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Giornata Mondiale dell’Ambiente, e vola il bio nelle Marche

L’inquinamento dei mari non deriva solo dalla plastica, ma anche da pesticidi e fertilizzanti utilizzati in agricoltura. Il settore del biologico negli ultimi anni ha fatto registrare in Italia un più 20%

Inquinamento di mari e oceani. È questo il tema al centro dell’edizione 2018 della Giornata Mondiale dell’Ambiente, che si celebra oggi 5 giugno. Un appuntamento che si rinnova ogni anno da quando nel 1972 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò questa ricorrenza per sensibilizzare governi, cittadini e aziende sulle tematiche ambientali, e in particolare su inquinamento, riscaldamento globale e sovrappopolazione.

Quest’anno la giornata dedicata all’ambiente pone l’accento sull’inquinamento da plastica che interessa mari e oceani. Ma la lotta alla plastica non è la sola sfida per preservare le acque. L’inquinamento dei mari, infatti, non deriva solo dalla plastica, ma anche da pesticidi e fertilizzanti utilizzati in agricoltura. Sostanze che giungono in mare trasportate dai fiumi, dopo esservi state convogliate dall’acqua piovana.
Una questione tutt’altro che secondaria, che pone l’accento sull’importanza della coltivazione con metodo biologico, che ad oggi rappresenta ancora l’unica pratica agricola che consenta la tutela del suolo, della biodiversità agraria e della salute umana.

In questo senso parlano chiaro i dati del report scientifico realizzato dal Parlamento europeo, pubblicato nel 2016, dove si evidenzia come il consumo di prodotti bio sia correlato alla riduzione del rischio di malattie allergiche e obesità, e degli effetti deleteri degli insetticidi sullo sviluppo cognitivo e neurologico dei bambini.

Un settore, quello del bio, che negli ultimi anni ha fatto registrare in Italia un +20%.
In base ai dati diffusi da Con Marche Bio, il Consorzio Marche Biologiche, nel 2016 in Italia si è raggiunto il record di superficie convertita a biologico (1.795.650 ettari) e di operatori impegnati in questo settore (72.154).

Il dato delle Marche, relativo al 2016, ha fatto registrare un 17,5% di superficie agricola coltivata con metodo biologico, pari a 75 mila ettari circa, e oltre 2700 operatori biologici, tra aziende agricole e trasformatori. Numeri importanti, per una tradizione, quella del bio, partita nei primi anni ’80 nella provincia di Ancona con la Cooperativa La Terra e il Cielo di Arcevia, che oggi conta oltre 100 aziende agricole, soprattutto di piccole dimensioni.

«Le Marche sono state avanguardia e culla del biologico in Italia – spiega Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa La Terra e Il Cielo – ed oggi rappresentano una delle realtà più importanti in questo settore nel panorama italiano, anche in termini di superficie agricola coltivata con metodo bio. Una regione che ha sempre creduto e scommesso sul biologico, regolamentandolo per prima con un’apposita legge regionale e attivando importanti cooperazioni per fornire risposte alle aziende agricole. Il Consorzio Marche Biologiche, in particolare, del quale siamo soci, è la prima vera filiera Italiana, controllata e certificata da un ente terzo».

Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa La Terra e Il Cielo

Una realtà, quella del Con Marche Bio, che conta oltre 300 aziende agricole marchigiane, e che è rappresentata da cinque cooperative associate: Azienda Agricola Gino Girolomoni, Italcer, La Terra e Il Cielo, Montebello e Terra Bio.

Il biologico è sempre più gradito sia nelle Marche che in Italia, dove il dato sul fronte delle vendite fotografa un trend in aumento: nel 2017, rispetto al 2016, si stima che in Italia siano aumentate di 1 milione le famiglie che hanno acquistato almeno un prodotto biologico.

Una crescita che si inserisce nell’ambito di una tendenza sempre più forte al biologico e verso prodotti ecologici e salutari. Un contesto nel quale la competitività deve essere garantita, per permettere la sopravvivenza delle piccole aziende agricole, che sono quelle che possono tutelare al meglio il territorio, come sottolinea Bruno Sebastianelli: «Un agricoltore marchigiano non può competere con un agricoltore cinese, per questo dal 2007 abbiamo avviato uno studio valutativo, seguito da un agronomo esterno, per stabilire un prezzo minimo garantito, che possa coprire tutti i costi delle piccole imprese agricole. Una iniziativa che abbiamo attuato per primi in Italia, con l’obiettivo di valorizzare l’agricoltura. Oggi il biologico è divenuto un business, che va difeso dal falso bio e dal rischio di diffusione della criminalità».

