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Ancona

«Il mio 1° maggio». Sei diversi racconti delle Marche che lavorano

Dalla coltivatrice di zafferano di Macerata Feltria al manipolatore di cose dolci di Senigallia fino alla prof di storia dell'arte e coreografa di Osimo. In questo giorno che celebra il lavoro e ne ricorda i problemi, ecco i racconti di sei lavoratori in differnti settori e province

Ancora un 1° maggio diverso, il secondo in piena pandemia. Con una crisi che colpisce duro il mondo del lavoro, anche nelle Marche, regione ai vertici per precariato (con contratti a tempo indeterminato che rappresentano solo il 13% del totale), e in cui le assunzioni nel 2020 sono diminuite del 31,1% rispetto al 2019 (-63 mila unità), e del 38,0% dal 2018 (-85 mila unità), secondo i dati forniti dalla Cgil. Oltre 18mila gli infortuni sul lavoro in regione dall’inizio della pandemia, di cui 4mila dovuti proprio al Covid, spiega la Uil Marche su dati Inail.

In questo giorno che celebra il lavoro e ne ricorda i problemi, CentroPagina ha rivolto il suo sguardo a sei lavoratori, in diversi settori produttivi e in varie provincie, chiedendo loro di raccontare come è cambiata la loro attività professionale in questo ultimo anno, e di farsi un augurio per il loro 1° maggio, confidando un desiderio, un sogno nel cassetto che vorrebbero realizzare.


Silvia Zanirato, coltivatrice di zafferano – Macerata Feltria

Silvia Zanirato

Coltivare zafferano, diciamolo, non è un mestiere per tutti. Sveglia all’alba e tempistiche militaresche, perché con il ‘croco’ non si scherza: il piccolo fiore dall’inebriante profumo, da cui si ricava una delle spezie più preziose al mondo, concede solo poche ore per non perdere il raccolto. «Ogni giorno devi raccogliere, ogni giorno devi sfiorare. Non importa se finisci a mezzanotte, la mattina devi essere lì all’alba e dici: come farò a finire prima di sera? Non ci pensi, abbassi la testa e fai un pezzo per volta, fiore fiore, pistillo pistillo. È un lavoro affascinante ma duro, per farlo occorre una certa forma mentis. Come molti lavori agricoli ha una sua ripetitività, bisogna lavorare moltissimo di pazienza, precisione e velocità», spiega Silvia Zanirato, giovane imprenditrice dell’azienda Zafferano Montefeltro che produce zafferano a Macerata Feltria, tra le colline incantante del Montefeltro, umide e vaporose, poetiche all’apparenza ma durissime da coltivare nella sostanza.

Quello di Silvia per la campagna delle Marche, e per il profumo dello zafferano, è stato un doppio colpo di fulmine. Non si potrebbe spiegare altrimenti la storia di una giovane dottoressa in Giurisprudenza con un buon lavoro che decide di lasciare la sua città, Milano, e di investire tutti i suoi risparmi in un cambio radicale di stile di vita. «A parte avere i nonni in campagna sono crescita in un ambiente cittadino, grigio, triste, in cui non mi sono mai inserita veramente. Il mio è un caso di decrescita felice – spiega – da tempo sognavo un mestiere che mi consentisse un contatto stretto con la natura e con i suoi ritmi, questa attività è per me motivo di soddisfazione anche a costo di rinunciare ad una parte di comodità».
Ecco dunque la scelta dell’agricoltura, partendo da un casale in rovina, «una specie di grotta», ricorda lei, oggi rifiorito come i crocchi che lo circondano. Qui è il cuore dell’azienda che si snoda su 12 ettari di terreno, il cui prodotto, realizzato con metodi completamente organici e in parte biodinamici, è stato eletto “miglior zafferano 2021” dalla prestigiosa rivista Forbes. A dettare le regole è la terra stessa, che consente una produzione di zafferano tra gli 1,8 e i 2,5 kg l’anno, a seconda del clima e del raccolto. «Si lavora più o meno metà dell’annata in campo, e nell’altra metà ci occupiamo di vendita, confezionamento, e tutto quello che comporta la gestione di un’azienda» spiega l’imprenditrice e coltivatrice. In questi 14 mesi di pandemia, aggiunge Silvia, «il nostro lavoro è cambiato molto poco, siamo molto fortunati. Pur avendo ristoranti chiusi e negozi che hanno lavorato poco, il prodotto è di nicchia e non abbiamo perso clienti, e poco di fatturato. Non abbiamo dovuto riprogrammare l’attività come è accaduto a molte persone, il nostro lavoro è rimasto stabile. Il canale della vendita? Internet per quanto mi riguarda non è un canale preferenziale, il nostro vero segreto è il passaparola. Abbiamo una clientela solida che ci ha permesso di andare avanti e di crescere, lavoriamo davvero sulla qualità».

