«Racconto la verità»

Pierfrancesco Curzi, autore del romanzo "Nell'Afa", giornalista e reporter, domani (venerdì 17 ndr) incontra i lettori al Teatrino del Guasco - Museo del Giocattolo di Ancona

Gitarama, Rwanda

Giornalista alla ricerca della verità, reporter in giro per il mondo per raccontare le tragedie e i massacri dei nostri giorni, scrittore apprezzato. Nelle sue fotografie riesce ad immortalare i sentimenti delle persone e l’anima dei luoghi. Pierfrancesco Curzi, anconetano, 49 anni, collabora con Il Resto del Carlino di Ancona e con Il Fatto Quotidiano. Ha scritto quattro libri. Tre saggi itineranti: “Stanno tutti bene” sul genocidio ruandese del 1994; “In Bosnia” nei luoghi della vergogna dell’ex Jugoslavia; “Nel Caucaso: da Grozny a Beslan”, dedicato ai bambini morti nella strage della scuola in Ossezia del Nord, oltre al conflitto in Cecenia. E poi, un romanzo, “Nell’Afa”, un avvincente giallo ambientato nel capoluogo marchigiano. Il libro è uscito lo scorso dicembre e Curzi, domani pomeriggio (venerdì 17 febbraio) alle 18.30 incontrerà i lettori presso il Teatrino del Guasco – Museo del Giocattolo di Ancona.

Pierfrancesco Curzi, giornalista e scrittore

Tre aggettivi che la descrivono e perché.
«Viaggiatore appassionato, perché concepisco il viaggio come approfondimento generale. Prima di viaggiare per lavoro, ho percorso itinerari poco battuti in paesi incredibili, tra Africa, Asia e Sudamerica, dove i turisti non vanno. Amo viaggiare con i mezzi locali, facendo l’autostop, dormire dove capita, mangiare cibo di strada. Resto prima di tutto un viaggiatore con la passione delle persone che incontro, semplici sconosciuti che hanno storie da raccontare. Il secondo aggettivo è ostinato; non mi fermo fino a quando non le ho provate tutte, sia come viaggiatore che come inviato, certo valutando i rischi estremi. Infine solidale. L’incontro con culture diverse mi ha consentito di entrare a contatto con la realtà di aree tribolate. Avvicinarsi a questa gente, aiutarla, per quanto possibile, capire i loro problemi, ascoltarli».

Per quale motivo ha scelto di fare il giornalista?
«Una missione la mia. Già da piccolo il mio obiettivo era quello, da sempre appassionato delle cronache dal mondo. Ho studiato lingue anche per questo motivo. Ho iniziato a scrivere i primi articoli alla fine degli anni ’80; seguivo lo sport, poi è arrivata la cronaca, al Carlino, nei primi anni ’90. Avrò scritto almeno ventimila articoli».

La sua passione sono i reportage in tutto il mondo. Ogni quanto parte?« La mia passione principale, grazie alla fantastica collaborazione col Fatto Quotidiano che ha creduto in me e che continua a darmi fiducia. In media parto tra le 6 e le 8 volte l’anno per l’estero. Dall’anno scorso sono stato due volte in Iraq, due volte in Turchia al confine con la Siria, due volte in Egitto per il caso Regeni, Libano, Bruxelles, Lesvos sulla rotta dei migranti».

Che cosa vuole raccontare? Cosa vuole far sapere con i suoi reportage?
«La verità, nient’altro che la verità. La ricerca delle fonti, le più autorevoli possibile. Voglio raccontare alla gente cosa accade in posti dimenticati, far capire ai miei lettori come stanno davvero le cose, al di là delle bufale e dell’ignoranza. Soprattutto sul tema dell’immigrazione, sul perché migliaia di disperati rischiano la vita per fuggire da paesi dove vivere è impossibile. Ecco cosa racconto».

