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Ancona

Rimorchiatore affondato, il pescatore anconetano Raptis ricorda Bigoni: «Gli volevano tutti bene. Non si può morire così, mentre si lavora»

Michele Raptis, pescatore per 38 anni, ricorda Luciano Bigoni, uno dei due marittimi di Ancona morti sul rimorchiatore affondato al largo della costa di Bari

Porto di Ancona

ANCONA – «Non si può morire così in mare, annegati, mentre si sta lavorando per la famiglia, non va bene, fa molto male». Lo dice con la voce rotta dalla commozione Michele Raptis, pescatore anconetano in pensione dopo una vita trascorsa in mare (38 anni), ricordando Luciano Bigoni, uno dei due marittimi di Ancona che hanno perso la vita in seguito all’affondamento del rimorchiatore “Franco P”, avvenuto mercoledì sera al largo della costa di Bari.

L’imbarcazione, che trainava un motopontone, era partita da Ancona alla volta dell’Albania, e trasportava a bordo 7 persone (6 al momento dell’inabissamento), cinque delle quali sono morte, mentre il capitano si è salvato (ma è ricoverato in ospedale a Bari), mentre un altro membro dell’equipaggio era salito a bordo del motopontone.

Raptis ci racconta che Luciano Bigoni, 64enne originario di Civitanova Marche ma residente ad Ancona, lo conosceva bene perché aveva lavorato come lui per tanti anni come pescatore. Una comunità, quella dei pescatori di Ancona, che è come una famiglia e che ora piange per i due marittimi anconetani morti.

Michele Raptis

«Aveva un suo peschereccio – ci racconta – ma l’imbarcazione era di legno ed era venuto il momento di cambiarla, ma sa com’è, si cambia quando c’è qualcuno che possa continuare il tuo lavoro, altrimenti non fai questo investimento. Era ancora giovane per la pensione, che poi per noi pescatori non è alta perché non supera i mille euro, e allora aveva deciso di smettere con la pesca e di buttarsi in questa nuova avventura, con un mezzo che in teoria avrebbe dovuto essere più sicuro di un peschereccio di 22 metri».

«Era un ragazzo d’oro, una persona spettacolare, un gran lavoratore – ricorda – : maledetto mare, ci dà da mangiare ma ci ha anche portato via tanta gente. Con i pescherecci abbiamo “visto” tanti tempi cattivi, ma siamo sempre ritornati a casa. Non si può morire così, mentre si sta lavorando».

Raptis ci racconta che Luciano Bigoni tornava sempre agli Archi, dove vivono tanti pescatori e al porto. «Ci vedevamo agli Archi, lui veniva sempre, anche se non abitava in questo quartiere – spiega – e ci si incontrava nei bar del porto: per chi vive e ha vissuto il mare per una vita è una abitudine ritrovarsi per ricordare i vecchi tempi».

Ora la comunità dei pescatori è sconvolta. «Questa tragedia ci ha rattristato tutti molto. Luciano era conosciutissimo e gli volevano tutti bene».