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Ancona

Aree protette, no di Lac al coinvolgimento delle associazioni venatorie: «È come mettere una volpe a guardia del pollaio»

La Lega per l'Abolizione della Caccia protesta contro il nuovo piano delle Aree Protette varato dal Consiglio regionale. Ecco i punti controversi

Caccia

ANCONA – Non piace alla Lac, Lega per l’Abolizione della caccia, il nuovo Piano Quinquennale 2021-2025 per le Aree protette delle Marche, varato dal Consiglio regionale nella seduta di martedì scorso. Il provvedimento, approvato all’unanimità, promuove sia azioni di rete che interventi da sviluppare nelle singole aree protette.

11 i beneficiari che coprono un territorio di oltre 29.411 ettari: 3 parchi naturali regionali (Conero; Monte San Bartolo; Gola della Rossa e di Frasassi), 1 parco naturale interregionale (Sasso Simone e Simoncello), 4 riserve naturali regionali (Ripa Bianca, Sentina, Monte San Vicino e Canfaito; Bosco di Tecchie) e 3 riserve naturali statali (Montagna di Torricchio; Abbadia di Fiastra; Gola del Furlo). 

A far storcere il naso all’associazione è il fatto che rispetto al precedente piano, questo abbia previsto «un maggiore coinvolgimento delle associazioni venatorie nella gestione diretta della fauna selvatica presente nei parchi e nelle riserve regionali e nazionali delle Marche» evidenzia il delegato Lac Marche, Danilo Baldini.

«È come “mettere una volpe a guardia del pollaio, perché conosce bene i suoi polli”» fa notare Baldini, nel sottolineare la possibilità «di coinvolgere le associazioni venatorie nel monitoraggio e nel censimento delle specie presenti o di passaggio nelle aree protette, per scopi “scientifici”, mediante la loro cattura con apposite reti, oppure di permettere l’organizzazione di prove ed attività “cinotecniche” (addestramento cani da caccia) sempre all’interno delle aree protette».

Il delegato Lac obietta che «le Regioni, su parere dell’ISPRA, possono autorizzare esclusivamente gli istituti scientifici delle università e del Consiglio nazionale delle ricerche e i musei di storia naturale ad effettuare, a scopo di studio e ricerca scientifica, la cattura e l’utilizzazione di mammiferi ed uccelli, nonché il prelievo di uova, nidi e piccoli nati», come disposto dalla Legge n. 157/92 – Art. 4.

Inoltre evidenzia che la possibilità di «allenare cani da caccia e quindi di stanare gli animali che vivono nelle aree protette, essa è a tutti gli effetti un’attività venatoria e quindi non è ammessa nei parchi e nelle riserve naturali, in base alla Legge Quadro n. 394/91, in quanto arreca disturbo alla fauna selvatica, specie nel periodo riproduttivo».

L’altra nota dolente è quella della caccia al cinghiale, una specie che «da sempre viene cacciata nei parchi e nelle riserve marchigiane» quando però «il “problema” dei cinghiali è stato causato proprio dalle associazioni venatorie che, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, hanno introdotto in Italia per i loro scopi venatori, la specie di cinghiale
ungherese, molto più grossa e prolifica di quella autoctona, che in pochi decenni si è riprodotta in
modo esponenziale, diffondendosi praticamente ovunque».

Baldini ricorda gli studi scientifici che «hanno ormai dimostrato che è proprio la caccia al cinghiale, soprattutto quella in braccata, a destrutturarne i branchi, ed a stimolare la loro riproduzione sessuale, determinando quindi la propagazione dei cinghiali, non solo nelle aree protette, loro habitat naturale, ma anche nelle campagne e nelle città». 

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