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Ancona

La missione Univpm tra i ghiacci dell’Antartide con Pierpaolo Falco per capire i cambiamenti climatici

In collegamento streaming sulla nave rompighiaccio "Laura Bassi", tra le immagini mozzafiato dalla Polynya di Baia Terra Nova nel Mare di Ross

Pierpaolo Falco, 51 anni, napoletano, docente associato in oceanografia e fisica dell’atmosfera del Dipartimento di Scienze delle Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, è partito il 5 novembre dall’aeroporto di Milano, destinazione Christchurch in Nuova Zelanda, dove insieme ad altri tre ricercatori italiani – Pasquale Castagno, Yuri Cotroneo e Giovanni Zambardino del Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università Parthenope di Napoli – ha passato la quarantena anti-Covid prima di imbarcarsi, alla vigilia di Natale, sulla nave “Laura Bassi”, la prima e unica rompighiacci italiana. Sei giorni di viaggio per raggiungere il Circolo Polare Antartico, e da qui il viaggio è proseguito fino al Mare di Ross, dove per due mesi studierà la variabilità oceanografica della Corrente circumpolare antartica, ed uno fenomeni più misteriosi degli ultimi 5 anni, l’aumento della salinità delle acque profonde di questo mare dopo 20 anni di costante diminuzione. Per il ricercatore della Univpm, si tratta della decima missione in Antartide, con l’obiettivo di studiare la salute del Mare di Ross, sentinella dei cambiamenti climatici planetari e del riscaldamento degli oceani.

I ricercatori, sotto il coordinamento del capo missione Riccardo Scipinotti dell’Enea, stanno partecipando ora alla XXXVI missione del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), programma scientifico governativo nato nel 1985, approvato e finanziato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica (MIUR), e gestito dall’ENEA che si occupa degli aspetti logistici e dal CNR per quelli scientifici. L’attività di Falco si inquadra nell’Osservatorio Marino del Mare di Ross (progetto MORSEa OSS-13), nato nel 2009 e che ha come obiettivo principale lo studio della variabilità nel tempo delle masse d’acque che si formano sulla piattaforma continentale del bacino costiero antartico e che poi, muovendosi verso nord raggiungendo l’Oceano Meridionale, contribuiscono a formare le acque più dense del pianeta. Oltre alle indagini nel Mare di Ross, sono state effettuate misurazioni lungo la rotta dalla Nuova Zelanda fino all’ingresso del bacino costiero antartico, attraversando la Corrente Circumpolare Antartica.

Il professor Pierpaolo Falco
Il professor Pierpaolo Falco

In collegamento streaming dalla “Laura Bassi”, sulla plancia della nave insieme al comandante Franco Sedmark e al capo-missione Scipinotti, Pierpaolo Falco ha tenuto questa mattina un seminario di studi dal titolo “I cambiamenti climatici e il mistero delle acque super-salate nel mare di Ross”, seguito da un centinaio di studenti dell’università anconetana e coordinato da Francesco Regoli, direttore del Dipartimento di Scienze delle Vita e dell’Ambiente.

«In questo momento – ha detto mostrando sullo schermo del suo telefonino quanto lo circondava – qui sono le ore 11 di sera, c’è l’estate antartica e il sole non scende. La temperatura è tutto sommato mite grazie all’influsso dell’oceano che non congela, ma nei ghiacciai di fronte si sfiorano i -30 gradi». Fuori dalla nave, la visione è quella pazzesca di una piattaforma di ghiaccio grande come la Francia, che si tuffa a picco nel Mare di Ross. La zona, in particolare, è quella della Polynya di Baia Terra Nova, a 75 sud, 164 est, un’area di mare che anche durante l’inverno rimane libera dai ghiacci. Le polynye sono di particolare interesse scientifico in quanto in queste zone il ghiaccio viene costantemente formato dai forti e freddi venti antartici. I cambiamenti climatici stanno producendo anche qui una importante diminuzione di neve e ghiaccio.

«Nel Mare di Ross – ha spiegato Falco durante l’incontro – c’è uno degli interruttori che muovono le correnti oceaniche di tutto il mondo, influenzando il clima globale. In particolare, in quest’area si forma una massa d’acqua caratterizzata da un valore relativamente alto di salinità, elemento questo che la rende densa e pesante. Questa massa d’acqua si muove sul fondo del Mare di Ross, mescolandosi con un’altra massa con la quale forma le acque più dense e profonde del pianeta, le cosiddette Antarctic Bottom Water. Queste acque rappresentano la componente più profonda di un enorme circuito che coinvolge tutti gli oceani e ha il ruolo di ridistribuire calore, la CO2, l’ossigeno e di muovere le correnti, con importantissime ricadute sul clima».

Il progetto MORSEA all’interno della missione nazionale, ha lo scopo di costruire lunghe serie temporali dei principali parametri oceanografici. Le misure si ottengono mediante strumenti che acquisiscono nel tempo osservazioni a profondità prestabilite. Gli strumenti sono alloggiati lungo cavi che a loro volta sono ancorati al fondo tramite una zavorra e pertanto rimangono in posizione fino a quando non si procede al recupero. Le serie temporali di dati acquisite permettono di descrivere come temperatura e salinità in primis varino nel tempo e come queste variazioni possano influenzare le masse d’acqua che si formano sulla piattaforma continentale del mare Ross. Queste masse d’acqua sono molto importanti in quanto contribuiscono in modo significativo alla circolazione termoalina globale, con effetti che hanno un impatto sul clima del nostro pianeta.

Dalle rilevazioni effettuate, si è osservato che negli ultimi decenni, le acque dense di piattaforma (DSW) del Mare di Ross, precursori dell’Antarctic Bottom Water (AABW), hanno mostrato una diminuzione costante della salinità. Osservazioni recenti hanno mostrato a partire dal 2016 un aumento significativo della salinità delle DSW, sia nelle zone di formazione di queste masse d’acqua (polynye di Baia Terra Nova e Ross Ice Shelf), sia dove avviene la produzione di AABW, in prossimità della scarpata.

Il mistero dell’aumento della salinità sarebbe dovuto – ha spiegato Falco durante l’incontro – «ad una anomalia climatica», cominciata con il Super El Nino del 2015 e proseguita negli anni successivi con un indebolimento dei venti che soffiano lungo il continente antartico e che trasportano nel Mare di Ross ghiaccio ed acqua dolce dalla parte occidentale dell’Antartide dove è in corso una preoccupante riduzione dei ghiacciai continentali. La ricerca, tutt’ora in corso, è stata pubblicata recentemente su Nature Geoscience da un gruppo internazionale di scienziati tra cui appunto il docente dell’Univpm.

Capire cosa sta succedendo tra questi ghiacci consentirà, tra l’altro, di migliorare le previsioni meteo. «I modelli numerici di previsione del clima non sono ancora in grado di catturare questi processi e dimostrare il meccanismo che li produce, può essere molto importante ai fini di un miglioramento delle previsioni», ha aggiunto il ricercatore napoletano. L’aumento del volume della massa d’acqua super salata, secondo l’esperto, potrebbe «contribuire all’innalzamento del livello dell’oceano che è la conseguenza che ci preoccupa di più».