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Ancona

Boccia: «Non siamo usciti dall’emergenza»

Il presidente nazionale di Confindustria a Jesi per l'assemblea degli imprenditori marchigiani organizzata da Confindustria Ancona. Il nodo delle infrastrutture e la sfida della manifattura 4.0

JESI – «Veniamo da un terremoto fisico ma anche da un altro terremoto, quello di un paese che dal 2008 ad oggi ha perso 10 punti del suo Pil. Anche se non si vedono le macerie, il terremoto c’è stato, e non non siamo usciti dall’emergenza. Questa consapevolezza in Italia  non c’è, è come se qualche timido segnale di ripresa risolva tutto quello che abbiamo perso dal 2008 ad oggi. Lo dico per sottolineare l’importanza di una stagione della verità, perché se siamo onesti intellettualmente e se ci ricordiamo che siamo ancora in emergenza allora possiamo ripartire». Così Vincenzo Boccia, presidente nazionale di Confindustria, oggi a Jesi presso la Clabo in occasione dell’Assemblea annuale di Confindustria Ancona.

Di fronte agli imprenditori marchigiani, Boccia ha ricordato che «il problema vero è come realizzare un piano economico di medio termine che renda competitivo il paese. La politica potrebbe fare molto se si concentrasse nuovamente sui temi dell’economia, ricordando che l’Italia è il secondo paese industriale in Europa dopo la Germania. Perché un paese forte dal punto di vista industriale significa anche risolvere le grandi criticità Paese che sono la crescita, il debito e il deficit. Siamo di fronte a una svolta epocale- ha continuato – Anche gli imprenditori sono chiamati a entrare nella cultura della complessità, dobbiamo essere eccellenti in ogni funzione aziendale, è finita la fase in cui eravamo bravi a fare i nostri prodotti sotto il profilo qualitativo. Occorre fare di più perché il mondo continua a crescere. In questi anni le imprese hanno manifestato una grande capacità di resistere alle difficoltà, occorre ora reagire e cioè intercettare le rotte dei mercati, essere competitivi in ogni funzione».

Le parole di Vincenzo Boccia hanno concluso una assemblea molto partecipata e ricca di spunti, a cominciare dalla presentazione dello studio “Imprenditori in movimento” commissionato da Confindustria Ancona a Daniele Marini dell’Università di Padova per fotografare l’umore degli imprenditori manifatturieri marchigiani. Un umore, se non nero, quantomeno grigio. Lo studio li rivela provati da una ripresa che non arriva, “gelosi” delle proprie aziende, sfiduciati per lo scarso peso economico e politico delle Marche, mediamente poco orientati all’estero: per l’82% la ripresa non arriverà prima di metà 2018, il 70% si sente abbandonato dalle istituzioni pubbliche, il 43% pensa di reagire alla crisi riducendo i costi e il 60% vuole mantenere l’azienda in famiglia (solo il 7% si affida a capitali e manager esterni). Alla situazione d’incertezza, ha ricordato in assemblea il presidente di Confindustria Ancona, Claudio Schiavoni, si sommano le difficoltà derivanti dal sisma, che ha colpito duramente le province di Macerata, Ascoli Piceno e Fermo.

«Negli ultimi trent’anni si è fatto di tutto per scoraggiare gli imprenditori: dal punto di vista del business quotidiano, con burocrazia e impedimenti; si è legittimata l’idea che creare ricchezza in questo Paese fosse quasi diventata una colpa», ha detto Schiavoni alla platea. Un atto d’accusa, il suo, per la classe dirigente del Paese «incapace di interpretare il mondo che cambia, dimenticando le priorità e le urgenze assolute a cui occorre dare risposte», ma anche per quegli amministratori locali «che vedono nell’industria un problema, che usano la leva dei tributi locali per recuperare risorse». “Emblematico”, secondo Schiavoni, il caso del Comune di Senigallia: «Da un lato dichiara che l’industria non è gradita; dall’altro, sugli stabilimenti industriali gli aumenti previsti per la Tari sono di circa il 33% rispetto al 2016 e addirittura del 44% rispetto al 2015». Secondo il presidente di Confindustria Ancona, le Marche “pagano un gap pesantissimo per la debolezza delle infrastrutture”. «C’è amarezza – ha continuato – per il fallimento del progetto dell’Uscita Ovest che avrebbe collegato il Porto di Ancona con l’Autostrada A14. Non abbiamo gioito per la sigla del protocollo sul Lungomare Nord. Attendiamo che la Quadrilatero diventi un’opera Marche. Ci piacerebbe anche avere un aeroporto efficiente, ma la crisi in cui si trova rende difficile tracciarne il futuro, a meno che non si abbia il coraggio di pensare ad un sistema di mobilità delle persone e delle merci che interessi il centro Italia, facendo sinergie ed alleanze con gli scali di Perugia e di Pescara, con il Porto di Ancona e con altri terminal portuali al di là dell’Appennino». Schiavoni ha anche affrontato il tema della manifattura intelligente e connessa. «L’industria 4.0 – ha detto – renderà più competitive le nostre aziende ma determinerà una nuova selezione nel mondo del lavoro. Le fabbriche saranno sempre più automatizzate e interconnesse mentre i big data saranno il vero patrimonio del futuro. Anche le Marche sono focalizzate su questo nuovo orizzonte, ma occorre superare molti ostacoli. Il 90% delle aziende sotto 50 dipendenti e l’80% di quelle al disotto dei 100 dipendenti sono ritenute a bassa digitalizzazione». Ma il vero problema è il gap culturale con generazioni di lavoratori che fanno fatica a usare strumenti digitali. “Questo è l’aspetto che più ci preoccupa, soprattutto se pensiamo che nei prossimi 20 anni il 47% dei mestieri che ci sono oggi non ci saranno più e che verranno sostituiti da nuove professioni, tutte basate su competenze digitali”. Anche per questo, Schiavoni auspica «una strategia complessiva di rilancio dell’offerta formativa professionalizzante».

Infine, sempre da Vincenzo Schiavoni, un accenno alla Cittadella delle Tecnologie che dovrebbe vedere la luce a Jesi presso l’ex zuccherificio Sadam. «Stiamo dedicando energie al progetto proposto all’opinione pubblica in occasione dell’Assemblea di fine 2014. Vorrei essere chiaro in merito: per noi la Cittadella delle tecnologie non è un’operazione immobiliare.  Al contrario, la Cittadella delle Tecnologie intende proporsi come modello concreto di ibridazione del know how tecnologico e luogo in grado di favorire la contaminazione positiva tra tutti gli attori della manifattura intelligente: università e centri di ricerca, Knowledge companies e tutti gli attori ed operatori del settore tecnologico, dell’innovazione e dell’economia della conoscenza».

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