Questione cinghiali, botta e risposta tra Pieroni e LAC

A scatenare la polemica, l'intervento dell'assessore regionale Moreno Pieroni in seguito al tragico incidente avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso sul tratto autostradale dell'A1, tra Casalpusterlengo e Lodi, causato dall'attraversamento di cinghiali. Secca la replica dell'Associazione a favore degli animali che parla di sciacallaggio mediatico

Caccia: controlli della Polizia
Caccia: controlli della Polizia

ANCONA – Si riapre il dibattito sulla questione cinghiali tra Regione e associazioni ambientaliste. Questa volta a scatenare la polemica l’intervento dell’assessore alla caccia Moreno Pieroni in seguito all’incidente avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso sul tratto autostradale dell’A1, tra Casalpusterlengo e Lodi, dove i cinghiali invadendo la carreggiata hanno causato un grave incidente che ha provocato un morto e 10 feriti.

Pieroni aveva sottolineato la bontà delle misure adottate dalla Regione volte alla prevenzione di simili episodi. «Stiamo vivendo una situazione al limite del paradosso – dichiara l’assessore – da una parte una tendenza all’aumento dei danni provocati dai cinghiali e dall’altro un possibile stallo del contenimento di questa specie e della riduzione dei danni».

Danni all’agricoltura per circa 600-700 mila euro all’anno, aumento delle richieste di indennizzo per incidenti stradali provocati dalla fauna selvatica che nel 2017-2018 hanno toccato quota 400 mila euro a cui vanno a sommarsi 440 mila euro di risarcimenti previsti in seguito a sentenze, cifre importanti che come spiega lo stesso Pieroni «Paga tutta la comunità». Gli interventi previsti dalla Regione prevedono un calendario che copre 11 mesi all’anno, oltre ad interventi per la cattura degli animali selvatici. L’assessore alla caccia invoca interventi a livello europeo per contrastare l’espansione dei cinghiali: senza un intervento unitario «Ogni sforzo sarà vano, non avremo più sostenibilità ambientale ma solo maggiori oneri per tutti i cittadini, indipendentemente dalle categorie. Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza – prosegue – che va affrontata con razionalità e buon senso e non a colpi di polemiche politiche, un buon senso anche di qualche associazione ambientalista che finalmente, dopo l’ennesimo grave incidente, propone ora un Piano straordinario per la gestione del cinghiale a livello nazionale e una normativa sulla gestione della fauna selvatica. Segno che si tratta di un problema reale e grave che riguarda non solo i cacciatori o gli ambientalisti ma tutta la comunità e che la Regione Marche ha affrontato con responsabilità e consapevolezza adottando tutte le azioni idonee, dalla caccia a squadra che è quella più incisiva, fino a quella di selezione, agli incentivi per i recinti, trappole e altre attrezzature a contenere i danni».

Caccia

Non si è fatta attendere la risposta della LAC (Lega Abolizione Caccia), che attraverso il suo delegato regionale, Danilo Baldini evidenzia come «quella del cinghiale rappresenta una precisa, calcolata e pianificata “strategia di conquista” del territorio da parte del mondo venatorio che viene da lontano. Già 25 – 30 anni fa, infatti, – prosegue – si cominciava a discuterne in questi termini nelle Marche, come nelle vicine Umbria e Toscana, da dove questo “fenomeno” ha avuto inizio, con l’immissione da parte delle associazioni venatorie della specie dell’Est Europa, fatta poi incrociare a proposito con i maiali, per creare un ibrido particolarmente vorace, grosso e prolifico, in grado di adattarsi e di propagarsi in breve tempo nel territorio. Tutto ciò ad esclusivo beneficio dei cacciatori, che ne avrebbero poi rivenduto la carne ai mattatoi ed ai ristoranti di cacciagione, unendo quindi l’utile al dilettevole, ma molto meno degli agricoltori e di chi per spostarsi è costretto ad usare l’auto o la moto, ossia in pratica di tutto il resto della popolazione».

Fino ad allora, in Italia, ricorda Baldini «Il cinghiale era presente solo in Sardegna e nella Maremma toscana e laziale con la sottospecie italica, molto più piccola e meno prolifica e perfettamente integrata da sempre nel suo habitat naturale». Per l’associazione ambientalista il cinghiale non rappresentava un problema fino a 30 anni fa «Poi l’uomo-cacciatore comprese che se voleva continuare a cacciare in quei territori, dove aveva cacciato indisturbato fino ad allora e che, sull’onda di un crescente ambientalismo ed animalismo, gli venivano a mano a mano sottratti, con l’istituzione di nuovi parchi nazionali e regionali, riserve naturali, oasi faunistiche, avrebbe dovuto “inventarsi” un “Cavallo di Troia”, in grado sia di fargli riconquistare il territorio perduto, ma al tempo stesso anche di riassegnargli quel ruolo “socialmente utile” tanto favoleggiato sin dai tempi di Cappuccetto Rosso». La LAC individua una precisa responsabilità di media e social network nel «Dipingere la questione con con toni esagerati e catastrofistici», oltre che della classe politica e «Degli amministratori regionali» responsabili secondo Baldini di «Una gestione faunistica volutamente dissennata e sbilanciata in funzione pro-venatoria, che pretende sempre maggiori spazi e tempi dilazionati per cacciare questa specie, ben sapendo che, in base a tutti gli studi scientifici ed ai censimenti faunistici, più essa viene cacciata, più la stessa aumenta di popolazione e si diffonde sul territorio».

«Uno sciacallaggio mediatico – conclude Baldini – operato dall’assessore regionale alla caccia Pieroni e dalla maggioranza in Regione, che utilizzano tragedie come quella di Lodi e la psicosi generata da questo terrorismo psicologico, per coprire e giustificare il completo fallimento della loro pianificazione venatoria e della loro gestione del territorio agro-silvo-pastorale delle Marche».