggi in tutti i 21 Irccs pubblici italiani. Tra questi, l’Inrca è l’unico presente nella Regione Marche, nonché il solo ad indirizzo geriatrico in Italia. Attraverso l’iniziativa oggi i ricercatori hanno chiesto che il problema venga risolto tramite un piano programmatico che preveda soluzioni contrattuali idonee e lo stanziamento di fondi adeguati.

Da sin. i ricercatori Marco Socci e Mirco Di Rosa

«In tutta Italia – spiega Mirco Di Rosa, ricercatore precario del laboratorio Farmacoepidemiologia – siamo 3.500 ricercatori che non hanno chiaro il proprio futuro. L’obiettivo di questa giornata è sensibilizzare l’opinione pubblica perché appena entrerà in vigore il decreto ci sarà una battuta di arresto, con conseguenze negative sui ricercatori che perderanno il lavoro e sulla ricerca sanitaria».

Sono dunque 3.500 in Italia le figure altamente specializzate che rischiano di restare senza lavoro dal primo gennaio 2018, con gravissime ricadute sulla sostenibilità e sul futuro della ricerca sanitaria pubblica. Professionisti che negli ultimi 20 anni hanno contribuito in maniera significativa alle eccellenze raggiunte dagli IRCCS, anche attraverso forme contrattuali atipiche come co.co.co, co.co.pro, partite Iva e borse di studio. Negli anni si è creata così una condizione di precariato strutturale. Se il Jobs Act, già nel 2015, eliminava la possibilità di ricorrere a queste forme contrattuali, il testo approvato di recente prevede un piano di stabilizzazione per i precari della pubblica amministrazione che però esclude quelli della ricerca sanitaria. In mancanza di una soluzione, a fine anno resterà senza lavoro la maggioranza del personale impiegato nel sistema ricerca. Assieme a loro se ne andrà la possibilità di sostenere l’eccellenza di cure e servizi degli Istituti, in cui si lavora anche per migliorare prevenzione, diagnosi e terapia di malattie rare e complesse.

La sala dell’Auditorium dell’Inrca

«Da anni lavoro come precario – racconta Marco Socci, ricercatore del Centro Studi e Ricerche Economico-Sociali per l’invecchiamento – e all’Inrca sono a rischio 40 ricercatori che lavorano prevalentemente su 4 aree di ricerca: biogerentologia, biotecnologia, farmacologia, area socio – economica. Dal 2008 ad oggi sono 123 i progetti europei e nazionali finanziati (oltre 4 milioni di euro di finanziamento nel 2016) e circa 50 sono i progetti in essere ogni anno». Socci ha sottolineato la  «multidisciplinarietà del personale precario che svolge il proprio lavoro all’Inrca, che vanta un bagaglio ampio di competenze fondamentali per affrontare il fenomeno dell’invecchiamento. Ci sono biologi, biotecnologi, chimici, fisici, medici, psicologi, farmacisti e, accanto a questi, si affiancano tecnici e amministrativi, come ingegneri, statistici, impiegati e documentalisti».