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Alloggi popolari nelle Marche, via libera alla proposta di legge: case riservate a forze dell’ordine e vittime di violenza

Il disco verde in Aula a maggioranza dopo un acceso dibattito. Una parte degli alloggi popolari sarà riservata alle famiglie monoparentali, alle famiglie under 35 e ai vigili del fuoco. Critici i dem

consiglio regionale

ANCONA – Una parte degli alloggi popolari nelle Marche sarà riservata alle famiglie monoparentali, alle persone vittime di violenza domestica, alle famiglie under 35, alle forze dell’ordine e ai vigili del fuoco. È quanto prevede la legge varata il 13 luglio nella seduta del Consiglio regionale che modifica il sistema delle politiche abitative delle Marche risalente al 2005.
Dopo un lungo e acceso dibattito in Aula, che ha reso necessarie due sedute prima di giungere all’approvazione del provvedimento, la legge, frutto della sintesi di due proposte (una a firma Lega e l’altra Fratelli d’Italia) ha ottenuto il disco verde a maggioranza con 19 voti a favore, 9 contrari (Pd e M5s).

La nuova legge riserva da un minimo di uno ad un massimo del 33% delle case popolari disponibili nelle Marche a famiglie under 35, monoparentali, forze dell’ordine e vittime di violenza, inoltre consente ai Comuni di contribuire all’equità delle graduatorie in base alle criticità presenti sui loro territori.

Il provvedimento innalza la soglia della premialità per anzianità di residenza, che passa da 0,25 a 0,50, e porta da 5 a 6 il massimo indice per la disabilità. Rivisti i requisiti necessari per i richiedenti extracomunitari con residenza fiscale fuori Italia e introdotto l’obbligo di presentazione della certificazione del loro stato reddituale e patrimoniale nello stato d’origine. Un dato con cui classificare la richiesta secondo parametri simili all’ Isee su cui si basano le graduatorie per i cittadini italiani.

Nei comuni oltre i 5mila abitanti una quota di alloggi sarà riservata alle forze dell’Ordine, mentre tra i motivi di revoca dell’abitazione viene introdotta la condanna in primo grado del capofamiglia per violenza domestica e la sua denuncia perché non consente ai figli di frequentare regolarmente la scuola.
Inoltre chi fa richiesta di accedere agli alloggi popolari, non dovrà aver riportato, negli ultimi dieci anni, una condanna per delitti non colposi per i quali il codice prevede una pena detentiva non inferiore nel massimo edittale a due anni.

Per i cittadini extracomunitari con residenza fiscale fuori dall’Italia, non vale l’autocertificazione, hanno obbligo di presentare lo stato reddituale e patrimoniale nello stato d’origine certificato o attestato dalla competente Autorità.
Ad illustrare le modifiche, sono stati il relatore di maggioranza Andrea Maria Antonini, presidente della III commissione gestione territorio e ambiente (Lega) e di minoranza Anna Casini (Pd).

Gruppo consiliare Lega Marche

«Siamo fieri di aver mantenuto la parola data agli elettori: questa legge porta nuova speranza e fiducia nelle istituzioni perché non assegna solo case, restituisce e rafforza certezze – hanno affermato il capogruppo della Lega Marinelli e i consiglieri Andrea Maria Antonini, Mirko Bilò, Chiara Biondi, Giorgio Cancellieri, Marco Marinangeli, Anna Menghi e Luca Serfilippi -. L’aumento che porta al 33% la percentuale di unità abitative riservate a particolari categorie e quello che premia la residenzialità sono il segno tangibile che nei comuni, dal più piccolo al più grande, intendiamo fare doverosamente la nostra parte per incentivare progetti di vita».

Il commissario della Lega Riccardo Augusto Marchetti e i consiglieri regionali

Il commissario regionale della Lega Marche, Riccardo Augusto Marchetti, in una nota stampa sottolinea che «sulle politiche abitative dopo pochi mesi siamo riusciti a concretizzare gli impegni assunti in campagna elettorale. È stata la prima legge presentata dal Gruppo Lega perché rappresenta un tema fondamentale dell’azione di governo regionale.  Nuove problematiche portano nuove priorità e richiedono un cambio di strategia che la Lega, con il contributo delle forze di centrodestra, ha tradotto in una legge a misura di cittadino che attenziona famiglie con disabili e anziani, supporta le giovani coppie e le famiglie monoparentali, con uno sguardo d’insieme alla sicurezza e alla tutela dei residenti, un fattore tutt’altro che secondario per ricostituire una rete sociale funzionale alla crescita armonica del territorio».

Se Fratelli d’Italia in Aula ha sottolineato che la nuova legge salvaguarda le giovani coppie, le persone diversamente abili e le famiglie monoparentali, il Pd è stato invece molto critico sulle modifiche apportate alla normativa, sottolineandone l’aspetto di «discriminazione» operata verso gli stranieri. «Ci saremmo aspettati che in sede di revisione e riordino del sistema regionale delle politiche abitative si potessero creare le condizioni per interventi volti ad allargare la platea dei beneficiari delle case popolari, ottemperando alla ratio della legge 36 del 2005, che si pone l’obiettivo di soddisfare il bisogno primario all’abitazione per le fasce sociali più deboli – afferma il gruppo consiliare dei dem che sulla questione aveva presentato 17 emendamenti, non accolti -. Ci siamo invece trovati di fronte a modifiche parziali e ideologiche, che trasformano in senso peggiorativo la legge stessa, rendendola discriminatoria e punitiva».