Un grande sogno nel cassetto, da questo 1° maggio in poi? «Ad oggi non ho trovato un grande chef che ci scegliesse come suo prodotto di eccellenza e mi piacerebbe con lui mettere a punto un menù intero a base di zafferano».


Paolo Brunelli, manipolatore di cose dolci – Senigallia

Paolo Brunelli

Paolo Brunelli è figlio d’arte (la mamma è la favolosa albergatrice di Agugliano, depositaria della scienza della cucina tradizionale e del fritto misto marchigiano), ma l’arte che pratica l’ha scelta e perfezionata lui, conquistando premi nazionali ed internazionali tra i più prestigiosi, tra cui i “Tre coni” del Gambero Rosso e il primo premio quale migliore gelateria d’Italia della rivista Dissapore. Ma non è ancora soddisfatto: «non trovo loco», dice, e la sua ricerca di cioccolatiere, gelatiere e artista del dolce, per ora prosegue a ritmi serrati. Palato esigentissimo e curioso, scrittore, (suo il libro “Gelateria per tutte le stagioni” di Italian Gourmet) sforna idee a getto continuo e nei suoi laboratori di Senigallia, Marzocca e Agugliano elabora nuovi gusti e forme di gelato, cioccolati gourmet, torte e dolci, guardando verso direzioni fino ad oggi poco esplorate, agli estremi confini del gusto. Nella home page del suo sito, si legge la domanda “Che rumore fa una cosa buona?”, poi alzate l’audio ed una serie di suoni ipnotici vi conducono tra cibi che non sono solo carboidrati proteine e grassi, ma esperienza sensoriale, cultura, memoria, intuizione, avventura.

«Faccio fatica a definirmi gelataio o cioccolatiere – spiega – mi sento di più un manipolatore di cose dolci. Ma anche questa è una definizione che inizia a starmi stretta, e forse entro giugno riuscirò a farmi chiamare ‘non gelatiere’, una definizione che forse rende meglio le profonde trasformazioni di un lavoro che è stato per molti anni troppo statico. È un po’ come il ‘non musicista’ parafrasando un Brian Eno d’annata». Non è un caso dunque che a fine giugno uscirà un libro che racconta Paolo Brunelli, scritto da un guru della critica gastronomica italiana, il giornalista Paolo Marchi, il cui titolo sarà probabilmente “I’m not a gelato”, io non sono un gelato.

In piena pandemia, il nostro «non gelatiere» ha pensato bene di inaugurare un nuovo locale, il “Paolo Brunelli Combo” di Marzocca. Incoscienza? In verità – spiega – il progetto è frutto di un lungo percorso, di un desiderio maturato ben prima dell’emergenza Covid. «La gelateria è un settore atipico nella gastronomia perché il gelato nell’immaginario del consumatore è molto legato alla stagionalità. Ma io sono convinto che il nostro settore non può vivere solo di quei 4-5 mesi di maggior consumo, ha necessità di ampliarsi. Ecco quindi che il “non gelatiere” deve saper trattare la cioccolata, parlare di vino, sperimentare cibo a 360°. Nel 2019, poco prima della pandemia, ho portato questo contenuto nel negozio virtuale, poi nel luglio 2020 ho aperto il nuovo locale. Si tratta di una struttura atipica, una gelateria molto allargata o una pasticceria abbastanza snella come amo definirla. L’idea iniziale era di avere un posto pronto ad accogliere clienti e colleghi con una sala di 50 posti per condividere racconti di vita e di gastronomia. Un progetto bellissimo che si è inevitabilmente arenato ed è stato modificato per le possibilità che ci sono oggi. Combo ancora resiste nonostante i casini, sono contento della scelta fatta».

