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Calendario venatorio più lungo nelle Marche, animalisti infuriati

La Lac, Lega Abolizione Caccia, punta il dito conto la Giunta regionale, a causa della preapertura della stagione che ha inaugurato con 20 giorni di anticipo, e si muove verso l'impugnativa

Caccia (Foto di jacqueline macou da Pixabay)

ANCONA – «Stiamo valutando l’opportunità di impugnare in vari parti il calendario venatorio Marche 2020/2021, forti anche della recente vittoria del ricorso delle associazioni ambientaliste in Veneto, dove il Tar ha sentenziato proprio la sospensione della preapertura».

Ad annunciarlo è il delegato Lac (Lega Abolizione Caccia) Danilo Baldini. A far storcere il naso all’associazione animalista, il fatto che la stagione venatoria sia iniziata con «circa 20 giorni di anticipo rispetto alla normale apertura» che in base alla Legge nazionale sulla caccia dovrebbe coincidere con la terza domenica di settembre (20 settembre).

«Quest’anno, vista la concomitanza con le elezioni regionali del 20 e 21 settembre, la Giunta regionale uscente e l’assessore alla caccia Pieroni hanno voluto dare un ulteriore “segnale” ai cacciatori/elettori marchigiani, regalando loro ben 13 giorni in più di caccia, ripartiti in 7 giorni di preapertura e 6 giorni di post chiusura – dichiara Baldini -. In pratica, si inizierà a sparare il 2 settembre e si finirà il 10 febbraio del 2021, che fa quindi delle Marche il “paradiso” dei cacciatori, visto che potranno godere della stagione di caccia più lunga d’Italia».

Immagine di repertorio

Un fatto che però non piace affatto a Lac che evidenzia come il «calendario venatorio» sia «irregolare e sbilanciato» in favore dei cacciatori, tanto da «non passare inosservato all’Ispra, l’organo tecnico/scientifico del Ministero dell’Ambiente, preposto allo studio dello status della fauna selvatica, che difatti lo ha fortemente censurato in molte parti – dichiara Baldini -. Fatto questo che però è stato completamente disatteso dalla Giunta regionale».

Il delegato Lac spiega che «sono state completamente ignorate anche le osservazioni e le richieste di modifica avanzate dalle nostre associazioni ambientaliste ed animaliste marchigiane. L’aspetto più grave è proprio la sconfessione e il disconoscimento del ruolo tecnico – scientifico dell’Ispra che non è espressione delle associazioni ambientaliste, ma che rappresenta un ente pubblico di ricerca, dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, autonomia tecnica, scientifica, organizzativa, finanziaria, gestionale, amministrativa, patrimoniale e contabile, soggetto al Ministero dell’Ambiente, ed ai cui pareri le Regioni dovrebbero attenersi».