Un vero e proprio boom lo hanno fatto registrare vini e spumanti biologici (+109,9%), oltre alle carni, sia fresche che trasformate, (+85,1%). Cospicue le vendite nel primo semestre 2017 di derivati dei cereali (+3,2%), frutta (+19,3%), ortaggi (+12,7%) e latticini (+16,2%) bio.

E proprio nell’ambito della produzione di vino biologico la giovane azienda agricola La Staffa sta portando agli onori della cronaca mondiale i vini marchigiani realizzati attraverso colture ecosostenibili. Guidata dal 27enne Riccardo Baldi, l’azienda di Staffolo è stata insignita al Vinitaly 2018 del “Premio Angelo Betti per i Benemeriti della Viticoltura – Gran Medaglia Cangrande” . Al centro della produzione della piccola azienda agricola il Verdicchio dei Castelli di Jesi al quale La Staffa deve la sua notorietà: recentemente ne ha scritto anche il Wall Street Journal, che ha annoverato il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore del 2017, prodotto proprio da La Staffa, tra i 5 migliori vini italiani. Una produzione di nicchia, realizzata su 10 ettari di terreno coltivati esclusivamente con metodo biologico, per un vino realizzato in maniera artigianale, senza avvalersi di strumenti meccanici. Circa 45 mila bottiglie all’anno, delle quali oltre il 60% viene esportata all’estero. Una scelta, quella del biologico che Riccardo Baldi ha compiuto nel 2013, assecondando una tendenza all’ecosostenibilità che nelle Marche è piuttosto forte e anche «per il desiderio di salvaguardare l’ambiente», come spiega il giovane titolare.

Riccardo Baldi, titolare dell’azienda agricola La Staffa

«Il biologico è un punto di partenza – sottolinea Baldi – e non la soluzione a tutti i mali dell’ambiente. Oggi si sta diffondendo molto la cultura dell’ecosostenibilità al punto che anche le aziende chimiche e farmaceutiche stanno investendo in questo settore, sviluppando prodotti per l’agricoltura alternativi al rame e allo zolfo, le due uniche sostanze ammesse nelle coltivazioni biologiche». Di progressi ne sono stati fatti, ma non bisogna fermarsi, come spiega il titolare de La Staffa, che lancia un appello agli imprenditori agricoli marchigiani: «Occorre essere più curiosi e viaggiare nelle altre zone d’Italia, per capire come stanno lavorando, prendendo esempio anche dai “bio distretti” dedicati al vino, che in alcune regioni sono già una realtà consolidata».

Grandi risposte al problema del cambiamento climatico, che impone una riduzione delle emissioni, e alla salute umana, possono arrivare dal biologico, come precisa Bastianelli: «I terreni stanno morendo, non trattengono più acqua, ma grazie alle coltivazioni con metodo biologico è possibile riportarli alla fertilità, immettendovi sostanze organiche. Se riusciamo a restituire questa fertilità alla terra ne guadagnerà non solo l’ambiente, ma anche il cibo dal punto di vista nutrizionale. Infatti numerose ricerche dimostrano una notevole perdita della capacità nutrizionale degli alimenti, dovuta proprio all’impoverimento dei terreni causato dall’utilizzo di sostanze chimiche nella coltivazione. Il biologico è in grado di rendere i cibi più sani e carichi energeticamente».

Un progetto a tutto tondo, quello di Bastianelli, che si pone l’obiettivo di rispondere non solo alle problematiche legate a ambiente e salute umana, ma anche in termini di salvaguardia dei diritti dei lavoratori, di bioedilizia e di etica nella finanza, «vorremmo che un’azienda agricola fosse valutata per il suo lavoro e per il suo peso sociale, non più solo come un numero», sottolinea Bastianelli.

Burocrazia e contributi, i nodi ancora da risolvere, secondo Bastianelli, perché possono rendere difficoltoso l’accesso alle risorse della Comunità Europea: «Occorre cambiare il sistema di contribuzione, che dovrebbe avere come obiettivo quello di trovare soluzioni ai problemi delle aziende agricole, mettendole in condizione di produrre ciò che chiede il mercato, senza destinare i fondi a prodotti specifici, che spesso non hanno neanche mercato».