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IL 27 Giorno della Memoria, Ferranti: «No alla retorica, partire da sé per costruire un mondo migliore»

La docente dell’Unimc spiega in che modo dovrebbe influire, nelle scelte, parole e azioni quotidiane, il ricordo della pagina più orribile della storia umana

27 gennaio, Giorno della Memoria per le vittime della Shoah
27 gennaio, Giorno della Memoria per le vittime della Shoah

ANCONA – «Per onorare la Memoria dei nostri fratelli morti nei campi di concentramento nazisti non vale e non serve la retorica cui si ricorre ogni anno il 27 gennaio per assolvere un dovere sancito per legge. Avremo invece raggiunto ogni anno il nostro obiettivo e non avremo reso vano quel sacrificio, se questa giornata lascerà in ciascuno di noi e in chi ascolta la convinzione che è a partire da sé a dalla propria personale responsabilità quotidiana che possiamo costruire un mondo migliore. Buona celebrazione del Giorno della Memoria 2021». È questo il senso del Giorno della Memoria per Clara Ferranti, docente di linguistica generale presso l’Unimc e responsabile scientifica e organizzativa per Macerata e le Marche della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria.  

Clara Ferranti

Da anni Clara Ferranti si occupa di educazione alla Memoria della Shoah, nel rispetto della sostanza storica e tenendo a distanza la demagogia e la vuota retorica, con l’intento di costruire nuove generazioni che sappiano rimanere solide e integre dinanzi al male e al disumano e capaci di opporsi ad ogni forma di violenza e di sopruso dei diritti umani e civili. Dal 2015 è membro del tavolo tecnico del Consiglio Regionale delle Marche per il coordinamento e la promozione delle iniziative organizzate per il Giorno della Memoria nella regione Marche. È anche direttrice della Collana di Studi “Il tempo, la storia e la memoria”, edita dalle Edizioni Università di Macerata, creata nel 2014 insieme a Paolo Coen, responsabile nazionale della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria.

Quest’anno, in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria, la docente è intervenuta ieri (26 gennaio) durante la seduta del Consiglio Regionale delle Marche, mentre oggi pomeriggio (27 gennaio) parlerà del fine pedagogico della Memoria presso il teatro De Filippo a Cecina.

Clara Ferranti, cosa ha a che fare il Giorno della Memoria con la nostra vita? In che modo dovrebbe influire, nelle scelte, parole e azioni quotidiane, il ricordo della pagina più orribile della storia umana?
«Io non amo la retorica e, da quando mi occupo di questo argomento, ho visto che è molto facile cadere nelle strumentalizzazione, nella spettacolarizzazione e nella banalizzazione della Shoah. Bisogna far un buon uso della Memoria. Non serve parlarne solo il 27 gennaio con parole di circostanza, che non nutrono veramente chi ascolta. Io credo che la Memoria della Shoah detiene innanzitutto una funzione pedagogica e civile per bambini, giovani, adulti e anziani in quanto può fungere per ognuno da maestra e da sentinella della storia, interiore ed esteriore. Sono importanti le parole oggi ascoltate, ma ancor più lo è la traccia indelebile che la Memoria della Shoah, e non solo nel mese di gennaio, è capace di imprimere nello spirito umano, sì da renderlo vigilante e attento ai segnali della storia presente. Vista in tal senso, la Memoria è una fonte alla quale si può e si deve attingere nell’agire quotidiano».

Bisogna dunque riflettere sul passato, in modo da non ripetere gli stessi errori nel presente?
«Sì, lo stesso monito continuamente ripetuto, “perché non accada mai più”, compendia la funzione educativa della storia e della memoria. Anche una recente affermazione di Lia Levi in una intervista su Repubblica, “Solo rapportandoci al nostro passato possiamo costruire l’oggi”, viene a ricordarci l’eterno valore della storia passata per edificare il presente».

Qual è la differenza tra ricordo e memoria?
«Una riflessione a riguardo, di forte impatto, è quella di Piero Terracina che nei suoi incontri con i giovani diceva spesso: “La memoria non è il ricordo, il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona”. Questa affermazione suggerisce che a noi, qui, oggi, e al mondo che celebra e sta celebrando questa giornata, è affidato questo filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro, e che possiamo dunque farne un buono o un cattivo uso. Se non si fa buon uso della Memoria, diventa impossibile leggere la storia, raggiungere l’obiettivo della vigilanza e intraprendere la via della responsabilizzazione dei propri comportamenti».

Come raggiungere dunque questi traguardi?
Il punto di partenza è se stessi. È importante un’autocoscienza critica ed è necessaria la trasformazione di sé e, quindi della società, per raggiungere l’obiettivo della giustizia e della non discriminazione, affinché non ci siano più episodi di razzismo e di antisemitismo. La storia non insegna nulla quando ci aspettiamo che siano gli altri ad iniziare, ecco perché il punto di partenza è se stessi. Se il punto d’avvio per la costruzione di una vita buona va dunque cercato dentro se stessi, una roccia alla quale aggrapparsi, e da cui trarre esempio e forza, è la testimonianza dei martiri della brutalità nazifascista: di chi, tornato dall’inferno, ha raccontato e continua a raccontare l’orrore vissuto; di chi non è sopravvissuto e non può raccontare. La morte di milioni di ebrei, e poi rom, sinti, disabili, malati di mente, omosessuali, neri e testimoni di Geova, coincide con la testimonianza, si fa racconto e diventa monito per l’uomo presente e futuro affinché, dinanzi al bivio, possa fare scelte di bene».