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A tu per tu con Giacomo Giovannetti, attivista dell’arte e designer delle T-shirt di Jovanotti

«Amo illustrare, raccontare storie, generare collage». Intervista all'artista di Senigallia, fondatore del brand di abbigliamento Upupa & Colibri, pioniere del brand activism a favore della sostenibilità ambientale

Giacomo Giovannetti
Giacomo Giovannetti

Classe 1983, di Senigallia, fondatore e titolare dal 2011 del brand di abbigliamento streetwear sostenibile Upupa&Colibri, grafico, illustratore e art director. Creativo a tutto campo, storyteller visivo, già allievo presso l’accademia di Belle arti di Bologna del maestro Concetto Pozzati, laurea in Pedagogia interculturale, educatore alle attività artistiche ed espressive, viaggiatore alla scoperta di immaginari visivi arcaici, addirittura per certi anni della sua vita educatore di strada in progetti di formazione informale ed artistica in Ecuador. Designer delle T-shirt indossate da Jovanotti in alcuni tra i suoi tour più recenti. Progettista di abbigliamento, design, oggettistica, loghi, campagne di comunicazione e storytelling visivo per aziende, privati e brand in Italia e all’estero. Ma soprattutto, uno che ama «illustrare, raccontare storie, generare collage».

Eccolo qui, finalmente, Giacomo Giovannetti. L’ho inseguito a lungo per questa intervista… Artista dai mille interessi e con una vita piena come un cocomero, è una persona umile e molto comunicativa, sempre disponibile al confronto. I suoi progetti fioriscono a getto continuo e si fa fatica ad afferrarlo nel vortice delle tante avventure creative e di lavoro. Perché oltre che artista, Giacomo è anche educatore ed insegnante, un maestro che ha messo la sua arte anche a servizio dei bambini.

Nella tua bio ti definisci “un attivista a servizio della comunicazione visiva e dell’arte”. Da cosa nasce questo tuo impegno, e dove si sta portando?
«La cura del mondo passa dalle nostre mani, e il mondo si trova sempre nelle nostre scelte. A partire da questo concetto cerco di utilizzare l’arte visiva come uno strumento di conoscenza, innanzi tutto personale. Ci sono storie molto belle da far conoscere, raccontarle con immagini può essere un’occasione per creare un dialogo ricco di emozioni con il pubblico, creare un processo di consapevolezza non dettato dall’ideologia ma dall’intuizione.

Personalmente amo stare in studio, disegnare, immergermi nei processi creativi ma allo stesso tempo non posso allontanarmi troppo da ciò che sento importante, dal sogno di avviare piccoli e grandi processi di trasformazione sociale e in questo l’arte diventa non solo un mezzo di comunicazione ma anche uno spazio di incontro. Non ho avuto studi regolari e i miei interessi spaziano verso molte discipline.

Alcune persone mi conoscono per il brand Upupa & Colibri o per le mie grafiche, ma nella vita quotidiana sono impegnato anche come educatore, formatore e insegnante. Mi affascina la letteratura per l’infanzia, la ricerca nel design italiano avviata da figure come Munari. I contenuti dell’arte diventano importanti grazie alla condivisione che siamo capaci di creare attorno ad essa e al cambiamento sociale che questa può accendere.

Personalmente alcune esperienze personali come il servizio civile all’estero che feci in Ecuador sono state caratterizzanti non solo rispetto alla modalità che ho scelto per comunicare ma anche rispetto al focus dei contenuti che voglio affrontare».

L’arte può essere sostenibile, e la creatività può essere al servizio della sostenibilità?
«Tutti gli artisti sono stati contemporanei ed arte non è nient’altro che ciò che le persone definiscono come tale. Partendo da questi due assiomi fondamentali, credo che l’arte possa essere ciò che vuole, può essere definita e osannata, distrutta o ignorata. Ciò che conta davvero è l’effetto e il cambiamento, sul lungo periodo che l’arte può creare. Questo non deve confondere l’arte con la pubblicità, parlare di cambiamento significa parlare di nuove consapevolezze e di sguardi diversi sulla realtà, non solo di tendenze verso consumi differenti».