Dunque, il 1° maggio, che cosa si augura Paolo per la sua attività professionale? «È difficile rispondere, per chi lavora nel campo del turismo e del cibo, tutti i giorni di festa sono quelli in cui lavoriamo il doppio. La soddisfazione più grande diventa quella di vedere i nostri clienti soddisfatti. Ecco, mi piacerebbe trasmettere questa consapevolezza alle nuove generazioni: il 1 maggio si lavora ma con la gioia di far star bene le persone. È logico che si lavora anche per un business, ma la passione e il sentimento sono fondamentali».


Isabo.ita, content creator – Jesi

Isabo.ita

Isabo.ita parla veloce perché pensa e va veloce. 19 anni, originario della Costa d’Avorio, Nimi Abdoulaye (questo il vero nome) ha puntato sui suoi talenti – empatia, simpatia e flessibilità di pensiero – per conquistare in breve tempo il suo posto nel mondo del lavoro, quello di giovane creativo con un seguito straordinario sulle piattaforme social più amate dai teenager. Vive a Jesi, oggi in centro storico ma fino a poco tempo fa nel popolare quartiere San Giuseppe in cui mantiene solide radici, e proprio da qui – dopo gli studi e i lavoretti da barista e tuttofare – è partito con i primi video, conquistando in breve tempo like e follower: su Tiktok il suo account @isabo.ita, aperto poco più di un anno fa, è seguito da un milione e 100mila persone, e su Instagram da quasi 300.000. E di questo mestiere, legato all’intrattenimento, oggi vive; ogni settimana produce 5-6 video comici, leggeri e scanzonati ma non superflui, toccando spesso i temi dell’inclusione, del razzismo, delle discriminazioni di genere, dell’amicizia, per lui il primo dei valori. Con questa attività – spiega – «cerco di dare vita a contenuti che possano divertire le persone e che possano farle star bene. In una settimana posso postare 5-6 video a settimana».
Ha anche, recentemente, partecipato al videoclip di Marco Ligabue per la canzone “Vado a caso” uscita lo scorso anno: nel cortometraggio, mentre Ligabue canta dentro una piscina, Isabo.ita è il ragazzo che a bordo vasca armeggia con un microfono, uno skateboard e una radio, poi a fine canzone gli si avvicina e lo rimprovera con bonarietà, chiamandolo “fagiolo scaduto”. Un termine da lui coniato e che vuol dire – spiega – «persona a cui non si vuole bene». «Ho inventato questo termine, altrimenti avrei riempito i miei video di parolacce, e le piattaforme mi avrebbero censurato».

Lo chiamo al telefono, ben attenta a pronunciare correttamente il suo nome, Isabo con l’accento sulla a, nella speranza che non mi smascheri per quella che sono, un dinosauro alle prese con l’era digitale, senza nemmeno un account su tiktok. Ma lui è molto bravo a mettermi a mio agio, la sua simpatia è spontanea e generosa.

Isabo, come si può vivere di questo lavoro? E come è cambiato da un’anno a questa parte? «Questo lavoro è un inizio per poi migliorare le mie performance e entrare nel mondo dell’intrattenimento, teatro e cinema. È un lavoro a tutti gli effetti, ma so che c’è ancora molto fa fare e non mi immagino fare le stesse cose a 40 anni. Questa mia attività in un anno di pandemia non è cambiata molto, mi reputo fortunato perché i contenuti che elaboro sono comunque prodotti nel mio studio e non ho bisogno di molto altro. Il fatto di restare sempre in casa e la necessità di evitare assembramenti però limita molto i content creator come me nella possibilità di incontrare dal vivo le persone che ci seguono e ci supportano. Questo è un aspetto importante del nostro lavoro, ho continuato a tenere contatti online ma non c’è la stessa emozione che si vive nei raduni estivi».

