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Ancona

Niente nebbia e troppi misteri: la strage del Moby Prince nel libro di Vincenzo Varagona

Tra le vittime anche i marchigiani Sergio Rosetti e i giovani sposi Giuseppina Granatelli e Bruno Fratini. Sulla tragedia l'intervista al giornalista e scrittore

L'incendio del Moby Prince

Non fu la nebbia, quella maledetta notte del 10 aprile 1991, a causare la strage del Moby Prince, il traghetto della Navarma, partito da Livorno con destinazione Olbia, che appena uscito dallo scalo toscano speronò alle 22:35 la petroliera della Snam “Agip Abruzzo”. La prua del traghetto squarciò una delle cisterne del greggio trasportato e si scatenò un incendio in cui morirono 140 tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Unico sopravvissuto Alessio Bertrand, mozzo del traghetto. Tutti salvi, invece, sulla nave Agip Abruzzo. Tra le vittime anche i marchigiani Sergio Rosetti di San Benedetto del Tronto e i giovani sposi Giuseppina Granatelli di Sant’Elpidio a Mare e Bruno Fratini di Morrovalle. Dopo trent’anni non sono stati ancora individuati i responsabili della tragedia.

Fu la più grande sciagura della marineria civile italiana. Allora, e per lungo tempo, si disse “non si vedeva nulla”, e si parlò di “errore umano”, ma i parenti delle vittime non hanno mai creduto alla tragica fatalità della collisione. Oggi sappiamo che non fu la nebbia. Anzi, secondo testimoni, quella notte si vedevano le stelle, poi più nulla, solo il fumo denso acre violento di un rogo che non lasciò scampo. Quanto agli errori c’è parecchio da accertare, a cominciare da chi fece cosa, da quale fu lo scenario reale dell’incidente e se ci fossero altre navi nella rada di Livorno, ma soprattutto ci si chiede: perché i soccorsi partirono tanto in ritardo? Qualcuno avrebbe potuto essere salvato?

Moby Prince: i fatti

La tragedia è ancora oggi avvolta dal mistero, troppe, ancora, le domande, cui ha cercato di dare risposta la Commissione d’Inchiesta del Senato che – dopo quasi trent’anni – ha smontato le tesi giudiziarie emerse in due processi. Secondo la relazione conclusiva resa pubblica il 24 gennaio 2018 dall’allora presidente Silvio Lai, il disastro non è riconducibile alla presenza di nebbia e alla negligenza del comando del traghetto; la nebbia fu immotivatamente utilizzata per giustificare il caos dei soccorsi.

Ufficialmente, il “reato” è andato in prescrizione, così almeno ha stabilito la corte di appello penale di Firenze nel febbraio 1998. Nel novembre 2020 è stata anche bocciata la causa risarcitoria promossa dai familiari delle vittime alla luce delle conclusioni della Commissione parlamentare: per il tribunale civile di Firenze il lavoro dei senatori «non ha disvelato verità e certezze nuove» ma sarebbe «un atto politico».

Il giornalista Vincenzo Varagona e il suo libro sui segreti del Moby Prince

Eppure, nel 2021, qualcosa di grande si è mosso, e qualcosa – si spera – sta per cambiare. Ce lo racconta il giornalista e scrittore Vincenzo Varagona, che lo scorso aprile, a trent’anni esatti dalla strage del Moby Prince, ha pubblicato per Vydia editore il libro “I segreti del Moby Prince. A 30 anni dalla più grande tragedia civile del mare in Italia”. Con la prefazione di Pietro Grasso, il libro ricostruisce con una ricca documentazione ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo sulla vicenda, come pure i profili di alcune delle vittime. Vi hanno uno spazio fondamentale le testimonianze di alcuni familiari, chiusi per tanto tempo in un dignitoso silenzio, e contributi preziosi di voci ‘altre’, tra cui il giornalista Francesco Sanna, e Gregorio De Falco, che fu capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno al tempo del naufragio della Costa Concordia e di Schettino. Tra i contributi, anche quelli di Beppe Giulietti, Mariangela Grainer, Loris Rispoli, Nicola Rosetti, Gabriele Bardazza, i fratelli Angelo e Luchino Chessa, Stefano Vidori, Flavia Corda, Paolo Mastino, Franco De Felice, Stefania Serino.

Il libro sarà presentato dal suo autore giovedì 24 giugno, alle ore 21.30, presso la Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, un evento organizzato dalla libreria Nave Cervo nell’ambito della rassegna di incontri con autori ed editori “Parliamone!” e con il patrocinio del Comune. All’evento parteciperà anche Nicola Rosetti, figlio di Sergio Rosetti, sambenedettese e una delle vittime della strage. Successivamente, il 2 luglio, Varagona racconterà la vicenda del Moby Prince a San Ginesio.

