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“11 settembre” e crisi afghana, Ventrone: «L’Europa può percorrere un’altra strada per combattere il terrorismo»

Il professor Angelo Ventrone, docente di Storia Contemporanea all'Università degli Studi di Macerata, nell'anniversario dell'attentato che colpì al cuore gli Stati Uniti, traccia un parallelismo con la crisi afghana

Il rimpatrio da Kabul (Afghanistan) dei connazionali e dei collaboratori. Foto: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI)

ANCONA – «Sono trascorsi quasi vent’anni dalla caduta del governo Talebano e le immagini trasmesse in questi giorni dai media sulla crisi umanitaria in Afghanistan, ricordano quell’evento: i profughi che cadono dagli aerei nel tentativo di scappare dall’Afghanistan, rievocano quelle degli americani che si buttavano dalle Torri Gemelle colpite dagli attacchi suicidi». Così il professor Angelo Ventrone, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Macerata, nell’anniversario dell’attentato che colpì al cuore gli Stati Uniti l’11 settembre 2001.

Una data che rappresenta uno spartiacque nella nostra storia e che ha costretto il mondo occidentale a confrontarsi con un nuovo “mostro”: il terrorismo. Quel terribile giorno, impresso nella memoria di tutti noi, quattro aerei di linea della United Airlines e American Airlines, furono dirottati da 19 terroristi: il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175 furono fatti schiantare contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center, nel quartiere della Lower Manhattan a New York. Un attacco che le fece crollare nell’arco di 1 ora e 42 minuti.

Due fasci luminosi disegnano lo spettro delle torri nello skyline di Manhattan

Un terzo aereo, il volo American Airlines 77, fu fatto schiantare contro il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa, che subì il crollo della facciata ovest, mentre un quarto aereo, il volo United Airlines 93, precipitò in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, per la rivolta dei passeggeri: il velivolo era diretto verso Washington, ma non ci arrivò mai.

A mettere a segno il più grave attentato terroristico della nostra storia, fu un gruppo aderente ad al-Qaida, il movimento fondamentalista islamico, nato a fine anni ’80 durante la guerra in Afghanistan. Terribile il bilancio delle vittime: 2.977 persone morirono e altre 6 mila rimasero ferite. Ma oltre alla morte e alla devastazione, la distruzione del World Trade Center causò danni ingenti anche all’economia con la chiusura di Wall Street fino al 17 settembre.

Memorial park a New York: Lì dove c’erano le Torri Gemelle, ora ci sono due enorme vasche colme d’acqua. Sui bordi, le incisioni dei nomi di tutte le vittime

Gli Stati Uniti dichiararono guerra al terrorismo, attaccando l’Afghanistan per debellare il regime dei Talebani, neutralizzare al-Qaida e catturare il leader Osama Bin Laden. Ora dopo venti anni i soldati americani hanno lasciato l’Afghanistan tornato in mano ai Talebani. Ma se l’11 settembre 2001 fu una data epocale, l’11 settembre 2021 lo è altrettanto. Secondo il professor Ventrone, infatti, «è andata in crisi l’idea degli Stati Uniti come la prima super potenza al mondo. Oggi ci sono nuove potenze emergenti, come Russia e Cina». 

Angelo Ventrone, docente UniMc

Cosa rimane a distanza di venti anni dell’attacco alle due Torri? C’è un insegnamento che ereditiamo da quella tragedia?
«I momenti di grande cambiamento, come la globalizzazione dei nostri anni, paradossalmente esaltano le identità tradizionali consolidate, che possono così diventare un punto di riferimento e un elemento di stabilità per difendersi dall’ansia e dall’angoscia che porta con sé questa accelerazione del tempo. L’avvento del regime Talebano è interno a questo processo che ha investito anche quel paese, e infatti rappresenta e chiede il sacrificio degli interessi individuali nel nome della difesa dell’integrità della comunità da ogni contaminazione esterna».

