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Ascoli Piceno

Allevamento del baco da seta: la tradizione che ancora oggi si tramanda nell’ascolano

Alessandro Maria Butta, della Società Cooperativa Agricola La Campana di Montefiore dell'Aso, racconta i segreti della bachicoltura

Foto: pagina FB Baco Marchigiano

ASCOLI – C’è una tradizione marchigiana molto antica che forse non tutti conoscono: la bachicoltura, particolarmente diffusa nelle campagne ascolane, famose per la razza “giallo Ascoli”. Oggi, anche se la seta non viene più prodotta in Italia, ci sono ancora allevamenti di bachi, come quello della Società Cooperativa Agricola La Campana, a Montefiore dell’Aso (AP). L’azienda ha partecipato come capofila ad un progetto finanziato dalla Regione Marche e realizzato in collaborazione con il CREA di Padova (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ed un gruppo di imprenditori locali, per introdurre tecniche innovative nel tradizionale allevamento del baco da seta. Il progetto però è attualmente sospeso. Alessandro Maria Butta della Società Cooperativa Agricola La Campana ci racconta i segreti della bachicoltura.

In che cosa consiste l’allevamento del baco da seta? «L’allevamento del baco da seta consiste nel far sviluppare le uova finché non si aprono i bozzoli. Così facevano tradizionalmente i contadini nelle campagne di tutta Italia. Non essendo in grado di asciugare i bozzoli, gli agricoltori li vendevano freschi. Ascoli era famosa per le uova “giallo Ascoli”! L’Italia è stata per un periodo il primo produttore di seta al mondo poi la pratica è decaduta per fattori economici durante il fascismo e al suo posto è iniziata la produzione di fibre sintetiche. In tutto il mondo la produzione della seta è scemata a differenza della Cina».

Che cosa bisogna fare per allevare il baco da seta? «Per prima cosa occorre piantare il gelso bianco, pianta di cui si nutre il baco da seta. Poi bisogna avere le uova che possono essere richieste all’Istituto Bacologico di Padova che è preposto alla conservazione delle uova e delle razze di baco da seta. Facendo riferimento al clima ascolano le uova si mettono i primi di maggio e già un mese dopo è tutto finito. L’allevamento dura solo 33-34 giorni ed è molto intenso».

Come mai ha deciso di coltivare il baco da seta? «Perché oggi con il baco da seta non si produce più solo la fibra ma si possono fare anche altre cose. Innanzitutto il baco contiene proteine ad alto valore biologico. Inoltre, si possono ottenere due proteine che scomposte hanno valenza farmacologica e cosmetica. Lo stesso vale anche per i composti della larva, grassi e proteine, e la corteccia che contiene cheratina».

Avete dei progetti in cantiere? «Siamo portando avanti un progetto con la libreria Rinascita di Ascoli per fare un museo libreria sul baco da seta. Inoltre, siamo riusciti a recuperare il baco ascolano che si pensava fosse estinto in quanto sono 50 anni che non si vendono più bozzoli. Il progetto di recupero è in collaborazione con l’Istituto Bacologico di Padova. Infine, abbiamo piantato i gelsi e stiamo cercando le antiche varietà ascolane».

Per l’allevamento del baco da seta utilizzate tecniche innovative? «Sì, utilizziamo metodi innovativi, più che altro si tratta di ottimizzare un allevamento che viene fatto da 3-400 anni. Abbiamo modificato i telai dove si mettono i bachi e gli strati posti sotto. Noi abbiamo tutta la filiera compresa l’incubazione delle uova. Ogni anno produciamo circa 30 kg di bozzoli, una grande quantità considerato che quando è essiccato il bozzolo non arriva a pesare un grammo. C’è grande speranza che il baco da seta torni ad essere valorizzato a livello produttivo… noi siamo pronti».