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Effetto Coronavirus sull’economia. Studio Confapi: «Due aziende su tre in deficit»

L'impatto del lockdown imposto per limitare la diffusione dell'epidemia di Covid sta già suscitando i primi effetti. Ecco quanto emerge dalla fotografia scattata dall'associazione di imprese

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ANCONA – Due aziende marchigiane su 3 in deficit di oltre 2 miliardi di euro. È quanto emerge da uno studio realizzato da Confapi Industria Ancona in collaborazione con Scouting Capital Advisors sull’economia marchigiana colpita dagli effetti del fermo, imposto alle attività produttive per limitare l’epidemia di Coronavirus.

Dall’analisi, condotta su un campione formato da 11.232 società di capitali, il 61,5% delle quali piccole aziende con fatturato inferiore al milione di euro, il 33,6% con fatturato da 1 a 10 milioni di euro e il restante 4,9% con fatturato tra 10 e 150 milioni di euro, emerge chiaramente il fabbisogno di liquidità delle imprese.

Ipotizzando una flessione del 30% dei ricavi, un aumento dei giorni di incasso (fino a 30), in parte compensato dall’aumento di 20 giorni per il pagamento dei fornitori e una svalutazione dei crediti del 5%, «circa due aziende marchigiane su tre» secondo l’analisi registrerebbero un deficit finanziario pari a oltre 2 miliardi di euro.

Una crisi di liquidità che secondo il direttore Confapi Industria Ancona, Michele Montecchiani potrebbe avere risvolti ancora più pesanti «al prolungarsi del lockdown» che «potrebbe mettere in seria discussione, per molte attività produttive, la stessa continuità».

Insomma uno scenario drammatico che andrebbe ad impattare più di tutti su edile-immobiliare, commercio, nautica, calzature e abbigliamento.

Michele Montecchiani, direttore Confapi Ancona

Il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagno potrebbe risolvere parte dei problemi «anche se – osserva Montecchiani – pur ipotizzando il sostegno di 4 mesi all’80%, rimarrebbe comunque un deficit pari a 1,17 miliardi di euro da parte di 5.800 piccole e medie imprese».

Un quadro ancora più fosco se si considera che lo studio non prende in esame il panorama delle società di persone. Per questo secondo Confapi Industria è necessario «costruire un piano di emergenza che valuti le opportunità finanziarie messe in campo dal Governo nei Decreti “Cura-Italia” e “Liquidità”, verifichi l’impatto economico di altre misure come la Cassa Integrazione Guadagni, arrivando a quantificare il complessivo fabbisogno finanziario necessario per superare la crisi e rispetto al quale avviare la corretta interlocuzione anche con il mondo bancario. Ma occorre «coinvolgere nell’approfondimento anche il mondo sindacale che, puntando alla tutela dei lavoratori – conclude il direttore di Confapi Ancona – non può sentirsi escluso dalla definizione di una strategia che protegga le eccellenze del territorio marchigiano dal quale dipendono gran parte delle famiglie marchigiane».

Pietro Marcolini
Pietro Marcolini

Partendo dallo studio realizzato da Confapi, definito «interessante perché condotto su un campione ampio» il presidente Istao Pietro Marcolini, osserva che parallelamente ai settori merceologici in crisi ce ne sono altri che al contrario stanno registrando una crescita, come il commercio online, la distribuzione a domicilio di generi alimentari, i prodotti medicali, le specialità farmaceutiche e l’ortofrutta.

Intanto dallo studio Confapi emerge molto chiaramente il «fabbisogno di liquidità delle imprese che in parte il Decreto Cura Italia prova un pò a rispondere, ma il problema è che la parte più dinamica delle nostre imprese ha attivato un finanziamento a debito prevalentemente creditizio e nella nuova situazione questo può determinare problemi rilevanti da non sottovalutare». Liquidità che secondo Marcolini «può essere garantita, come si sta cercando di fare con i crediti senza garanzia fino a 25 mila euro e con una garanzia del 10% fino a 800 mila euro. Ecco qui a mio avviso c’è uno spazio importante per le associazioni di categoria, artigiane, industriali, turistiche e commerciali che potrebbero assumere una funzione integrativa e suppletiva fra livello pubblico e banche nel disbrigo delle pratiche».

Un intervento che per il presidente Istao, le associazioni di categoria dovrebbe portare all’attenzione del Governo per semplificare l’istruttoria per il 10% di garanzia mancante.

Fondamentale secondo Marcolini, ricordare che la crisi rischia di portare fuori mercato tante imprese a partire da quelle che hanno avuto la forza e il coraggio puntare sull’innovazione tecnologica. Insomma l’emergenza non è solo garantire liquidità alle imprese, ma anche operare una «distinzione dei ruoli – osserva il presidente Istao -. Lo Stato deve accollarsi l’emergenza sociale, sanitaria e la liquidità,  ma le Regioni dovrebbero fare da lubrificante per gli interventi di sostegno soprattutto alle imprese più piccole, sia come sostegno alle pratiche burocratiche che come sostegno ai processi di modernizzazione in corso che sarebbe drammatico interrompere, nonostante la crisi».

Per quanto riguarda le riaperture per Marcolini è necessario guardare non tanto al codice Ateco, quanto alle condizioni di organizzazione e di produzione e «garantire forniture permanenti di dispositivi di protezione individuale» per mettere in condizioni le aziende di ripartire e la garanzia del progressivo censimento dei positivi e negativi.