Migranti, Bettin: «Una sfida complicata per l’Ue, in aumento gli arrivi in Italia»

Dall'inizio del 2017 nella penisola sono arrivati 37mila rifugiati e l’integrazione resta difficile. Il fenomeno sarà oggi al centro della lezione divulgativa della ricercatrice Giulia Bettin. L'appuntamento ad Ancona. La sua intervista

Una barca di migranti
Una barca di migranti

ANCONA – Il tema delle migrazioni sarà oggi, giovedì 11 maggio (ore 16.30, facoltà di Economia), al centro della lezione divulgativa “L’Unione Europea tra vecchie e nuove sfide”, a cura del professor Emerito Pietro Alessandrini e della ricercatrice Giulia Bettin. L’evento è stato organizzato dall’Univpm, nell’ambito di “Your Future Festival”, in occasione dei 60 anni dei Trattati firmati a Roma (25 marzo 1957) per l’istituzione della Comunità Europea. Alessandrini parlerà della moneta unica, mentre la Bettin del fenomeno delle migrazioni, partendo dalla costruzione dell’Europa e arrivando ai nostri giorni.

Giulia Bettin, ricercatrice dell’Univpm

Bettin, l’evoluzione storica dei flussi migratori in Europa sarà al centro dell’incontro. Come sono cambiati dal ’57 ad oggi?
«Negli anni ‘50-’60 i flussi migratori furono interni, ovvero dai paesi del sud a quelli del nord Europa. Ad esempio italiani, greci e spagnoli si spostarono verso Germania e Belgio. Dopodiché nella seconda metà degli anni ’70 si verificarono migrazioni oltre i confini europei. In Europa ci fu un boom economico e cominciarono ad arrivare persone provenienti da Africa subsahariana e dal nord Africa. Sono gli anni in cui le colonie francesi acquistarono l’indipendenza e molti emigrarono verso i paesi ricchi dell’Europa, come Francia, Inghilterra, Germania e Belgio. Poi ci fu una terza fase con la caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’est, che smosse migliaia di persone alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90».

Oggi c’è il grande problema dei rifugiati
«Il problema dei rifugiati oggi è su scala mondiale, non solo europea, per vari motivi tra cui guerre civili, conflitti, cambiamenti climatici. In particolare oggi i rifugiati arrivano da Siria, Iraq, ma anche dall’Africa, come Nigeria dove è in corso la guerra civile. Per vicinanza geografica molti arrivano in Italia e Grecia».

Sono aumentati gli arrivi in Italia e Grecia?
«In Italia sono aumentati. Dall’inizio del 2017 sono arrivati 37mila rifugiati, mentre in Grecia ne sono stati registrati 5mila. In Grecia sono diminuiti perché la maggior parte erano rifugiati siriani che passavano per la Turchia. Con l’accordo Ue-Turchia, quest’ultima ha limitato gli ingressi irregolari e la rotta per la Grecia è stata pressoché eliminata».

Cosa sta facendo l’Ue per l’accoglienza dei migranti e il diritto d’asilo?
«L’Europa sta provando a portare avanti una riforma della gestione del diritto d’asilo, volta a limitare gli ingressi irregolari e a uniformare la gestione dei procedimenti legati alle domande d’asilo tra i vari paesi dell’Unione europea, in modo che non ci sia più una pressione eccessiva sui paesi di confine, come Italia e Grecia, e ci siamo piani di ricollocazione dei rifugiati tra i paesi interni all’Ue. Ancora c’è tanta strada da fare, è necessaria la volontà di tutti i paesi a cooperare. L’Italia sta subendo pressioni forti, mentre ci sono paesi che non vogliono accogliere i rifugiati, come Polonia e Ungheria che hanno una memoria corta. Quando crollarono i regimi comunisti anche loro infatti emigrarono. Purtroppo c’è una mentalità diversa tra i vari paesi dell’Ue».

L’integrazione, dunque, resta difficile?
«Sull’integrazione c’è ancora molto da fare, soprattutto per quanto riguarda il mercato del lavoro. L’opinione comune è che gli immigrati portino via il lavoro e ciò è stato uno dei motivi di campagna elettorale a favore della Brexit. In realtà la popolazione sta dimunendo e ci sono molti settori economici con carenze di manodopera. I migranti potrebbero assumere mansioni che i lavoratori nazionali non sono disposti a svolgere, come operai non specializzati, badanti o lavori nel settore agricolo».