L’intervista a Vincenzo Varagona

Vincenzo, il 10 aprile 2021 sono stati ricordati i 30 anni di quella immagine tragedia. Quali elementi di novità stanno emergendo in questi mesi?
«Le associazioni dei familiari delle vittime non hanno mai smesso di cercare la verità ed è grazie a loro che stanno maturando processi importanti e nuovi. A cominciare dal fatto che nel trentesimo anniversario, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto che quello del Moby Prince è stato il disastro più grave della nostra navigazione civile, e che è inderogabile ogni impegno diretto a fare intera luce sull’accaduto. Anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha ricordato che la vicenda presenta punti non del tutto chiariti, ed ha sollecitato sostanzialmente una nuova indagine della Procura di Livorno in cui il reato diventa strage, che non è più prescrivibile. Infine, con delibera 12 maggio 2021, la Camera dei Deputati ha istituito una Commissione parlamentare d’inchiesta, composta da 20 deputati, che entro la fine della legislatura è chiamata ad accertare le cause del disastro della nave Moby Prince. La Commissione si insedierà il prossimo 23 giugno».

Cosa potrà fare, in più, questa nuova Commissione d’inchiesta?
«Intanto il suo lavoro potrà andare a supporto della nuova inchiesta della Procura di Livorno, e poi mira a fare luce su aspetti molto opachi della vicenda, potrà, si spera, togliere il segreto di stato, ottenere la collaborazione degli Stati Uniti per avere documentazione satellitare riguardo allo scenario del crimine. La prima Commissione ha fatto un po’ da grimaldello su tutte le incrostazioni che si erano create dopo i primi due processi; questa seconda commissione deve fare luce su quello che è successo».

La vicenda del Moby Prince, lo chiarisce bene il tuo ultimo libro, è avvolta nella nebbia, eppure la nebbia c’entra ben poco. E’ così? Che cosa sappiamo, 30 anni dopo?
«Quello che sappiamo è che questo traghetto che aveva 141 persone a bordo, di cui 80 passeggeri e 60 di equipaggio, ha lasciato Livorno per andare a Olbia, e poi che c’è stato lo speronamento con la petroliera, a pochi km dal porto. Quello che è successo dopo è tutto da ricostruire, in ogni caso le verità processuali sono quelle secondo le quali è stata prima data la responsabilità all’equipaggio che si sarebbe distratto per vedere la partita Barcellona-Juventus. C’è poi il tema della nebbia, che è stata utilizzata ad arte: con le testimonianze, con i filmati amatoriali girati dalla costa, è arrivata la prova che la serata era limpida, si vedeva molto bene Livorno dalle navi e le navi da Livorno. Quello che emerse invece con molta fatica e grazie alla Commissione d’Inchiesta del Senato, è che la petroliera non doveva essere ancorata dove si trovava, e poi è emersa la presenza inquietante di almeno sette navi militari americane di rientro dalla Guerra del Golfo, e poi la presenza altrettanto inquietante di un peschereccio, “Oktober II”, lo stesso su cui indagavano gli inviati del TG3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin prima di essere assassinati a Mogadiscio in Somalia tre anni più tardi, il 20 marzo 1994. Era un peschereccio donato dalla cooperazione italiana alla Somalia, e c’è il sospetto che facesse parte di una flotta dedita al traffico internazionale di armi. In tutto questo c’è la battaglia delle 140 famiglie, di cui parlo diffusamente nel libro, in particolare con la testimonianza di Stefano Vidori, che è il collega della TGR Toscana che è una memoria storica di questa vicenda».

Cosa rende questa vicenda diversa da altri ‘misteri’ italiani?
«Pur essendo paragonabile, per le sue caratteristiche, alla strage di Ustica – tra depistaggi e misteri – in realtà la strage del Moby Prince per lungo tempo non ha generato un moto diffuso teso all’accertamento della verità. È stato solo nel 2021 che un presidente della Repubblica e un ministro della Giustizia hanno parlato del bisogno urgente di giustizia e di fare chiarezza sul tema. Il salto di qualità negli ultimi tempi è stato fatto grazie al lavoro di colleghi giornalisti come Francesco Sanna che con Gabriele Bardazza, titolare di uno studio ingegneristico di Milano, ha restituito forza alla battaglia delle famiglie. Perizie alla mano, le stesse che hanno contribuito all’indagine della Commissione in Senato, i due fanno emergere la domanda: se la visibilità era ottima, e anche e la petroliera stava in un posto in cui non doveva stare, come mai il traghetto è entrato nella prua della petroliera? Bardazza ipotizza che ci sia stato qualche elemento di disturbo nello scenario dell’incidente».

