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Confindustria Marche, l’appello a banche, istituzioni e imprese: «Facciamo sistema»

Intervista al presidente dell'associazione regionale degli industriali Claudio Schiavoni: «Al governo chiediamo innanzitutto se crede o meno nell'industria»

Claudio Schiavoni, presidente Confindustria Marche Nord
Claudio Schiavoni, presidente Confindustria Marche

ANCONA – «È stato un 2018 altalenante per la nostra regione, partito sotto auspici migliori di quelli che poi si sono verificati durante il corso dell’anno». Ad affermarlo è Claudio Schiavoni, presidente di Confindustria Marche. L’imprenditore fa il punto con CentroPagina.it sull’anno che volge al termine e sulle prospettive per il 2019.

Presidente Schiavoni, che bilancio traccia di questo 2018 ormai agli sgoccioli?
«È stato un 2018 altalenante per la nostra regione, partito sotto auspici migliori di quelli che poi si sono verificati durante il corso dell’anno – dice Schiavoni -. Primo fra tutti l’indebolimento del valore dell’industria manifatturiera, che nel terzo trimestre ha registrato un timido aumento (0,2%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dati che purtroppo, come dicevo, raffreddano i segnali di miglioramento emersi nei trimestri precedenti, rimarcando la presenza di una dinamica produttiva regionale più debole di quella nazionale. A cui si aggiunge l’ultimo dato dell’export, in rallentamento (-0,2%) rispetto al trend nazionale (3,1%). Non è un caso dunque che secondo i recenti dati Istat relativi al 2017, anche a causa degli eventi sismici, le Marche abbiano registrato una flessione del PIL dello 0,2%, a fronte di una crescita dell’1,6% dell’Italia. Peggio di noi solo il Molise. Il momento non è dunque dei migliori ma credo che il tessuto imprenditoriale della nostra regione sia e resti attivo e reattivo alle dinamiche in atto e che i fondamentali rimangano solidi».

Quali sono i settori che se la sono cavata meglio e quelli che più hanno sofferto?
«Più che di settori parlerei di tipologie di aziende: in ogni settore ci sono aziende che stanno andando bene e sono quelle più orientate ai mercati esteri e che negli ultimi anni non hanno mai smesso di investire. Ci sono invece altre aziende che hanno avviato processi di internazionalizzazione troppo tardi o che vivono del solo mercato interno, asfittico e poco reattivo, e si trovano in difficoltà. È necessario trasformare la cultura del contoterzista in vera cultura imprenditoriale, e far sì che le aziende che crescono possano essere da traino anche per le altre, in una logica di filiera».

Quali le prospettive per l’anno prossimo?
«Nonostante la preoccupazione, inevitabile, che ci viene dalle ultime scelte del Governo – e mi riferisco in particolare alle drammatiche riduzioni degli incentivi legati a Industria 4.0 e all’inevitabile aumento della tassazione che peserà sulle imprese per oltre 4 miliardi di euro – il mestiere che faccio mi porta a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno: sono fiducioso che questa sia una fase passeggera che riusciremo a superare con la grinta, la determinazione, la grande creatività tipiche di noi imprenditori marchigiani. Rimaniamo una regione a forte vocazione industriale con un tessuto imprenditoriale attivo e reattivo: il valore aggiunto manifatturiero si attesta al 23%, pari a quello della Germania e manteniamo ancora una forte propensione all’export (30% contro una media nazionale del 28%)».

Cosa auspica, insomma?
«Dobbiamo Fare sistema. Siamo l’unica regione al plurale e da questa pluralità dobbiamo trarre forza. Non mi stancherò mai di dirlo, lavoriamo insieme. Imprese, banche, istituzioni sugli asset fondamentali della politica industriale: innovazione e ricerca, industria 4.0, credito, internazionalizzazione, qualificazione delle risorse umane. Obiettivo comune deve essere quello di far crescere il tessuto industriale, vera spina dorsale dell’economia».

Richieste al governo?
«Come ha detto di recente il presidente nazionale Vincenzo Boccia, la domanda che ci facciamo è se questo governo crede nell’industria. E la risposta è no: si depotenzia industria 4.0, si riduce della metà il credito d’imposta sugli investimenti, si dibatte sulla chiusura di alcuni cantieri, come la Tav. Quello che chiediamo è dunque molto semplice: che si ponga l’attenzione sui temi della crescita perché un Paese non si risolleva con il reddito di cittadinanza e le pensioni ma con il lavoro e l’attenzione ai giovani. Vorremmo una visione organica di politica economica, una strategia di sostegno finanziario alle imprese, interventi sui pagamenti della PA, il rifinanziamento degli incentivi per Industria 4.0 e del credito d’imposta per ricerca e sviluppo. E poi gli interventi sul lavoro: una drastica riduzione del cuneo fiscale; il potenziamento degli incentivi ai premi aziendali; il rafforzamento della formazione e delle leve utili a coniugare domanda e offerta di lavoro».