Infine, un augurio. «Per il 1 maggio auguro a lavoratori e non lavoratori di ritrovare la normalità che tanto ci manca. Una quotidianità cui non siamo più abituati… E poi mi auguro di imparare sempre più competenze, nella speranza di realizzare il mio sogno più grande: recitare in un film ironico. Mi sto impegnando per questo obiettivo».


Silvia Donati, prof. di storia dell’arte e coreografa – Osimo

Silvia Donati, insegnante di storia dell’arte, museologa, ballerina e coreografa

Il suo nome ha fatto scalpore quando – correva l’anno 2016 – i ragazzi del liceo Serpieri di Rimini lanciarono, per lei, la petizione “Non portateci via la nostra professoressa” sulla piattaforma change.org per chiedere al Ministero dell’Istruzione di non trasferire in un’altra scuola la loro docente di storia dell’arte, Silvia Donati, di Osimo. Una petizione che in breve tempo raccolse 1060 firme, ma senza ottenere il risultato sperato. La prof, al tempo 33enne e precaria, fu prima trasferita in Veneto, poi nelle Marche, ma una volta entrata in ruolo ha chiesto di tornare a insegnare al “Serpieri”, e qui oggi insegna. Negli ultimi 14 mesi, almeno 5 sono stati in DAD o didattica integrata che dir si voglia.

Silvia è una prof dal doppio “mestiere”: da un lato è docente di Storia dell’Arte e Museologa, dall’altro ballerina e coreografa professionista, con un bagaglio di formazione ed esibizioni internazionali, tra cui New York e San Francisco. Ha anche scritto un libro, “Ok, aprite le gabbie” per Guasco Editore. Recentemente, nei giorni di chiusura dei musei, l’abbiamo vista esibirsi nel video “Stretching ad arte” mentre danzava tra i quadri di Lorenzo Lotto della Pinacoteca di Palazzo Pianetti a Jesi, una iniziativa di educazione al bello in cui ha potuto fondere storia dell’arte e danza.

Come è cambiata la tua vita di insegnante in questo anno? «Siamo stati tutti, e siamo ancora, degli insegnanti in trincea. E’ stato estremamente stancante il rimodularsi dietro uno schermo. Il punto è che i ragazzi non li vedi, spesso nel monitor solo solo dei bolli senza nemmeno la telecamera accesa; non si riesce a percepire il calo di attenzione, la relazione è faticosa e mancano quelle parole, le battute, pause e dialoghi che in classe sono importantissimi per trasmettere l’amore per la materia. Quello che manca completamente nella Dad è la relazione con i ragazzi, l’anno scorso forse è stato meno pesante perché pensavamo che avesse una fine; in questo nuovo anno scolastico le continue aperture e chiusure sono state massacranti, perché non garantiscono continuità e in un lavoro come il nostro che è di programmazione – sul programma ma anche sui singoli ragazzi e sulla crescita della classe – i cambi repentini sono stati invece all’ordine del giorno. Dietro il monitor ho visto i ragazzi spegnersi ogni giorno di più, soffrire la solitudine e la mancanza di tutto ciò che per un adolescente è necessario: l’incontro, la relazione, la vita all’aria aperta, lo sport… Sono stati costretti a vivere tutto il tempo con i genitori che sono le ultime persone che un adolescente vorrebbe vedere in quella fascia di età. Per fortuna ora siamo ritornati in presenza, a Rimini dal 12 aprile».

Come vorresti celebrare il 1° maggio? Cosa ti auguri per la tua attività? «Il sogno del futuro è che si ritorni alla normalità. Un rientro alla normalità con lo stesso approccio che hanno i ragazzi, con quella freschezza e naturalezza che in questo periodo si è persa. Il distanziamento in un lavoro come il mio è letale».


