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Truffa dei diamanti: oltre 40 i casi nelle Marche

Pesaro, Ascoli Piceno, Senigallia e Ancona: sono molti i consumatori che si stanno rivolgendo alle associazioni dei consumatori per segnalare le proprie situazioni. Le gemme venivano proposte dagli istituti di credito ai loro risparmiatori come "beni rifugio" e, in alcuni casi, avevano uno scarso valore commerciale e quindi anche un basso appeal sul mercato

ANCONA – Sono oltre una quarantina le segnalazioni giunte finora agli sportelli dell’Unione Nazionale Consumatori da parte di cittadini marchigiani che hanno acquistato i diamanti proposti dalle banche e al centro di una indagine della Procura di Milano. Alcuni istituti di credito proponevano ai loro risparmiatori diamanti come “beni rifugio”, ossia come forma di investimento sicura in alternativa ad altre tipologie, come titoli o obbligazioni: una presunta truffa che si sta allargando a macchia d’olio in tutta Italia.

L’indagine è partita dalle denunce sporte alle associazioni consumatori che hanno posto all’attenzione dei magistrati una presunta pratica scorretta da parte di alcune banche nella vendita di questi diamanti, dove gli istituti di credito agivano da intermediari con alcune società, prendendo una provvigione sulle pietre vendute.

Dopo che è scoppiata la bolla mediatica tanti risparmiatori hanno iniziato a rivolgersi alle associazioni dei consumatori per segnalare la loro situazione.

«Sono molti i risparmiatori marchigiani che hanno acquistato questi diamanti», spiega l’avvocato Corrado Canafoglia coordinatore regionale dell’Unione Nazionale Consumatori. A Pesaro, Ascoli Piceno, Senigallia e Ancona, moltissime sono le persone che avevano scelto questo investimento senza essere a conoscenza del rischio che poteva comportare un investimento di questo tipo e senza sapere che le quotazioni dei diamanti potessero essere state gonfiate.

«Nel frattempo alcune banche hanno iniziato a tentare di definire in maniera stragiudiziale la questione proponendo ai risparmiatori percentuali del 20%, massimo 40% del valore investito», spiega l’avvocato che precisa come «sta emergendo una truffa generalizzata dove sono indagati una settantina tra dirigenti di banche e delle società che vendevano i diamanti».

Una presunta truffa molto diffusa anche nelle Marche dove questo tipo di investimento è stato proposto molto spesso anche a persone anziane con piccoli risparmi. I diamanti, in alcuni casi, avevano uno scarso valore commerciale e quindi anche un basso appeal sul mercato. Inoltre, a volte, agli investitori neanche veniva consegnato il diamante vero e proprio, ma solamente il certificato di proprietà relativo alla gemma.

Ancor più pesante è il fatto che in alcuni casi, le banche, quando i risparmiatori acconsentivano ad acquistare i diamanti, facessero firmare ai loro clienti il Mifid, ovvero l’informativa sulla capacità e volontà di rischio dell’investimento, che però riguarda l’acquisto e la compravendita di titoli, e quindi gli investitori non potevano essere a conoscenza del rischio sul mercato delle pietre.