Secondo il docente di Storia Contemporanea, il regime oppressivo creato dai Talebani, con la proibizione della musica e la «mortificazione del corpo femminile» che deve restare nascosto sotto strati di veli, non fanno altro che rappresentare plasticamente la supremazia delle esigenze della comunità su quelle individuali, o meglio ancora, la negazione di ogni desiderio individuale (il corpo delle donne, per i Talebani, rappresenta soprattutto questo).

Una conseguenza dell’11 settembre e delle motivazioni per cui è stata combattuta la guerra in Afghanistan, ovvero la lotta al terrorismo, è stata l’enfatizzazione dello stato di emergenza: «Negli USA sono state legittimate la tortura, i luoghi di reclusione come Abu Ghraib e Guantanamo, addirittura il rapimento dei sospettati di terrorismo – prosegue -. Nello stato di emergenza le democrazie possono infatti subire la tentazione di limitare i diritti civili, penso anche a quanto accade oggi in Polonia e Ungheria». Il docente però evidenzia che il processo che si apre in questi giorni a Parigi per il massacro del Bataclan, «può mostrare che l’Europa è in grado di percorrere un’altra strada, quella giudiziaria e non quella dello stato d’emergenza, per combattere il terrorismo».

L’Europa così unita nel mettere a disposizione risorse per l’economia post Covid, che ruolo può avere in uno scacchiere internazionale nel quale la lotta al terrorismo rischia di tornare attuale?
«L’Europa rappresenta un vero e proprio miracolo che ha posto fine a millenni di guerre sul suo suolo: è il continente in cui la giustizia sociale è più garantita, il welfare più sviluppato, è un modello politico di straordinaria importanza, che se davvero unita rappresenterebbe il mercato più ricco del mondo: la somma del Pil dei suoi paesi è superiore a quella di tutte le altre potenze, ma purtroppo è disunita, nonostante i passi avanti compiuti, con la moneta unica e persino lo scambio di informazioni fra le varie intelligence. Adesso quanto è successo in Afghanistan fa intravedere possibili cambiamenti negli equilibri delle forze, per questo serve una politica estera comune, così da presentarsi come gli Stati Uniti d’Europa».

Nell’arco degli ultimi venti anni c’è stato un grande sforzo per tentare “esportare” la democrazia in Afghanistan, a suo parere perché a fallito?
«Perché in quel Paese manca una cultura civica diffusa: in democrazia le differenze di opinione sono una risorsa e non vanno viste come un pericolo. Il confronto deve essere verbale e non fisico, e lo Stato deve mantenere il monopolio legittimo della forza», tutte condizioni invece assenti in Afghanistan. Ma c’è di più: «La democrazia chiede di riconoscersi sia in un passato comune, che in un presente e in un futuro da costruire insieme. La democrazia è un plebiscito di tutti i giorni, secondo una famosa frase, che si costruisce ogni giorno, con il rispetto delle leggi e delle regole. Costruire un alveo comune è quindi un processo lungo e faticoso. Esportarlo con la guerra è impossibile; anche per questo il tentativo è drammaticamente fallito».

Secondo il professor Ventrone, nonostante «l’uomo abbia uno spazio di creatività nel quale poter sempre mettere in campo soluzioni nuove e inaspettate, possiamo dire che la democrazia si afferma solo dove si è superata l’indigenza e ci sono risorse per sperimentare nuovi modi di essere. Come sostiene la Bibbia, “dove non c’è farina non c’è scienza” e in Afghanistan le difficoltà economiche sono state rese devastanti da anni di guerra. Non si sono create dunque le condizioni per l’affermazione della democrazia».

«Quello che mi colpisce pensando all’Afghanistan – conclude – è che si tratta di un paese in cui metà della popolazione è nata dopo il 2001 e non ha mai conosciuto la rigidità del governo Talebano. Sono addolorato difronte a questi giovani ai quali viene impedito di esprimersi. Se si considerano poi le generazioni che hanno sperimentato il regime laico degli anni ‘70, ne risulta che la stragrande maggioranza della popolazione afghana è estranea allo stile di vita che vogliono imporre i Talebani. Su questo paese è scesa una cappa di piombo, l’Occidente non lo abbandoni».

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