Andrea Fazzini, regista teatrale – Macerata

Andrea Fazzini

Andrea Fazzini, artista indipendente, regista teatrale, direttore artistico e operatore culturale tra i più noti e stimati nelle Marche, abita uno dei settori che più hanno sofferto, e stanno soffrendo, l’impatto della pandemia. A teatri chiusi e festival sospesi, lui non ha mai spesso di creare, progettare e partecipare a bandi nazionali ed internazionali. Con la sua compagnia, il Teatro Rebis di Macerata, da lui fondata nel 2003, ha ideato il progetto “Puro Teatro” con la collaborazione della Cooperativa Sociale di Psicoterapia Medica, vincendo l’avviso pubblico “Contemporaneamente Roma 2020-2021-2022”, in “Romarama”, palinsesto culturale promosso da Roma Capitale. Il progetto Puro Teatro riguarda la creazione di una rassegna teatrale a Roma ed un lavoro sulla creatività giovanile rivolto agli adolescenti .

Come è il tuo lavoro oggi? Cosa è cambiato? domando. «Rispetto ad altri, penso di avere avuto la fortuna di potermi dedicare ad un progetto già finanziato come ‘Puro Teatro’; certo, lo abbiamo rimodulato per essere reso compatibile alle norme anticovid e alle chiusure degli spazi, ma il progetto va avanti. Il mio lavoro è cambiato radicalmente: spettacoli, tournée, laboratori, un intero calendario annuale è completamente evaporato, sto cercando di recuperarlo ma con difficoltà. Quello che faccio è riorganizzarmi con percorsi online o anche radiofonici con una radio che si chiama “Radio Frammenti” che segue vari miei progetti. Adesso sto lavorando ad un radiodramma tratto da “Sotto il bosco di latte” di Dylan Thomas, che volevo realizzare da molti anni, e approfittando dall’immobilità, ho lavorato a distanza con 36 attori, un musicista, un grafico, un tecnico del suono, una quarantina gli artisti coinvolti». Ma l’attività principale che lo assorbe di più in questi mesi è «lavorare sul senso dell’ascolto», fa sapere Andrea, perché – spiega «ho provato a fare di questo limite una possibilità creativa. L’apertura dei teatri, il 26 aprile, per me è una falsa ripartenza: tutti gli artisti hanno bisogno di un tempo per medicare il proprio immaginario, dopo quest’anno di chiusura. Rientrare poco a poco nei teatri, riprendere i propri lavori, presentarli al meglio agli spettatori, richiede molto tempo ad un artista. Dopo quello che è successo è fondamentale una messa in discussione del proprio linguaggio e dei propri immaginari, non si può ripartire dall’oggi al domani come ci fanno credere. Oggi possono ripartire solo solo grandi produzioni o gli stabili che hanno avuto finanziamenti adeguarti, non i progetti pioneristici, più rischiosi e coraggiosi che hanno bisogno di un tempo di maturazione, e che hanno una vita più fragile».

Con tutto quello che ci lasciamo alle spalle, quale è l’augurio di Andrea per il suo 1° maggio e per quello di chi vive di teatro? «Il mio augurio è la speranza che la nostra battaglia sui diritti dei lavoratori dello spettacolo sia ascoltata dalle istituzioni. Dai mesi del lock-down, in Italia e anche nelle Marche, è creato un movimento di presa di coscienza dell’artista come lavoratore. È una battaglia sulla tutela del lavoro, che qui nelle Marche ha spinto tanti artisti, tecnici e compagnie ad unirsi nel CAM, Coordinamento Artisti della Scena Marchigiana; siamo, ad oggi, una settantina di persone, ma il progetto si sta estendendo. Abbiamo presentato due proposte alla Regione Marche in collaborazione con i sindacati: la prima istanza è modificare la legge 11 della Regione Marche sugli interventi regionali in materia di spettacoli, per estendere le tutele, l’altra proposta è quella dei “Curateatri”, ovvero riqualificare quella rete preziosa di piccoli teatri che nelle Marche impreziosiscono borghi e piccoli comuni, luoghi spesso chiusi o che i comuni fanno fatica a tenere aperti. La proposta del CAM è “curare” questi centri culturali con una importante operazione di riqualificazione di spazi e di progettazione artistica, e di affidarne la gestione agli artisti che lavorano nelle Marche perché diventino una costellazione di tanti piccoli centri culturali culturali contro la desertificazione culturale e sociale che la pandemia ha aggravato».


