Sea Watch: da «gravissimo episodio» a «sfida politica» sui migranti. E la soluzione?

Sulla vicenda della nave della ong tedesca a largo di Lampedusa intervengono il presidente del Consiglio regionale Mastrovincenzo, il consigliere leghista Zaffiri e il docente dell'Università di Macerata Mancini

La nave della ong tedesca
La nave della ong tedesca "Sea Watch 3"

SENIGALLIA – Il caso Sea Watch continua a tenere banco. Le vite dei 42 migranti a bordo della nave della ong tedesca, battente bandiera olandese, sono sospese a un miglio dal porto di Lampedusa mentre il dibattito in Italia e nelle Marche si surriscalda. Da grave episodio che lede i diritti umani a sfida politica contro il governo italiano: ecco cosa ne pensano alcuni esponenti politici regionali e il docente di filosofia teoretica dell’Università di Macerata Roberto Mancini.

«Quello che sta avvenendo oggi con la Sea Watch, ma che è avvenuto anche con la nave Diciotti (il pattugliatore della Guardia Costiera, Ndr), è un caso gravissimo: si ledono i diritti umani di 42 persone». Questa ferma condanna dell’operato governativo in tema di politiche migratorie arriva dal presidente del Consiglio regionale delle Marche Antonio Mastrovincenzo, intervenuto sulla questione della nave della ong tedesca ferma da due settimane a largo di Lampedusa con decine di migranti a bordo. Per quanto riguarda la gestione dei fenomeni migratori, le politiche del governo sono secondo Mastrovincenzo «totalmente inadeguate e inaccettabili. Tutta l’attenzione verso la Sea Watch è solo un pretesto per farne un caso, per attaccare il sistema dell’accoglienza e nascondere invece i temi su cui il governo non dà risposte o ne dà di insufficienti».

Di fronte poi all’inasprirsi delle dichiarazioni e al clima di odio verso i migranti il presidente dell’Assemblea legislativa regionale delle Marche si è detto «molto preoccupato perché si fa campagna elettorale sulla pelle delle persone: basti pensare che nelle ultime ore sono sbarcati oltre 200 migranti, quindi tutta questa violenza espressa con concetti come affondare la nave o mandare i migranti nei lager libici è disumana. I rappresentanti delle istituzioni dovrebbero invece tenere un comportamento più moderato e smorzare i termini perché la vera criminalità non è su quella nave».

Di parere diametralmente opposto è il consigliere regionale della Lega Marche Sandro Zaffiri: «La mia impressione è che ci sia una sfida più che altro politica a un provvedimento del governo italiano. È ovvio che non sono le 30-40 persone a determinare questo stallo ma la sfida nei confronti del divieto di attracco a navi come la Sea Watch nei nostri porti. Uno Stato serio – aggiunge il consigliere leghista – si dovrebbe comportare per far rispettare le proprie leggi: qui non si entra più. Poi possiamo discutere di come aiutare i migranti nei campi profughi o di quel grande piano Marshall che servirebbe per l’Africa però sappiamo che l’Italia da sola non può subire il fenomeno migratorio, né tantomeno permettersi che non vengano rispettate le leggi italiane, tra l’altro, in modo consapevole, da navi che non escludo possano essere taxi del mare».

Da un lato quindi la posizione di chi mette l’aspetto umano in primo piano, sostenendo con favore la decisione capitana della nave Sea Watch Carola Rackete di avvicinarsi al porto di Lampedusa; dall’altro invece chi valuta l’aspetto prettamente legale e le sue conseguenze imposte dal Ministero dell’Interno e della Difesa. Un braccio di ferro che ancora non ha trovato una soluzione ma che si gioca comunque sulla vita delle persone a bordo dell’imbarcazione.

Carola Rackete, capitana della Sea Watch 3
Carola Rackete, capitana della Sea Watch 3

Abbiamo chiesto una contestualizzazione di questo episodio a Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica presso l’Università di Macerata e di economia umana all’Università della Svizzera Italiana a Mendrisio, nonché membro del direttivo dell’Università per la Pace delle Marche.

«Innanzitutto dobbiamo considerare il contesto generale delle migrazioni coattive verso i paesi del Mediterraneo, come la Grecia, l’Italia, la Spagna, principalmente per due cause: l’inabitabilità di molti territori per questioni belliche o di conflitti civili e la dominazione economica di alcune élite che ricordano il colonialismo europeo e che costringono intere popolazioni alla fame, forzandole quindi alle migrazioni. Non c’è in questo momento alcuna politica risolutiva delle cause e nemmeno dell’effetto finale, che è l’approdo dei migranti nei paesi europei. Ma quel che è peggio è che la questione o non viene affrontata o lo è con dichiarazioni a effetto e si riduce alla reazione di chiusura di porti e confini, come attuato dall’Italia e ipotizzato dai paesi dell’Europa orientale o dall’Austria».

«Dal punto di vista giuridico – continua Mancini – il comandante della Sea Watch ha concretizzato un principio di legalità, perché la Costituzione italiana prevede il riconoscimento dei diritti umani agli stranieri come ai cittadini italiani, e la chiusura dei porti va a calpestare l’articolo 10 della Costituzione. Al di là delle responsabilità e delle differenti posizioni sul tema che evidenziano una mancanza di una politica unitaria in Europa, mi preme sottolineare che il provvedimento italiano fa pagare il prezzo soprattutto alle persone deboli, in questo caso i migranti. Ma in secondo luogo lo pagano anche agli italiani che hanno paura di 40 persone. In tal modo cresce solo una sensazione di insicurezza, una preoccupazione che è soprattutto la cartina tornasole di una serie di contraddizioni europee e italiane: basti pensare che non si parla della migrazione di 600mila giovani italiani all’estero, questo sì che è un vero problema per il nostro paese. Ma anche qui, nessuna soluzione».