Le tue creazioni sono un fiorire di associazioni e di contaminazioni, una terra fertile da cui sgorgano cose, persone, simboli, animali. È così che vedi il mondo? Così che lo sogni?
«O per lo meno, è così che mi serve… Vediamo il mondo attraverso il nostro sguardo come un filtro capace di connotare positivamente o negativamente qualcosa. L’arte visiva ci insegna a trovare un nostro sguardo, critico e personale sulla realtà. I comunicate comunication: la mia ricerca è un equilibrismo, una composizione dove i ricordi, le emozioni e l’intimità convivono con la scienza, le scoperte, la storia dell’arte. Il linguaggio col quale mi esprimo è un dialetto fatto di tanti dialetti, il linguaggio dell’unicità e del dialogo tra mondi lontani che si uniscono generando immaginari nuovi. La parola chiave è sempre intercultura. I miei valori sono la curiosità e l’apertura verso gli altri, il rispetto e la tutela delle diversità e dell’ambiente».

Un’opera di Giacomo Giovannetti per il tour Oh Vita! di Jovanotti

Il design e l’abbigliamento sono molto presenti nel tuo lavoro. E tra i sodalizi più forti c’è quello con Jovanotti: cosa avete fatto insieme, cosa vi lega?
«Con il mio brand e come graphic design, fornisco immaginari e disegni che possano trasmettere l’essenza di un progetto. La mia è una traduzione in immagini di quelli che sono dei valori identitari di un progetto, mi piace ascoltare per poi dare delle prospettive e delle proposte. Unire alla grafica e al disegno la possibilità di essere stampate e realizzate su materiali con un limitato impatto ambientale danno maggior valore al messaggio che si vuole trasmettere: in questo ho avuto la fortuna di creare progetti per altri brand e artisti come cantanti e gruppi musicali. Mi ha fatto molto piacere poter raccontare con immagini i contenuti di un artista che mi piace molto come Jovanotti».

Oltre al tuo brand Upupa e Colibrì, ti stai impegnando in un nuovo progetto, chiamato Mar amore.. Un network multidisciplinare di professionisti, aziende, associazioni e istituzioni che hanno a cuore la salute del mare. Ce ne parli?
«Quando nel 2011 abbiamo cominciato a riciclare t-shirt, a creare collezioni unendo letteratura e immagini, quando abbiamo sostenuto cause legate ai diritti civili, la sostenibilità e il brand activism erano un lusso, ora sono in voga… e questo è tendenzialmente una buonissima notizia. Purtroppo però questa sostenibilità e questo impegno ambientale millantato da tanti brand non sempre si traduce in percorsi concreti: possiamo creare una t-shirt con una fibra riciclata ma gli aspetti che determinano la vera qualità ambientale di un progetto passano attraverso tanti step, che vanno dai diritti dei lavoratori al linguaggio e all’impatto che un progetto ha su un territorio. Con Mar Amore ci occupiamo non solo della compensazione di emissioni di Co2, ma cerchiamo di avviare vere e proprie strategie coinvolgendo soprattutto i temi della sostenibilità marina.

Il green washing può essere superato solo con un approccio complesso e con uno sguardo scientifico: per questo con alcuni professioni con cui avevo già collaborato negli anni scorsi abbiamo deciso di lanciare “mar-amore” (maramore.it) un team di esperti capaci di affrontare il tema dell’ambiente sotto vari punti di vista unendo biologia, ingegneria, informatica, comunicazione e arte. La vedo come una sfida reale per il futuro quella di iniziare a smontare pregiudizi e cattive abitudini attraverso un lavoro capace di unire competenze diverse capaci di fornire dati netti ma allo stesso tempo comunicare ed emozionare.

Sappiamo che ogni apprendimento ha bisogno di un’emozione su cui appoggiarsi per diventare stabile, certe emozioni però possono essere fugaci e non apportare una vera evoluzione. Con il mio lavoro di visual artist auspico di portare contenuti stimolanti, avviare battaglie e mostrare nel nostro territorio che è possibile avviare un cambiamento consapevole, che superi abitudini e sappia coniugare bellezza e sostenibilità».