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Il Giorno del Ricordo, la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata nelle Marche

Abbiamo intervistato Franco Rismondo, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e figlio di esuli dalmati, per ripercorrere le vicende di una storia spesso dimenticata

ANCONA – Questa storia va raccontata iniziando dalla fine anche se – direbbe Vasco – questa storia una fine non ce l’ha. Perché cancellare la memoria non è possibile. La si può violentare, alterare, cambiare, abbruttire, attenuare, oppure annebbiare, ma non cancellare. Soprattutto quando si tratta dell’esistenza di un popolo su un territorio. Tutte le shoah vanno ricordate e meritano rispetto e ricerca di spicchi di verità. Come quella dei 350.000 italiani d’Istria, Dalmazia, Venezia Giulia costretti a fuggire, a lasciare case, terre e ogni bene per far ritorno alla madre patria sperando che fosse la fine della tragedia che invece proseguì a lungo.

A migliaia furono infoibati, gettati vivi nelle profonde cavità carsiche della Dalmazia. Intere famiglie distrutte con donne e bambini dai partigiani del maresciallo Tito, aiutati anche da partigiani italiani. Molti di quanti riuscirono a riparare sulla costa veneziana, vennero sbeffeggiati, insultati, picchiati da italiani convinti che gli esuli fossero “pericolosi fascisti colpevoli di aver soggiogato e depredato parte del popolo slavo”.
Anche molti giornali mostrarono disprezzo verso gli esuli: L’Unità, già nell’edizione del 30 novembre 1946, in un articolo di Piero Montagnani, aveva scritto in modo ostile verso coloro che abbandonavano le terre divenute parte della nazione jugoslava governata dal dittatore comunista Josip Broz Tito. Il giornalista de L’Unità Tommaso Giglio, poi direttore de L’Europeo, riferendosi al treno che trasportava i profughi, in quel giorno scrisse ben tre articoli, di cui uno era intitolato “Chissà dove finirà il treno dei fascisti?”.
Nelle Marche ricordiamo il famigerato “Treno della vergogna”, locuzione popolare con cui s’intende il convoglio ferroviario che nel 1947 trasportò ad Ancona chi proveniva dal quarto convoglio marittimo di Pola.
Tra il 2005 e il 2009 in Slovenia sono state scoperte ben 581 foibe e i resti di circa 100.000 corpi, censiti da apposita Commissione istituita a Lubiana.

Il treno della vergogna arriva in stazione – Fonte Wikipedia

Sono trascorsi oltre settant’anni ma questa storia e da allora sono stati fatti passi in avanti: dal 2004 con apposita legge il 10 febbraio è stato istituito il Giorno del Ricordo per non dimenticare i massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata, ma resta il disagio di chi ha vissuto quegli anni, la paura a raccontare vicende familiari legate alle foibe e all’odio di chi ritenevano fratelli.
Li abbiamo cercati e contattati telefonicamente. All’inizio massima cordialità e disponibilità, poi la paura di esporsi, di essere di nuovo perseguitati. E la richiesta di non pubblicare “quanto ci siamo detti e scritti perché abbiamo figli, mogli, parenti e attività da salvaguardare”.

Questo è l’inusitato inizio di questa storia che in troppi vorrebbero venisse ignorata e dimenticata. O forse è soltanto un aspetto, uno spicchio odioso e indimenticato. Perché ci sono altri spicchi da raccontare.
Lo fa Franco Rismondo, presidente della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, nata nell’immediato dopoguerra, 1947, per unire in una associazione gli esuli sparsi in 109 Centri di Raccolta Profughi ed offrire assistenza nei rapporti con le amministrazioni nella ricerca di casa e lavoro. Il comitato provinciale di Ancona, che si era sciolto negli anni ’60, una volta finita la emergenza, è stato rifondato dai figli di quegli esuli nel 2005, per dar voce a chi ha vissuto quelle vicende ed evitare che la istituzione del Giorno del Ricordo venisse strumentalizzata dall’una o dall’altra parte.

Franco Rismondo, presidente dell’ANVGD.

L’INTERVISTA

Dott. Rismondo, quale fu il contesto storico che portò all’esodo giuliano dalmata?
«Per comprendere il contesto storico bisogna allargare il quadro alla nascita dei nazionalismi di fine ‘800 e l’inizio delle contrapposizioni tra italiani e slavi, senza restringere lo sguardo al solo ventennio fascista e ai due anni di guerra con la invasione della Jugoslavia da parte dell’Italia come a giustificare foibe ed esodo. Alla fine della Grande Guerra, nei territori che erano stati promessi all’Italia ma poi assegnati al nuovo Regno di Serbi Croati e Sloveni, gli italiani potevano restare da italiani dove erano nati e vissuti da generazioni. Alla fine della Seconda Guerra, se si voleva restare italiani e si optava per l’Italia, si doveva lasciare tutto ed andarsene».

Quali sono le origini della sua famiglia ? Di cosa si occupavano i suoi genitori ?
«Per le origini remote da parte paterna un notaio veneto che si era stabilito a Rovigno nel 1400. Nei secoli i Rismondo si sono diffusi lungo la costa, mio nonno nato a Lissa, mio padre ed io a Zara. Da parte materna i Marchi erano presenti nell’isola di Lesina (oggi Hvar) almeno dal ‘700. Mio pade era medico».

Cosa le hanno raccontato della loro fuga dalla Dalmazia?
«Zara è stata bombardata per un anno intero, 54 bombardamenti che hanno distrutto la città all’85%, obbligando la grandissima parte della popolazione ad andarsene. Cessati i collegamenti con Ancona ci siamo spostati a tappe lungo la costa. A Lussino mio padre è stato trattenuto come medico prima dai tedeschi e poi dai partigiani e solo dopo un anno ci hanno aiutato a fuggire in barca e raggiungere Trieste».

