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Cacciato di casa dopo il coming out, Leo: «Io come Malika. Ora sono più sereno, mai cancellare se stessi»

Il giovani, 22 anni, proprio come la ragazza di Castelfiorentino, è stato cacciato dalla sua famiglia dopo aver detto loro di essere omosessuale. In occasione della giornata contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia, ci ha raccontato la sua storia

Bandiera arcobaleno, gay
Bandiera arcobaleno (Foto di nancydowd da Pixabay)

ANCONA – «La diversità non deve spaventare o rendere speciali, siamo come gli altri». A parlare è Leo, un ragazzo  22enne che dopo aver fatto coming out è stato cacciato di casa dalla sua famiglia. Una storia, la sua, per certi versi molto vicina a quella di Malika, la coetanea di Castelfiorentino in provincia di Firenze, allontanata dalla famiglia perché gay.

Nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, Leo sottolinea che «l’amore non conosce sesso: stiamo combattendo da anni una battaglia per l’amore, la cosa più normale e scontata del mondo, eppure non per tutti è così. È una contraddizione dover lottare per questo». Un sentimento, l’amore, che può avere molteplici espressioni e sfumature, proprio come i colori della Rainbow Flag, la bandiera arcobaleno, simbolo di inclusione, armonia, amore e rispetto di tutte le diversità. 

Un rispetto, quello per l’unicità delle persone, che ancora sembra lontano anni luce, nonostante siamo nel ventunesimo secolo. E l’attualità non fa che ribadirlo, con storie come quelle di Malika, o guardando più vicino a noi, come quella di Simone, il ragazzo pestato a Fano per aver difeso un’amico che indossava smalto nero sulle unghie. «Quando ho appreso la storia di Malika sono stato male per lei, così come per il ragazzo pestato a Fano. La paura di amare il diverso ci rende ciechi».

Anche la storia di Leo ti arriva dritta, proprio come un pugno in pieno stomaco. Tutto è iniziato nell’estate del 2019, quando ha raccontato ai suoi genitori di essere gay. «I miei genitori non hanno mai accettato la situazione e all’inizio l’hanno presa davvero malissimo – racconta -. Oltre alle offese, mi hanno chiuso in casa, non mi facevano più uscire e quando andavo al lavoro mi seguivano. Mi avevano tolto ogni tipo di libertà, facendomi anche licenziare dal lavoro».

Leo non ce l’ha fatta più e per un po’ si è allontanato dalla sua famiglia, facendosi ospitare a casa di amici. «La situazione era diventata insostenibile, ormai si litigava per tutto e i miei sono arrivati anche a chiedermi di pagare 500 euro al mese per stare a casa loro: me sono andato». Ma la famiglia vedendo la lontananza del figlio ha cercato di riportarlo a casa.

«Mi chiamavano, dicendomi di aver capito e che potevo tornare a casa» e alla fine Leo ritorna dai suoi genitori. Nel frattempo scoppia la pandemia e nel periodo del lockdown la situazione scivola via in maniera «abbastanza calma». «Non ne parlavo più di essere gay» spiega, ma dopo un po’ ricominciano le incomprensioni e poi la situazione peggiora improvvisamente. 

«Un giorno mi sono tinto i capelli di biondo, era tanto che volevo farlo, ma quando sono rientrato a casa – racconta – mio padre ha reagito malissimo e mi ha cacciato di casa. Mi ha gridato “per noi sei morto, non venire più in questa casa e non farti più vedere in paese. Mi ha detto di aver disonorato la famiglia e che uscivo troppo con i miei amici italiani». È in questo momento che Leo raccoglie tutte le sue forze e se ne va definitivamente di casa.

«Adesso vivo per conto mio e sono più sereno – spiega – ma quando sono dovuto tornare a prendere le mie cose a casa dei miei genitori ho dovuto chiamare i carabinieri perché i miei stavano per arrivare alle mani. Prima di tornare in quella casa ha raccogliere le mie cose ho avuto un attacco di panico al lavoro».

Leo non è più tornato a casa dai genitori, nonostante la sua famiglia per un po’ abbia continuato a cercarlo per farlo tornare. «Sono diversi mesi ormai che non li sento più, a parte mio fratello che mi aveva cercato per dirmi di togliere dai social tutte le foto della mia famiglia».

Ora come ti senti? «Anche se la situazione non è semplice perché a volte non riesco ad arrivare alla fine del mese, mi sento più sereno. Ho passato dei periodi bruttissimi e sono arrivato a pensare al suicidio un paio di volte. Mi facevano sentire in colpa, ma poi ho capito che dovevo mettere me al primo posto. Raccontando la mia storia – conclude – voglio aiutare la mia comunità, voglio lanciare un messaggio, quello che non bisogna arrendersi mai e che non si deve mai cancellare se stessi per gli altri».