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Il Coronavirus fa paura, la psicoterapeuta: «Fondamentale non generare panico ma solidarietà»

La dottoressa Francesca Mancia rassicura e spiega i meccanismi psicologici alla base dei timori di un'epidemia e del contagio proveniente dall'altro

prelievo del sangue
Un prelievo

ANCONA – Nelle Marche non ci sono casi di Coronavirus accertati ma tra la popolazione il timore che possa generarsi una epidemia c’è, tanto che le mascherine chirurgiche sono andate a ruba e sono introvabili nelle farmacie.
Le notizie che giungono dalla Cina spaventano anche le Borse per le possibili ripercussioni economiche. «Condizionano la nostra fiducia nel futuro – spiega la psicoterapeuta Francesca Mancia -.
L’equilibrio emotivo di giovani e anziani risente della paura del contagio proveniente dall’esterno come accadeva nel tempo del medioevo oscuro e terribile. Le persone hanno ormai la certezza che il mondo possa alterarsi nel clima e nel suo essere culla meravigliosa per l’essere vivente».

La globalizzazione ha certamente cambiato l’impatto che hanno queste condizioni sanitarie, al punto che alcune persone arrivano persino a temere di recarsi nei ristoranti cinesi per il timore di prendere il virus. Ma perché scatta questo meccanismo mentale? «Perché da millenni l’uomo vive questa stessa esperienza del “contagio”, è ormai nella memoria stessa della carne come aspetto psicosomatico. La storia e le tecniche antiche di gestione delle epidemia insegnano che si può morire ma anche che l’uomo sa come gestire il dilagare del virus e superare la crisi». «L’essere umano – continua la dottoressa – ha nei secoli già più volte attraversato questo difficile momento e può ancora essere abile se rimane solidale e collaborativo nel sociale, ritrovando valori di rispetto, attenzione e prevenzione seria. È fondamentale non generare panico ma solidarietà e creatività risolutiva».

Il timore del virus porta ad alzare barriere verso il prossimo: «Ci si rifugia in casa ove la paura è di un contagio anche senza sintomi. La difesa umana è quella di rifugio nei luoghi noti, nel mito della autosufficienza e nella spinta alla protezione personale prima che sociale» osserva la psicoterapeuta. Le misure di restrizioni adottate dalle cittadine cinesi dove ci sono i contagi rievocano «nuovi campi di concentramento», spiega la dottoressa Mancia. «La paura dello straniero – osserva – di questi tempi inoltre è rafforzata dalla malattia che l’altro porta ed in nome della salvezza si costruiscono i prerequisiti di una separazione mentale cui seguirà la separazione fisica con muri.  Tutto ciò è perturbante in quanto storico, noto da secoli e tramandato dalla storia ma, ad oggi, nonostante l’evoluzione tecnologica, il potente web, l’evoluzione sanitaria e finanziaria, mai arginato».

Ma come difendersi da queste paure? «Occorre osservare molto bene il fenomeno cinese, quel gridarsi “coraggio” dalle case e dai grattacieli. L’essere umano ha da sempre saputo affrontare l’epidemia e l’angoscia. La forza sta nella fiducia verso l’altro ed il legame sociale anche a distanza».