Secondo l’ANVGD quante sono le famiglie che giunsero in Ancona e che tipo di accoglienza trovarono?
«Dai registri delle Prefetture per Ancona si parla di circa 600 “posizioni” (596) ovvero pratiche intestate a singoli o famiglie, per circa 1200 persone (1211). Bisogna dire che non tutti i registrati ad Ancona sono rimasti nella Provincia e diversi residenti sono giunti in tempi successivi, già registrati come profughi presso altre Prefetture. Per l’accoglienza bisogna ricordare che il male fa notizia e non si dimentica, il bene si scorda facilmente. I pochi facinorosi che accolsero con grida ed invettive i profughi che scendevano dalla nave dell’esodo, il Toscana, sono ricordati spesso, le molte associazioni cittadine che si prodigarono per l’assistenza e l’accoglienza della città tutta che permise il rifarsi di una nuova vita, su questo si sorvola».

E riguardo le foibe, che tipo di testimonianze avete raccolto?
«Come Comitato di Ancona abbiamo conosciuto solo le due sorelle Quagliano che hanno avuto il padre portato via e mai più ritrovato. Il fatto è attestato da documenti dell’epoca e le figlie sono state ricevute dal Presidente della Repubblica. Per una altro caso documentato in una pubblicazione sulle esumazioni dalle foibe, trattandosi di un parente di secondo/terzo grado non è stato possibile documentare la parentela».

Il massacro delle Foibe (foto tratta da Wikipedia)

Qual è la storia che l’ha maggiormente colpita?
Non c’è una storia che meriti più di una altra, sono tutte tragedie in genere sconosciute, qualcuna più nota come la storia di Graziano Udovisi, il solo che gettato vivo in una foiba riuscì ad arrampicarsi e ritornare in superficie. C’è la storia di Norma Cossetto, la studentessa violentata e gettata in una foiba. Ne hanno fatto un film “Red Land (Rosso d’Istria)“, criticato perché troppo duro. Una storia che all’epoca ebbe la copertina della Domenica Del Corriere Illustrata a colori, quella del farmacista Pietro Ticina che fu affogato con la moglie, una figlia, il genero, un fratello e una nipotina di sei anni: nel cadere in mare si aggrappò al collo del carnefice e lo trascino con sé nel mare di Dalmazia, dove non c’erano le foibe del Carso ma la grande foiba azzurra del mare. Preferisco ricordare le storie di chi costretto a cominciare da niente ha raggiunto posizioni di prestigio creando lavoro e portando il nome d’Italia nel mondo, nella farmaceutica come Bracco, nella moda come Missoni, nelle comunicazioni come il presidente del nostro comitato l’ingegner Viezzoli ed altri ancora, nello sport, nella cultura… Lo prevede e lo richiede la stessa Legge del Giorno del Ricordo, non solo foibe ed esodo ma anche “valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario, artistico degli italiani di Istria, Fiume e delle coste dalmate ed il contributo degli stessi allo sviluppo sociale e culturale”».

Alla luce delle nuove scoperte, le statistiche secondo lei sono sottodimensionate?
«La storia è storia, la lettura che se ne fa diventa politica quando si sceglie cosa ricordare e cosa omettere. Se contare solo i riesumati dalle foibe dell’Istria o anche gli annegati della Dalmazia, se includere tutte le morti violente durante la guerra ed escludere le migliaia a guerra finita. Purtroppo si scelgono numeri fatti e statistiche funzionali alle proprie idee e alle tesi da sostenere».

Qual è la portata della “damnatio memoriae” che grava su questo evento storico?
«I fatti erano noti fin dall’inizio ed averli condannati alla damnatio memoriae per 60 anni ha fatto crescere due/tre generazioni di italiani che non ne hanno mai sentito parlare né a scuola né a casa, che non conoscono i nomi italiani coi quali quei posti erano noti da secoli in Italia e nel mondo».

Qual è la sua opinione della Giornata del Ricordo?
«La vicinanza temporale tra Giornata della Memoria e Giorno del Ricordo fa spesso confondersi tra quando sia Giornata e quando Giorno. La triste data del 10 febbraio 1947 è stata da sempre commemorato da quanti dovettero lasciare i loro luoghi natii come il giorno del Diktat, non un Trattato di Pace ma una imposizione dei vincitori al perdente. Il fatto che dopo 58 anni venisse commemorato da tutta la Nazione doveva essere una forma di riconoscimento del sacrificio degli esuli. I tanti morti nel frattempo non hanno purtroppo potuto rallegrasi di questo onore tardivo ma almeno neanche soffrire della sua strumentalizzazione. L’accento posto sulla tragedia delle Foibe ne ha fatto una questione di memorie che avrebbero dovuto essere condivise quando è impossibile che la memoria di chi ha avuto i suoi cari uccisi da quelli di una parte sia condivisa da chi li ha avuti uccisi da quelli dell’altra parte. Il dolore per i morti passa in secondo piano, la scena va ai carnefici, condannati dagli uni e giustificati dagli altri. Le condanne di quanto è successo “perché non succeda mai più” sono troppo spesso smentite dai fatti che continuano a ripetersi in tutte le parti del mondo.
Di fronte all’esodo dei 350.000 istriani, fiumani e dalmati (e anche su questa cifra se ne discute) per sfuggire alla violenza di una dittatura abbiamo oggi esodi da altre guerre ed altre dittature in altre parti del mondo alle nostre porte. Quanti anni ci vorranno ancora perché il Giorno del Ricordo possa essere occasione di incontro e confronto sereno?»