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Coronavirus, Francesco Casoli sulla fase due: «L’unione fa la forza»

Il presidente di Elica e Aidaf fa il punto sull'economia marchigiana ai tempi del Coronavirus. Priorità: riavviare in tempi brevi il motore produttivo. E poi puntare sul rinnovamento e sul gioco di squadra tra imprenditori

Francesco Casoli
Francesco Casoli

ANCONA – Rinnovarsi, unirsi e guardare oltre i confini nazionali. Sono queste le parole chiave che dovranno connotare la “fase due”, quella della riapertura delle attività produttive paralizzate dal lockdown, imposto per limitare la diffusione del Coronavirus. A dirlo è Francesco Casoli, presidente di Elica e Aidaf (Italian Family Business), l’associazione che raggruppa oltre 200 imprese familiari. Ma per traghettare le imprese verso la rinascita «il tempo sarà dirimente».

Secondo l’imprenditore fabrianese, infatti, è «il tempo che impiegheremo a far sì che questa fase due inizi veramente» che sarà cruciale per le sorti di tante micro, piccole e medie imprese che costellano il territorio marchigiano, dal momento che, come osserva, della fase due «finora ne abbiamo solo sentito parlare, ma non abbiamo ancora visto dei concreti risvegli».

Intanto però i mercati europei «stanno soffrendo moltissimo» e, se da un lato ci sono alcuni Paesi, fra i quali «l’Italia in particolare», che hanno fermato le loro attività, c’è anche «un’altra parte» dell’Europa in cui «molte produzioni non si sono fermate», fra le quali «Germania, Polonia, Francia e Spagna».

Un lockdown che, come nota Casoli, ha fatto perdere alle aziende italiane «quote di mercato conquistate negli anni». Insomma, una paralisi del sistema produttivo che si è tradotta in lavoro perso non solo per le aziende, ma anche per gli stessi lavoratori. «Dobbiamo essere bravi a riconquistare questo lavoro – sottolinea – e gli imprenditori devono essere bravi a mantenere alta la reputazione».

I cittadini dal canto loro, devono invece «capire che nelle aziende, se si rispettano tutti i protocolli, e li stiamo rispettando, dobbiamo essere seri su questo, non si rischia più che andare al supermercato». Una realtà che secondo Casoli va detta «in maniera aperta e intelligente».

Infatti, come tiene a ribadire, non bisogna dimenticare che «pensioni, casse integrazioni e stipendi di tanti dipendenti pubblici» sono pagati con i «contributi dei dipendenti privati, delle tasse delle aziende e dei 740 di tutti noi, ma se la situazione si manterrà così, diminuiranno in maniera importantissima». «Questo è il grande problema che abbiamo davanti  – prosegue – ed è per questo che il tempo è diventato un fattore importantissimo».

Oltretutto per le Marche si tratta di una emergenza nell’emergenza, che arriva dopo il duro colpo inflitto dal sisma del 2016. Un quadro critico che però i marchigiani stanno affrontando «con due traiettorie: una è quella dello spirito marchigiano, lo spirito della gente che viene dalla sofferenza, come i nostri padri, che arrivano dalla campagna, dal lavoro duro, persone che sanno che le cose devono essere conquistate metro dopo metro e che sanno perfettamente cosa significa sacrificarsi». Dall’altro lato, osserva c’è il tessuto economico e industriale, costituito in gran parte da migliaia di micro aziende che non saranno certo aiutate da questa situazione, e che anzi «saranno proprio quelle che rischieranno di più».

Come uscirne dunque? Per il presidente Aidaf, è necessario accelerare sì, ma anche fare gioco di squadra. «È venuto il momento di mettersi insieme, i piccoli imprenditori devono iniziare a parlare fra di loro perché l’unione fa la forza». «Il mercato interno in Italia sarà sempre più difficile, i prossimi anni saranno durissimi» perché «ci sarà una riduzione del volume di mercato». Fondamentale, dunque, ampliare lo sguardo oltre i confini nazionali, anche se per le micro imprese «è molto complicato andare fuori, servono investimenti, persone, talenti e modernità di pensiero».

Ma la crisi, secondi Casoli, dovrà necessariamente spingere le imprese a rinnovarsi. «Dobbiamo avere i nervi saldi e le idee chiare», e il mondo della «comunicazione giocherà un ruolo chiave» dichiara riferendosi a giornali, radio e televisioni che dovranno agire da «mediatori intellettuali» per evitare che i social media divengano l’unica chiave di lettura della realtà che ci circonda.