In quanti paesi è stato?
«A parte quelli europei e quelli ‘facili’, ho girato mezzo mondo, una cinquantina, dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale a tutta l’America Latina; in particolare l’Africa e il Medio oriente. Una lunga lista: Argentina, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Cile, Guatemala, Costa Rica, Nicaragua, Messico, Cuba, Marocco, Tunisia, Egitto, sierra Leone, Mauritania, Ghana, Burkina Faso, Zambia, Tanzania, Ethiopia, Kenya, Uganda, Ruanda, Uzbekistan, Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan, Siberia, Georgia, Armenia, Kurdistan, Cecenia, Libano, Iraq, Turchia. C’è solo uno stato dove credo e spero di non andare mai: gli Stati Uniti».

Per quale motivo?
«Gli Stati Uniti sono un paese che non stimo ed è alla base di tutti i conflitti moderni».

C’è un paese che l’ha colpita maggiormente? Perché?
«
Ne dico uno per i tre continenti amati: il Tagikistan per l’Asia, il Burkina Faso per l’Africa e il Nicaragua per il Sudamerica. E poi il viaggio in autostop nella Siberia dei gulag staliniani: assurdo e indimenticabile».

Tajikistan

C’è un’esperienza che l’ha cambiato o che le ha fatto cambiare il modo di vedere le cose?
«
La mia prima volta in Africa, tanti anni fa, quando dallo Zambia sono passato in Tanzania attraverso il lago Tanganika: una illuminazione. Chiamatelo mal d’Africa o come vi pare, a me ha cambiato la vita letteralmente. I colori, la luce, la gente, la magia. Indescrivibile».

Che cosa lo ha spinto ad intraprendere la strada dello scrittore? Che cosa è scattato?
«
Per me il mestiere dello scrittore era sempre stato un mistero, fino al 2013. Mi ritenevo inadatto per quel ruolo, consideravo impossibile mettere giù un testo lungo, senza esperienza, cercando di non fare una figuraccia. Poi all’improvviso si è accesa una luce e in due anni ho buttato giù una dozzina di testi, molti dei quali inediti».

Il suo ultimo libro, “Nell’Afa” è il suo primo giallo. Come mai hai deciso di cambiare genere e di ambientarlo ad Ancona?
«
Già era stato incredibile concepire un libro come i tre appena nominati, in realtà saggi di viaggio. Non credevo sarei stato in grado di scrivere un romanzo, un giallo che tra l’altro, mi dicono le critiche, non è poi malaccio. È stata una scintilla, in uno dei periodi più duri della mia vita, durante un viaggio sono stato come ‘posseduto’ dagli spunti per scrivere quel romanzo che adesso è diventato un libro».

Che effetto le fa essere così apprezzato dai lettori?
«Piacere, ovvio. Mi fa strano, quasi mi imbarazzo ogni volta che qualcuno viene da me per farmi i complimenti; non sono certo un uomo da prima pagina, ma sto lavorando per diventarlo… scherzo. Preferisco essere apprezzato come persona, e, infatti, l’attività che ritengo centrale nella mia vita è da volontario per il Servizio di Strada, aiutando i senza fissa dimora, gli ultimi, gli invisibili».

Nonostante i suoi continui viaggi, e nonostante collabori anche con Il Fatto Quotidiano, torna sempre alla base. Quanto è importante per lei Ancona? «Ancona è tutto, è la mia vita. Ogni volta che parto è bello tornare, nonostante tutti i limiti e le storture della provincia. Una città a misura d’uomo, fatta di gente particolare, ma soprattutto una città bellissima. Certo, senza i viaggi non credo potrei apprezzarla così tanto».

Progetti editoriali futuri?
«Ho già pronto il sequel di questo romanzo, speriamo di poterlo pubblicare. “Nell’afa” sta andando bene,  incrociamo le dita. Il secondo capitolo sarà meno sociale rispetto a questo, ma molto più giallo, avvincente, in una location particolare».

A quando la prossima partenza?
«Credo presto. Sto limando gli ultimi dettagli per andare in Afghanistan, un sogno che si avvera».