E poi c’è lo scandalo dei soccorsi, scattati troppo tardi, e diretti peraltro, nell’immediato, al soccorso della petroliera e non del traghetto. Fu lo stesso comandante dell’Agip Abruzzo a concentrare gli interventi verso la sua nave, riferendo di aver avuto una collisione con un piccolo peschereccio, e non con la Moby Prince. E sulla scena dell’incidente, all’inizio, intervenne solo un barchino. Dopo ore e ore di rogo, nel traghetto morirono tutti tranne uno. Come è stato possibile?
«È una domanda ancora senza risposte processuali, di fatto tutti e 4 gli indagati furono scagionati, tra essi l’ufficiale di coperta dell’Agip Abruzzo Valentino Rolla e due addetti della Capitaneria di porto di Livorno in servizio all’epoca dei fatti. Ecco, sul modo di operare della Capitaneria di Porto di Livorno, al tempo retta dal comandate Sergio Albanese, ho avuto modo di parlare con Gregorio De Falco, che anni dopo guidò la stessa Capitaneria. De Falco, alla Commissione d’inchiesta Senato, ha riferito con grande chiarezza che il piano di emergenza disposto da Albanese fu assolutamente inadeguato: avrebbe dovuto far scattare un’emergenza di primo livello, che prevede l’intervento di unità aeree, ma non è stato fatto. Al tempo, Albanese si difese dicendo che purtroppo raggiungere il traghetto era inutile perché era avvolto nelle fiamme e che nel giro di un quarto d’ora erano tutti morti. Ma chiunque si occupa di marineria sa che quei traghetti hanno dei saloni al loro interno con le paratie tagliafuoco che tutelano dalle fiamme per ore. Lo stesso unico superstite del Moby, quando fu soccorso in mare riferì che nel traghetto c’erano persone ancora vive. Il suo appello è rimasto inascoltato, e ci chiediamo perché. Possiamo pensare che qualcuno non sia voluto intervenire sulla scena del crimine per liberarla prima da ‘qualcosa’ che ancora non si sa, oppure si è trattato ‘solo’ di incompetenza?»

Come è nata, in te, l’esigenza di raccontare questa storia?
«Come scrittore evito di fiondarmi sui fatti grossi della cronaca quando le telecamere sono ancora accese, ma comincio ad occuparmene quando l’attenzione mediatica inizia a calare, ed è qui che è importante dare continuità alla memoria. Ho cominciato ad occuparmi del Moby Prince, dunque, una decina di anni fa, in primis grazie al contatto del sambenedettese Nicola Rosetti, vicepresidente dell’​associazione 140 e figlio di Sergio Rosetti, motorista del traghetto, e con il presidente dell’associazione. Anche Loris Rispoli, fratello di Liana, una delle vittime della tragedia del 1991, mi ha molto seguito in questo progetto. Poi mi sono reso conto che sullo sfondo della tragedia c’erano le famiglie della coppia di sposi, i marchigiani Giuseppina Granatelli e Bruno Fratini, morti sul Moby Prince 4 giorni dopo il matrimonio: famiglie molto discrete, le loro, e che non erano mai state intervistate. Inizialmente ho incontrato il fratello di Giuseppina, Adolfo, la figlia Francesca nata dopo la tragedia, poi ho parlato con Romina Zucconi, nipote di Bruno Fratini, e in loro ho colto un grande desiderio di giustizia. Il libro è iniziato così».

Vincenzo Varagona (Lecco, 1960) vive ad Ancona. Giornalista, collabora con Avvenire e Famiglia Cristiana. Dal 1987 lavora nella redazione del Tgr Rai, di cui è vicecaporedattore. Ha realizzato reportage nei Balcani in guerra, in Medio Oriente e in Africa. Ha pubblicato, con Ecra: “Comunicare Dio. Dalla creazione alla Chiesa di papa Francesco” (2015), “Le potenzialità delle persone. Le nuove frontiere del counseling” (2017) e “L’anima del bene comune. Viaggio nel mondo di Alfredo Trifogli a cento anni dalla nascita” (2020). Con Paoline: “Pollicino nel bosco dei media. Come educare i bambini a un uso corretto dei mezzi di comunicazione” (2007), “Abba Marcello. Viaggio nel cuore dell’Africa missionaria” (2011), “Il medico della Sars. Carlo Urbani raccontato da quanti lo hanno conosciuto” (2013, edizione in Taiwan, 2015), “Morire a Nassiriya. Marco Beci un italiano a servizio del mondo” (2014), “Il muratore di Dio. Padre Pietro Lavini e il monastero di San Leonardo” (2016),“Frate Mago, annunciare il Vangelo con gioia” (2018). Con Vydia editore “Grazia e Mistero” (2019).

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