Doriana Marini, imprenditrice – San Benedetto del Tronto

Doriana Marini, ceo & founder Dienpi srl

Lo scorso anno, con l’esplosione della epidemia, la Dienpi di San Benedetto del Tronto, specializzata nella produzione di stampe, decorazioni ed etichettature per i marchi d’abbigliamento e calzature di fascia medio-alta, ha ricalibrato l’attività avviando la produzione di mascherine. L’azienda è stata tra le prime, in Italia, ad ottenere la certificazione di produzione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Oggi che l’azienda è tornata a lavorare per il settore moda, non ha però messo da parte l’attività sui presidi di protezione, ed ha inventato le mascherine trasparenti con tutti i crismi amministrativi e sanitari per agevolare la lettura del labiale alle persone sorde e far tornare a sorridere tutte quelle mascherate in genere. Le chiamano “le mascherine con il sorriso”, e il sorriso non manca mai sul volto di Doriana Marini, vice presidente nazionale di CNA Federmoda, amministratrice unica e fondatrice della Dienpi insieme al socio Andrea Scaltritti. Una donna positiva e caparbia, che non molla mai. «Siamo un anello nella filiera della moda, e in tutto il settore la crisi colpisce duro, è cambiato tutto: fiere azzerate, export al minimo, e quattro stagioni di ordini per l’abbigliamento che hanno subito una contrazione terribile. Ma puntiamo su innovazione e creatività per uscirne», spiega la Marini.

«Siamo nati nel 2011, oggi contiamo 15 dipendenti nella Dienpi e 3 giovani nella nostra start up “Do Quality”. Lavoriamo di stagione in stagione, non c’è mai nulla di consolidato. Facciamo molta ricerca e cerchiamo figure di giovani creativi per proporre le nostre lavorazioni ai marchi del lusso. Ci sono stagioni in cui lavoriamo meno ed altre di più, questo ci ha dato una mentalità molto flessibile, ed è la flessibilità che ci ha permesso di affrontare i periodi più duri di questo anno pandemico», racconta. «Subito dopo Codogno abbiamo iniziato subito a lavorare per le mascherine, siamo stati molto tempestivi e abbiamo ottenuto diverse certificazioni. I primi di febbraio 2021 ci hanno certificato la prima e unica mascherina trasparente, e quindi ora siamo stati contattati dalla struttura del nuovo commissario per un ordine importante, per noi è una boccata di ossigeno in un periodo di cassa integrazione e di crisi della moda».

«La pandemia ed i cambiamenti in atto – aggiunge – ci hanno fatto comprendere che rapidità di pensiero e velocità di azione sono fondamentali per sopravvivere. Fondamentale, poi, è lavorare con le aziende sane perché abbiamo capito che l’ossigeno te lo possono staccare da un momento all’altro, e se non hai solide basi economiche o se non sei oculato nel gestire risorse, mutui e prestiti è difficile superare la perdita di una commessa, di una stagione. Per quanto ci riguarda, abbiamo anche provato, a partecipare a bandi nazionali e internazionali. E’ andata bene, abbiamo vinto recentemente 100.000 euro con il progetto USAID della Fondazione Interlink, il​ programma statunitense che ha portato in Italia oltre 60 milioni di dollari a fondo perduto».

L’augurio per il lavoro? «Vorrei riuscire a trovare lavoro per garantire ai miei lavoratori una tranquillità, e poi di tenermeli tutti, i nostri dipendenti. E poi, l’azienda cresce se tutti guardiamo dalla stessa parte, per cui il mio augurio più grande è riuscire a trasmettere la mia passione, il mio attaccamento, a tutti quelli che lavorano insieme a me, e alle giovani generazioni che vogliono lavorare nel nostro settore».

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