Tumori e protesi mammarie, il contributo della Politecnica delle Marche

La collaborazione fra l’Istituto di Istologia e la Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell'ateneo dorico ha prodotto nel tempo diversi studi scientifici pubblicati su riviste internazionali mirati ad identificare la possibile correlazione tra queste due situazioni. Ecco cosa è emerso

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ANCONA – Protesi mammarie e tumori: di questa dicotomia l’UnivPm ne studia gli effetti già dal 2016 grazie ad una collaborazione tra l’Istituto di Istologia e la Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’ateneo dorico. Diverse le pubblicazioni internazionali sull’argomento. Ecco cosa è emerso.

I PRESUPPOSTI – Le cellule staminali sono da anni oggetto di studio in quanto possono dare origine a tutte le cellule che compongono il nostro organismo. Oltre a questa eccezionale capacità, più di recente, si è scoperto che le cellule staminali sono in grado di modulare (sia aumentando che inibendo) il grado di infiammazione del microambiente. L’infiammazione è riconosciuta come un fenomeno molto spesso associato all’insorgenza e allo sviluppo del tumore.

Le protesi mammarie possono essere utilizzate sia per scopi ricostruttivi dopo interventi di asportazione del seno per motivi oncologici, che per motivi cosmetici in pazienti che desiderano migliorare l’estetica mammaria. Ad oggi sul mercato sono disponibili sia protesi con superficie liscia che porosa (testurizzata) di diverse forme e volumi. È di questi giorni la notizia che alcune protesi al seno potrebbero aumentare il rischio di insorgenza di una forma rara di tumore, il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL). Tuttavia, non ci sono indicazioni evidenti di questa associazione, né quale caratteristica delle protesi potrebbe stimolare l’insorgenza tumorale. Tra le altre ipotesi il grado di porosità della superficie delle protesi è stato considerato come fattore patogenetico, ma solo con studi retrospettivi e mai con approcci sperimentali.

Giovanni Di Benedetto

LO STUDIO – Sulla base di questa evidenza scientifica è stata condotta una ricerca su pazienti portatrici di differenti tipi di protesi al seno (protesi micro-testurizzate e macro-testurizzate). Durante interventi di sostituzione protesica eseguiti nella Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’UnivPm diretta dal professore Giovanni Di Benedetto, una piccola biopsia di tessuto peri-protesico è stato prelevato e utilizzato presso il laboratorio di Istologia dell’UnivPm (dal professore Roberto Di Primio e dalla dottoressa Monia Orciani) per l’isolamento delle cellule staminali. Tali cellule sono quindi state coltivate e utilizzate per esperimenti di biologia molecolare e cellulare. In dettaglio si è voluto capire, attraverso le staminali isolate, il grado di rischio di insorgenza di tumore.

I RISULTATI – Gli esiti ottenuti dallo studio indicano che le staminali isolate da tessuto peri-protesico prelevato in seguito a rimozione di protesi micro e macro-testurizzate si comportano alla stesso modo: producono infatti la stessa quantità di fattori capaci di sostenere un microambiente infiammato senza però agevolare la crescita di cellule tumorali in vitro. In questa fase possiamo dunque affermare che il livello di porosità delle protesi mammarie non sembra essere associato all’insorgenza del tumore ALCL (linfoma anaplastico a grandi cellule).

La dottoressa UnivPm Monia Orciani al lavoro

«La collaborazione fra l’Istituto di Istologia e la Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva (con il dottor Matteo Torresetti) dell’Università Politecnica delle Marche, ha portato alla produzione di diversi studi scientifici pubblicati su riviste internazionali sin dal 2016, mirati ad identificare la possibile correlazione fra le protesi mammarie e l’insorgenza di patologie neoplastiche della mammella, e tuttora sono in corso ulteriori progetti in merito all’argomento», spiega in una nota l’ateneo dorico.