Il gruppo assembleare del Pd

Secondo i consiglieri del Pd «l’intento, non è soddisfare né il diritto alla casa, né ripopolare le aree interne e neppure sostenere i giovani, bensì ricercare facile consenso con un provvedimento che esclude, giudica, riduce e conforma, ma soprattutto non dà soluzione ai problemi. Insomma, si poteva e si doveva fare certamente un lavoro più serio ed efficace, magari analizzando i bisogni sociali, studiando i trend di crescita delle nuove povertà, indicando chiaramente gli indirizzi di investimento per la realizzazione di nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica. Invece niente di tutto questo. L’ennesima occasione persa per fare della nostra regione un luogo più civile, più inclusivo e quindi più vivibile».

In Aula i dem hanno contestato la «disparità introdotta nelle modalità di presentazione della domanda per l’assegnazione della casa popolare, laddove si prevedono procedure e criteri diversificati che mirano a penalizzare fortemente la popolazione straniera, anche nel caso di soggetti in possesso di tutti i requisiti. Ma alcune modifiche approvate danneggiano anche e soprattutto le famiglie italiane. Fino a oggi, per esempio, era possibile partecipare ai bandi delle case popolari anche possedendo una quota di proprietà fino al 50% di un altro alloggio pubblico, che nella stragrande maggioranza dei casi è frutto di eredità ricevute. L’abbassamento di questa percentuale al 25% rappresenta un vero capestro, poiché impedirà a chiunque condivide con fratelli o altri parenti una quota di proprietà così bassa, che di fatto rende praticamente impossibile sia la vendita dell’alloggio che la sua fruizione da parte di tutti i comproprietari, di concorrere all’assegnazione di una nuova casa popolare».

I dem hanno criticato anche la scelta della riserva fino al 30% degli alloggi a favore delle forze dell’ordine, argomentando la loro opposizione con il fatto che «il loro meritorio impegno vada riconosciuto e premiato in ben altro modo, non certo assicurando forme di privilegio oggettivamente ingiustificate, dato che parliamo di lavoratori che possono fruire di contratti a tempo indeterminato e, in molte situazioni, anche alloggi pubblici messi a disposizione dai ministeri da cui dipendono. Tra l’altro, pur non essendo d’accordo con il principio, non comprendiamo per quale motivo dallo schema proposto rimangano escluse categorie ugualmente impegnate a garantire la sicurezza dei cittadini, come quella della polizia municipale, o non siano previste agevolazioni per il personale sanitario e docente. Davvero grave e incomprensibile, poi, è l’equiparazione tra le stesse forze dell’ordine e le donne vittime di violenza di genere, che invece avrebbero dovuto rappresentare l’unica soggettività da aggiungere all’elenco delle fragilità già individuate dalla legge».

Dubbi dei consiglieri del Pd anche sotto il profilo della «costituzionalità» sull’esclusione per dieci anni dal diritto ad avere una casa popolare per chi, anche a distanza di tempo, ha ricevuto una condanna penale: «In tal modo la Regione Marche si erge a giudice, prescrivendo una “pena accessoria” a quella già comminata dal tribunale». Nonostante sia stato respinto l’emendamento presentato dalla consigliera Pd Micaela Vitri, è stata accolta la sua idea di estendere la riserva delle case popolari alle vittime di violenza domestica.

Micaela Vitri, consigliera regionale Pd (immagine di repertorio)

L’emendamento, di cui era prima firmataria la consigliera Vitri, proponeva di sostituire forze dell’ordine e vigili del fuoco, tra le categorie beneficiarie di alloggi riservati secondo le nuove norme, con le donne vittime dei reati riconosciuti dalla legge del 2013 per il contrasto alla violenza di genere. «Pur riconoscendo l’intento lodevole di premiare il lavoro di chi garantisce l’ordine e la sicurezza – precisa la consigliera – ci sembra opportuno che ciò avvenga con altri strumenti, evitando corsie preferenziali. Consentire una riserva a queste categorie, riconoscendole come quelle economicamente vulnerabili, significa creare un privilegio contro ogni principio di tutela dei cittadini più fragili».

«Al contrario, destinare case popolari alle vittime di violenza di genere – ribadisce – è una scelta in linea con il principio dell’edilizia pubblica, già fatta da altre Regioni, come ad esempio il Lazio, dove da 21 anni nella riserva del 25% ci sono anche le donne vittime di maltrattamenti fin da inizio procedimento giudiziario, con un ulteriore rafforzamento deliberato poco più di un anno fa, dopo l’emergenza Covid, per le vittime e i loro figli in condizioni di particolare disagio economico». Nelle Marche le cinque case rifugio, una per provincia, offrono 61 posti letto, ai quali si aggiungono quelli delle due case di emergenza, a disposizione però solo per soggiorni temporanei.

«Le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza nel 2019 sono state 471, un numero altissimo a fronte dei posti disponibili. La rete dei luoghi per la tutela e la protezione deve essere potenziata, perché spesso le donne non denunciano proprio per timore di non sapere dove andare a vivere, in molti casi non sono economicamente indipendenti e anche quando è l’uomo a lasciare l’abitazione, non sempre hanno la possibilità di sostenere il canone di affitto. È grazie al nostro emendamento – conclude – se la maggioranza ha alla fine recepito questa esigenza, decidendo di aggiungere un’ulteriore riserva, così come riconosciuto dal presidente della Terza commissione Andrea Maria Antonini. Sebbene la nostra proposta sia stata bocciata, abbiamo raggiunto l’obiettivo di migliorare una legge che rappresenta, nel complesso, un passo indietro in tema di diritti».

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