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Maltrattamenti sull’infanzia, Marche a elevato rischio. La psicoterapeuta Mancia: «Occorre creare reti di sostegno»

La psicoterapeuta dell'età infantile commenta i dati del report Cesvi che fotografano le Marche come regione ad elevata criticità per il rischio di maltrattamenti su bambini e adolescenti. Undicesima in classifica

Bambini che colorano (Foto di Paolo Ghedini da Pixabay)

ANCONA – Le Marche, insieme a Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, Basilicata, Molise, Abruzzo e Lazio, sono tra le regioni italiane ad elevata criticità per il rischio di maltrattamenti su bambini e adolescenti. È quanto emerge dalla quarta edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, curato da Cesvi, l’organizzazione umanitaria italiana, laica e indipendente, fondata a Bergamo nel 1985.

Nella nostra regione, a fronte di una elevata criticità ambientale, rappresentata da fattori di rischio elevati, non corrisponde una reazione del sistema dei servizi, rimasti al di sotto della media nazionale. La pandemia, costringendo le famiglie a restare chiuse fra le quattro pareti domestiche, ha esposto bambini e adolescenti ad un maggior rischio di maltrattamenti.

Andando ad esaminare i dati, rispetto al precedente report, la nostra regione conferma la 11esima posizione in classifica e, se da un lato emerge un miglioramento sul versante della sicurezza, della capacità di acquisire conoscenze e sapere, dall’altro le Marche peggiorano sul fronte dell’accesso alle risorse, alla capacità di garantire al mondo infantile cure e una vita sana.
Rispetto all’anno scorso la regione perde 4 posizioni per i servizi di cura relativi ai minori, inoltre il rapporto evidenzia la necessità di una programmazione di medio lungo termine per le politiche di prevenzione dei maltrattamenti. Secondo il rapporto, le Marche dovrebbero potenziare i servizi territoriali a vocazione sociale.

«I dati del report – commenta la psicoterapeuta dell’età evolutiva Francesca Mancia – da un lato rappresentano la volontà di raccogliere evidenze e di fotografare lo scenario reale, dall’altro la capacità di dare oggettività a questo fenomeno che è piuttosto oscuro e occultato, ma non per questo non presente».  Dati che secondo la psicoterapeuta possono essere utilizzati non tanto come un elemento finalizzato solamente ad allertare, ma anche come elemento in grado di rappresentare un fenomeno sotto traccia. 
«La difficoltà attuale dei dispositivi di tutela e di cura – prosegue – è quella di far fronte a tutta la complessità gestionale in fase pandemica a livello sanitario e dall’altro cercare di prevenire gli elementi di rischio e pericolo che si stanno evidenziando. Occorre ben chiarire questo tipo di scenario, prima di tutto».

Nel primo periodo della fase pandemica, evidenzia, «c’è stata una sorta di empatia intersoggettiva legata al fatto che tutti pensavamo che ci sarebbe stata una tempistica ben determinata verso una risoluzione, ma poi con le successive ondate è emerso ciò che era prevedibile, ovvero che le reti sociali non hanno tenuto perché il virus ha slatentizzato una serie di criticità economiche, lavorative, oltre all’impossibilità di distanziarsi dalle dinamiche familiari conflittuali». 

La psicoterapeuta spiega che «sono aumentati i soggetti sofferenti di impulsività e di crisi di rabbia, ma a crescere è anche lo stato di allarme all’interno del sistema emotivo familiare dovuto alla non abitudine, in alcune persone, alla sofferenza legata alla carenza di lavoro: molti professionisti e altre persone che non avevano mai sperimentato difficoltà in ambito lavorativo si sono trovati a fronteggiare una grave crisi economica e familiare, con un conseguente frantumarsi dei sistemi di sicurezza in ambito affettivo dove non erano presenti solide basi emotive e relazionali».

La necessità di una programmazione in termini di tutela delle categorie deboli era nota anche prima della pandemia, quando «quello che stavamo registrando era che anche le famiglie medio borghesi potevano avere necessità di usufruire di contributi e supporti. Inoltre la conflittualità in fase di separazione e anche in fase di riorganizzazione familiare era già fuori controllo in alcune procedure legali e questo portava ad un sistema di tipo rivendicativo». 

Un quadro pre-esistente che nel post pandemia ha avuto «una detonazione» che ha avuto una sua espressione nelle bande di adolescenti che hanno sfogato la loro rabbia e angoscia verso il futuro. «Il sistema di aggressività era già presente come deriva culturale, che il garante e gli operatori di servizi avevano già sottolineato, e che vedeva le equipe impegnate su questi temi». L’auspicio della dottoressa Mancia è quello di «un impegno economico e professionale per creare reti di sostegno».